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Il mito dell'URSS nello sviluppo emiliano

Par Enzo Grappi : économiste
Publié par Damien Prévost le 10/07/2008

 

Enzo Grappi, économiste

Sono presentato come economista e in effetti ho fondato e diretto per 26 anni l'Osservatorio economico dell'Amministrazione Provinciale di Reggio Emilia e il Dipartimento per l'Economia, tuttavia per trattare questo tema circa il mito dell'URSS e quanto questo abbia influito sullo sviluppo di quello che sarà definito come il modello emiliano mi avvarrò anche e forse sopratutto della storia della mia famiglia (mio nonno tra i fondatori del PCI nel 1921, mio padre partigiano (uno di quelli la cui testimonianza è riportata nel sito) e poi dirigente comunista, e di quella mia personale. Senza avere mai svolto ruoli dirigenti di rilievo (non voglio accampare meriti che non ho) ho attraversato però un bel pezzo di storia del PCI. Ho cominciato a 3 anni quando nel 1953 mia madre mi ha fatto attraversare la Cortina di ferro attraverso l'Austria per raggiungere mio padre a Budapest dove rappresentava la Federazione Giovanile Comunista Italiana presso il Fronte mondiale della gioventù, sono stato nel 1968 uno dei leader del movimento degli studenti nella mia città, poi ho militato nel PCI per 27 anni ricoprendo vari ruoli, ripeto limitati, che però mi hanno consentito di frequentare tutti i livelli del Partito, compresi i più elevati. Ho frequentato ad esempio un corso di cinque settimane presso la Scuola centrale di Partito a Roma, alle Frattocchie, diretto da Giorgio Napolitano, l'attuale Presidente della Repubblica, che era allora il responsabile per l'economia del Partito, con il quale discutevamo animatamente.

 

Utilizzerò largamente anche i contenuti di un ottimo libro uscito l'anno scorso a cura di Marco Fincardi C'era una volta il mondo nuovo. La metafora sovietica nello sviluppo emiliano[1] a cui ha collaborato anche Antonio Canovi che è qui presente. Le testimonianze che citerò sono tutte tratte da questo libro. Per capire il mito dell'URSS nel dopoguerra bisogna richiamare alla memoria la storia del movimento socialista in Italia, il grande sciopero generale a sostegno delle repubbliche sovietiche di Russia e Ungheria del luglio 1919, le ripetute sottoscrizioni e invio di generi alimentari in Russia, la fondazione del PCI nel 1921. In Italia nel 1922 si era instaurato il fascismo. Dopo l'uccisione del deputato socialista Matteotti nel 1924, che aveva fatto vacillare il regime, il fascismo si stabilizza e fino al 1939, tra uso del manganello, imprese coloniali e appoggio della Chiesa, gode di un sostanziale consenso. Gli antifascisti erano pochi, per lo più in carcere o all'estero, molti in Francia. Proprio qui al Lione si tenne il III° Congresso del PCI d'Italia, nel 1926. Li aiutava a resistere il fatto che ci fosse uno Stato che proclamava la giustizia sociale, l'abolizione delle classi,la fine dello sfruttamento capitalista, che si richiamava agli ideali di Marx... Le purghe, i processi, le fucilazioni, erano a conoscenza di pochi, di pochissimi, e quei pochi tacevano. La lettera al Partito Comunista dell'Unione Sovietica inviata da Gramsci nel 1926 nella quale il segretario del PCI, di fronte all'asprezza dello scontro tra Stalin, Trotzkij, Zinoviev e Kamenev, scriveva "Voi oggi state distruggendo l'opera vostra", non era conosciuta dai militanti. Dopo lo scoppio della guerra e l'aggressione alla Russia, i dubbi sollevati dal patto Molotov-Ribentropp sono accantonati e per molti, anche non comunisti, anche di quelli che non avevano già il mito dell'URSS, la Russia era Stalingrado. Certo forse i russi avrebbero combattuto da leoni anche senza il comunismo per difendere la loro patria,come avevano fatto contro Napoleone, ma adesso la Russia era socialista e il suo capo era Stalin. Nella lotta partigiana tra l'8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945 i comunisti, grazie al loro ruolo preponderante, conquistano l'egemonia politica in Emilia Romagna , a cui seguirà poi quella elettorale. Nelle elezioni politiche del 1946 in provincia di Reggio il PCI ottiene il 45% dei voti e il PSIUP il 26%. Il 71% degli elettori votano per i partiti che si richiamano al socialismo. In una provincia con 250.000 maggiorenni, pochi mesi dopo la Liberazione il PCI ha già 45.000 iscritti, il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria 8.500, l'Unione Donne Italiane 25.000, il Fronte della Gioventù 25.000. Gramsci aveva elaborato una teoria dell'egemonia secondo la quale un gruppo sociale può anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo; dopo quando esercita il potere, diventa dominante, ma deve continuare ad essere dirigente. I comunisti dedicano grandi energie alla battaglia intellettuale e molti intellettuali sono con loro. C'è un grande impegno nello studio, si tengono molti corsi, lo studio della storia è un vero e proprio mito per il militante.

