Vous êtes ici : Accueil / Civilisation / XXe - XXIe / Les mouvements des femmes / Il femminismo italiano negli anni Settanta

Il femminismo italiano negli anni Settanta

Par Maurizia Morini : Lectrice d'italien MAE et historienne - ENS de Lyon
Publié par Damien Prévost le 17/05/2007
Il femminismo latente dei primi anni Settanta - il separatismo e l'azione nel sociale - il 1974 - i corsi monografici delle 150 ore - i coordinamenti nel sindacato - i temi legati al corpo - le riviste - le case delle donne - l'esaurimento di un progetto collettivo.

Il femminismo latente dei primi anni Settanta - il separatismo e l'azione nel sociale - il 1974 - i corsi monografici delle 150 ore - i coordinamenti nel sindacato - i temi legati al corpo - le riviste - le case delle donne - l'esaurimento di un progetto collettivo

Nei primi anni Settanta i gruppi femministi si danno una struttura che si può definire a reticolo, maculata e in parte sommersa, come latente. Una tipologia analizzata a fondo e che riguarda anche altri movimenti, le cui modalità sono ben sintetizzate in questo modo: le singole cellule vivono una vita propria, autonoma dal resto del movimento, pur mantenendo una serie di legami attraverso la circolazione di informazioni e di persone. Questi legami diventano espliciti solo in occasione di mobilitazioni collettive su problemi intorno ai quali la rete latente viene in superficie per poi reimmergersi nuovamente nel tessuto del quotidiano.[1] Schematizzando si può dire che due categorie riassumono il pullulare di incontri, letture, riflessioni, manifestazioni: l'azione nel sociale, quando gruppi di donne lavorano per le donne, e la pratica dell'autocoscienza, donne che compiono un lavoro su se stesse. Nel primo caso, per questo tipo di militanza sociale, all'azione politica si può affiancare la pratica del separatismo ma essenziale rimane il cambiamento degli ambiti socio-economici; nel secondo percorso con l'autoriflessione sul proprio ruolo nella famiglia, nel lavoro, nella maternità si inizia a cambiare se stesse per ridefinire i ruoli sociali. Il 1974 è riconosciuto come un anno determinante nella storia delle donne in quel decennio: innanzitutto una grande e partecipata mobilitazione per il referendum abrogativo sul divorzio, poi alla fine dello stesso anno una significativa manifestazione di gruppi femministi e dell'UDI (l'organizzazione storica delle donne della sinistra) per il diritto di famiglia, nuova proposta di legge in discussione in Parlamento. Inoltre il primo grande convegno nazionale femminista a Pinarella di Cervia, con la partecipazione di circa 700 donne da tutta Italia; un incontro che mostrava la consistenza e l'importanza del Movimento che si poneva al contempo la questione delle prospettive. La pratica dell'autocoscienza, uno dei temi centrali del dibattito, inizia a mostrare i suoi limiti ed emerge forte l'esigenza di confrontarsi con l'esterno, con le altre donne, con le istituzioni, con la società maschile. Il cambiamento appare significativo anche in senso inverso, dal 1974-75 in poi c'è una svolta fondamentale, l'insieme della società esterna comincerà a richiedere e provocare un cambiamento di rapporto con i gruppi femministi, partiti politici e mass-media cominciano a interagire in una maniera più attiva e il femminismo fa il grande salto in avanti: manifestazioni di massa, sedi pubbliche del movimento, librerie delle donne.[2] E ancora di più, il dibattito e la mobilitazione per la depenalizzazione dell'aborto pone fortemente l'attenzione su altri temi fondanti l'identità femminile, vale a dire la procreazione, gli anticoncezionali, il corpo, la salute.[3] Il corpo