 

Per i comunisti, ma anche per molti socialisti e non solo, il mito dell'Unione Sovietica coincide con il senso del futuro.

 

Chi aveva una formazione marxista era profondamente permeato dalla concezione materialistica della storia, dalla sua spiegazione come evoluzione e sviluppo delle forze produttive. Dalla rivolta degli schiavi contro Roma, (uno dei primi libri che ho letto e che ho trovato nella biblioteca di mio padre è stato il romanzo marxista Spartacus, di Howard Fast) al feudalesimo, al capitalismo, alla rivoluzione francese che era considerata una tappa fondamentale nello sviluppo dell'umanità, forte era la concezione che la storia avesse un senso, una spiegazione sulla base dello sviluppo delle forze produttive, e che questo sviluppo avrebbe portato al socialismo e poi al comunismo. Non dovete pensare che i principi del materialismo storico fossero patrimonio solo di un ristretto gruppo di intellettuali; si studiavano i testi marxisti nelle sezioni, si tenevano coesi serali sulla rivoluzione francese e russa. Certo non era e non sarebbe stato uno sviluppo lineare, sarebbero state necessarie molte lotte, ci sarebbero state vittorie e sconfitte, le asprezze della storia, ma la storia aveva un senso, una direzione, c'era una notevole dose di determinismo, anche se questo determinismo era attenuato in Italia dall'originale pensiero di Gramsci (i suoi Quaderni dal carcere saranno conosciuti però solo dopo la guerra) e di Labriola. È vero che c'era stato un dibattito teorico sul fatto che la rottura capitalista era avvenuta in un paese arretrato e non nei paesi dove le forze produttive erano più sviluppate (Trotzkij) secondo il canone marxista classico, ma ora un paese socialista c'era ed era immenso, e dopo la guerra erano diventati socialisti tutti i paesi dell'est europeo, e di lì a poco diviene socialista un altro immenso paese come la Cina. Paesi che si liberano dal colonialismo si volgono verso il socialismo (pensate cosa ha potuto rappresentare Cuba e Che Guevara per uno che era adolescente nei primi anni Sessanta). Tutto questo rafforza l'idea che c'è un senso della storia che va verso il socialismo, e l'URSS appunto coincide con il senso del futuro. Questo senso della storia, che la storia avesse un senso e che l'URSS, con tutte le critiche, i gravi dissensi, (espressi ad esempio dal PCI in occasione dell'invasione della Cecoslovacchia) ecc. andasse nel senso della storia è appartenuta alle due generazioni precedenti alla mia, quella di mio padre e di mio nonno, ma anche, in un certo senso, alla mia, almeno in quella parte grande che si riconosceva nel PCI di Berlinguer. Ripeto, non il mito dell'Unione Sovietica in quanto tale, ma il mito di una direzione storica verso il socialismo, di cui l'URSS era una tappa, per quanto piena di limiti e contraddizioni. Dopo il colpo gravissimo dell'invasione della Cecoslovacchia non c'era più nessuna illusione verso la dirigenza sovietica, (anche se bisogna ricordare che la mia generazione è stata la generazione del Vietnam, e nel Vietnam gli americani bombardavano e massacravano, mentre i russi e i cinesi li aiutavano) ma la speranza di una evoluzione democratica, democratica in senso socialista, di quelle società, sopravviveva nella attesa di un Dubcek russo. Quando venne Gorbaciov (di cui negli ambienti del PCI si parlava bene, perché venuto a Roma ai funerali di Berlinguer a capo di una delegazione di basso livello, allora non era nel Politburò, in un momento in cui i rapporti tra il PCI e il PCUS erano al loro minimo storico, aveva fatto un'ottima impressione) parve a molti, comunque parve a me, che fosse giunto l'uomo della provvidenza, di una provvidenza beninteso laica.

 

Scrive Engels in una lettera del 1894:

Qui è il momento di trattare la questione dei cosiddetti grandi uomini. Il fatto che il tale uomo, e precisamente egli, sia sorto in quel momento determinato, in quel determinato paese, è naturalmente dovuto a puro caso. Ma sopprimiamo quest'uomo, e vi sarà domanda di un succedaneo; e questo succedaneo si troverà, bene o male, ma a lungo andare si troverà. Che proprio Napoleone, questo corso, sia stato il dittatore reso necessario dal fatto che la Repubblica Francese era stremata dalle proprie guerre, è stato un caso, ma che in assenza di un Napoleone, un altro ne avrebbe preso il posto, è provato dal fatto che ogni volta ch'è stato necessario un uomo sempre lo si è trovato: Cesare, Augusto, Cromwell, ecc.[2]

Nessuno si immaginava il collasso dell'URSS, il ritorno ad un capitalismo selvaggio, l'economia e il potere nelle mani degli oligarchi. Privatizzazioni? La parola non esisteva nei vocabolari in occidente prima della Tatcher. Vendere le fabbriche sovietiche, privatizzarle? A chi? Prima che non giusto, assurdo, appariva inimmaginabile, non c'era nessuna idea di come si potesse fare. Oggi più che Marx e il materialismo storico per interpretare la storia appare più adatta, ma forse appare solo, la teoria dei corsi e dei ricorsi storici di Giovan Battista Vico; però lasciatemi dire che se torneremo ai tempi di Maria Antonietta (credo sia stato Fitoussi a fare questa previsione), torneranno anche i tempi della rivoluzione francese.

 

 

Il mito dell'URSS in Italia dopo la Liberazione si sposa con la convinzione, soprattutto nell'Emilia Romagna, che il socialismo fosse vicinissimo.

 

Nel libro citato c'è la testimonianza di una dirigente socialista Lidia Greci (socialista, si badi bene, non comunista, ma fino al 1956 e all'invasione dell'Ungheria il mito dell'Unione Sovietica era in sostanza condiviso) che dice

Ormai nel 1949 si aveva l'impressione che il socialismo fosse a portata di mano. Si diceva: adesso facciamo questi lavori qui e poi dopo, quando ci sarà il socialismo con le comunità agricole ci vorranno dentro la maestra, il tecnico dell'agricoltura, l'architetto per fare le case, per sistemare praticamente queste comunità tipo kolkoz, al cui interno si svolgeva tutto.

Posso citare un altro episodio emblematico tratto dalla storia della mia famiglia. Dopo la guerra mio padre diventa funzionario del Partito Comunista, un rivoluzionario di professione come si diceva allora. La retribuzione era scarsa e discontinua e non venivano versati i contributi previdenziali, per la pensione. Dopo un po' mio padre propone di versare i contributi previdenziali, ma viene criticato per la sua scarsa fiducia; gli viene risposto che non deve preoccuparsi per la sua lontana pensione perché di lì a poco l'Italia sarebbe diventata socialista e il socialismo avrebbe assicurato la pensione a tutti. Dopo venti anni il Parlamento approverà una sanatoria previdenziale per i dipendenti dei partiti che rischiavano di rimanere senza pensione. L'ideale di costruire il socialismo era interpretato anche in senso letterale, pratico, di costruire con le mani. Quale fosse il clima di fervore, di entusiasmo seguito alla Liberazione è reso bene da quest'altro episodio emblematico. Pochi giorni dopo la Liberazione giunge in città la notizia che gli abitanti di una piccola frazione distante una decina di chilometri, Villa Cella, si erano messi a pulire mattoni dalle macerie di edifici bombardati per costruirsi l'Asilo del Popolo. Un giovane maestro e giornalista Loris Malaguzzi,viene inviato in bicicletta a verificare la notizia poco credibile e rimane impressionato da quello che vede. Accolto con una certa diffidenza, per via della riga nei capelli e delle scarpe basse da cittadino, scriverà poi:

I miei poveri schemi erano tutti ridicolmente sconvolti:che costruire una scuola potesse venire in mente alla gente del popolo, donne, braccianti, operai, contadini era già un fatto traumatico: che poi quella stessa gente senza soldi, senza uffici tecnici, autorizzazioni e consigli di direttori, ispettori scolastici e capipartito, lavorando di braccia mattone su mattone costruisse l'edificio era il secondo paradosso. Ma trauma o paradosso la cosa era semplicemente vera e mi piaceva, mi esaltava, rovesciava logiche e pregiudizi... Capivo che l'impossibile era una categoria da rivedere. E dalla sua ci stavano la fine della guerra, la lotta partigiana, la Liberazione, la primavera di maggio, le coscienze rinnovate, le speranze.

(Loris Malaguzzi diventerà poi l'ideatore di un metodo didattico per i bambini delle Scuole comunali dell'infanzia e degli Asili nido che ha reso le scuole di Reggio famose nel mondo. Oggi una apposita fondazione Reggio Children, si occupa della gestione degli innumerevoli rapporti internazionali con pedagogisti e insegnanti di tutto il mondo). Dopo la guerra molti giovani partigiani erano senza lavoro e c'erano anche molti orfani. L'Associazione Nazionale Partigiani pensa di dare vita ad un convitto-scuola dove si insegnasse un mestiere, mentre si forniva un tetto e da mangiare, cosa già di per sé molto utile. Viene individuata una grande villa di un agrario con molti terreni intorno e si dà vita alla scuola con due obiettivi: creare tecnici e capi cantiere per le cooperative di costruzione e tecnici per i centri di macchine agricole, le così dette stazioni per le macchine agricole, nell'ottica della gestione collettiva, cooperativa delle terre. Non posso qui dare conto in modo completo di questa straordinaria esperienza; dirò solo che di questi Convitti Rinascita ne sorsero diversi nel Nord, ebbero migliaia di partecipanti e durarono una decina d'anni. L'insegnamento era molto pratico,ma non mancava l'insegnamento teorico. C'era un corso di economia politica tenuto da Giuseppe Soncini il cui testo base era l'Enciclopedia della Accademia delle Scienze dell'URSS. (Molti anni dopoGiuseppe Soncini come presidente dell'Ospedale e Assessore in Comune applicherà i concetti di internazionalismo proletario ospitando a Reggio e facendo curare i capi della lotta di liberazione dell'Angola e inviando navi cariche di aiuti). Il 13 aprile del 1950 giunse a Reggio un treno con una spedizione di macchinari agricoli, destinata alle cooperative del meridione, dono dell'Unione Sovietica. I trattori venivano inviati dall'URSS a Reggio per essere rettificati e adattati ai terreni italiani e gli allievi del convitto Rinascita furono incaricati del lavoro. Le testimonianze delle scene di entusiasmo che si verificarono in quei giorni danno conto più di tanti discorsi di cos'era il mito dell'URSS. La città di Reggio contava allora 106.000 abitanti; l'intera provincia 390.000. Ebbene quando i 20 enormi trattori Kirovez con aratri a tre vomeri furono scaricati dai treni e si avviarono verso la sede del convitto, distante cinque sei chilometri, furono seguiti da una folla di 100.000 persone giunte da ogni dove a vedere, a toccare. I sovietici regalarono anche un trattore ad una grande cooperativa reggiana, la Biliana (che c'è ancora). Un testimone dice: Lo toccavano tutti, come - diciamo così - un'opera di Michelangelo... Ad accrescere lo straordinario valore simbolico del regalo contribuì anche il fatto che il trattore fu utilizzato nei campi circostanti la casa Cervi, la famiglia che aveva avuto fucilati dai fascisti sette fratelli, e che era il simbolo della Resistenza reggiana e italiana. Nulla toglie al significato politico della vicenda il fatto che poi questi enormi trattori, concepiti per le immense distese pianeggianti della steppa, fossero sostanzialmente inutilizzabili in meridione, dove furono ben presto abbandonati. (Sia detto en passant: i tecnici usciti dal convitto hanno contribuito a fare della distretto tra Reggio e Modena la capitale mondiale della piccola meccanizzazione agricola, uno dei cardini del modello emiliano) In condizioni molto diverse, spirito di fratellanza vive ancora se in questi giorni i cittadini di Correggio hanno regalato un trattore Landini ad una cooperativa siciliana sorta su terreni sequestrati alla mafia). L'internazionalismo proletario con i paesi dell'est è fatto anche di molti funzionari di Partito emiliani che frequentano corsi a Mosca, o di brigate di lavoro di ragazzi e ragazze che nel 1948 fanno una esperienza da stacanovisti in Bulgaria, e di operai della cooperazione che vanno a costruire case a Varsavia. Una tappa fondamentale,a mio parere, nel delineare il rapporto tra il mito dell'URSS, l'obiettivo della via italiana al socialismo e la costruzione concreta di quello che sarà poi chiamato il modello emiliano è il discorso tenuto da Togliatti a Reggio nel 1946. Il 24 settembre 1946 Togliatti viene a Reggio a concludere la Conferenza di organizzazione del PCI e pronuncia un discorso molto importante, molto impegnato anche sul piano teorico, dal titolo, che verrà poi pubblicato con i titolo Ceto medio ed Emilia rossa[3] nel quale a mio parere vengono gettate le basi teoriche di quella politica che porterà alla costruzione del modello emiliano. Non voglio rubare spazio ai relatori che si occuperanno specificamente di questo tema. Dirò soltanto che Togliatti, memore del fatto, di cui parla a lungo nel discorso, che la sconfitta del movimento riformista emiliano era stata causata essenzialmente dalla rottura tra i braccianti socialisti organizzati e di tendenza collettivista e i gruppi intermedi della campagna e della città e che questa rottura fu all'origine del fascismo, delinea una politica di riforme graduali e una politica delle alleanze per cui, ferma restando la difesa intransigente dei diritti dei lavoratori dipendenti (operai e braccianti), viene offerta una alleanza verso la piccola e media impresa i cui interessi vengono concepiti come distinti e contrapposti a quelli della grande impresa monopolistica e capitalistica. Da questa impostazione derivarono poi le politiche riformiste delle Amministrazioni di sinistra, dei sindacati, della cooperazione, fatte di asili, di scuole, di colonie,di sanità pubblica, ma anche di aree attrezzate a prezzo calmierato per le piccole e medi e imprese, di metanizzazione, ecc. di grandi cooperative, ecc. A questo proposito voglio citare altre due testimonianze secondo me emblematiche, che rendono molto bene il rapporto tra il mito dell'URSS e la pratica riformista emiliana. Dice un comunista di un piccolo paese della bassa tra i più miserabili dopo la guerra:

Questo insegnamento, questa luce che ci veniva dall'Unione Sovietica, queste speranze noi le abbiamo tramutate in attività ...siamo stati dei realizzatori ....Ho parlato degli asili, ma abbiamo fatto uno sforzo anche perché poi Luzzara diventasse un paese industriale.

Claudio Truffi, che è diventato uno dei Segretari nazionali della CGIL, dice:

Insomma, se noi siamo lì uno dei partiti più forti d'Italia e del mondo, se abbiamo come retroterra uno sviluppatissimo movimento cooperativo, un sindacato che organizza tutti i lavoratori, una struttura di Enti Locali che veramente è stata una scuola di democrazia e secondo me anche la base dello sviluppo economico articolato che abbiamo avuto nella provincia di Reggio (come in quella di Modena, ecc.); di fronte a questo fatto, di aver realizzato - lo dico in senso positivo e non negativo - una specie di Svezia. Lo dico in senso positivo perché tutte queste cose sono state duramente conquistate negli anni della guerra fredda.

Fate attenzione: dice "lo dico in senso positivo e non negativo, mette le mani avanti, perché fino alla fine degli anni Sessanta richiamarsi alla Svezia, alle politiche socialdemocratiche, era politicamente pericoloso. Il PCI faceva ancora parte, seppure in modo critico, del movimento comunista internazionale,e i rapporti con i partiti socialdemocratici e con l'Internazionale Socialista si svilupperanno negli anni Settanta con Olaf Palme e con Brant.

Quindi a mio parere la sintesi è questa: mentre si teneva fermo l'obiettivo del Socialismo e della società senza classi e accesa la luce dell'URSS, si costruiva in Emilia una società socialdemocratica, pur non conoscendo bene cosa fossero le socialdemocrazie del nord, anzi criticandole sul piano teorico e ideologico. Il PCI non fece mai una sua Bad Godesberg.

La relazione finisce qui, ma consentitemi una citazione conclusiva. L'URSS è crollata e sotto le sue macerie sembrano rimasti sepolti anche gli ideali marxisti del socialismo. Si trattava di un regime repressivo e nella sua costruzione sono stati pagati prezzi umani altissimi. Oggi nel mondo impera il turbo capitalismo alla Luttwak, il Papa nella sua enciclica Spe Salvi attacca l'illuminismo e nessuno, almeno in Italia, osa criticarlo, ma non siamo alla fine della storia, checchè ne dica Francis Fukuyama. La citazione è di Kant[4]. Si riferisce alla Rivoluzione francese, ma si può utlizzare anche per quella sovietica. È uno scritto del 1798, uno dei suoi ultimi. Ha settantaquattro anni e torna a riflettere sulla Rivoluzione Francese e sul quesito centrale della sua riflessione: se il genere umano sia in costante progresso verso il meglio. La ghigliottina e il Terrore ci sono già stati. Scrive nel Conflitto delle facoltà:

La rivoluzione di un popolo di ricca spiritualità quale noi l'abbiamo vista compiersi ai nostri giorni, può riuscire o fallire; può essere talmente colma di miseria e crudeltà che un uomo benpensante, anche se potesse sperare di intraprenderla con successo una seconda volta, non si deciderebbe a tentare l'esperimento a tale prezzo: eppure questa rivoluzione trova negli spiriti di tutti gli spettatori [...] una partecipazione d'aspirazioni che rasenta l'entusiasmo [...] Un tale fenomeno nella storia dell'umanità non si dimentica più, poiché ha rivelato nella natura umana una disposizione e un potere verso il meglio tali che nessun uomo politico avrebbe potuto dedurli dal corso delle cose fino ad allora [...] Ma anche se il fine prefisso in questo avvenimento oggi non venisse raggiunto, anche se la rivoluzione o la riforma della costituzione di un popolo dovessero in ultimo fallire, oppure se dopo una certa durata di quella rivoluzione o riforma tutto venisse ricondotto all'antico corso [...] questa previsione filosofica non perderebbe nulla della propria forza . Quell'avvenimento è troppo grande, troppo intimamente connesso all'interesse dell'umanità e troppo esteso, nella sua influenza, a tutte le parti del mondo, perché in qualsiasi ricorrere di circostanze favorevoli esso non debba ritornare nella memoria dei popoli e non debba essere ridestato allo scopo di ripetere tentativi del genere.

Note

[1]Marco Fincardi, C'era una volta il mondo nuovo. La metafora sovietica nello sviluppo emiliano, Carrocci editore, settembre 2007.

[2]Marx-Engels, Sul materialismo storico, Edizioni Rinascita, 1949. Lettera di Engels a Heinz Starkenburg, da Londra il 25 gennaio 1894; pag.87.

[3]Palmiro Togliatti, Ceto medio ed Emilia rossa, Edizioni La Lotta, Bologna, marzo 1953.

[4]Immanuel Kant, Scritti di storia, politica e diritto, a cura di Filippo Gonnelli, Editori Laterza, 1995.

Pour citer cette ressource :

Enzo Grappi, "Il mito dell'URSS nello sviluppo emiliano", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), juillet 2008. Consulté le 24/10/2018. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/civilisation/il-mito-dell-urss-nello-sviluppo-emiliano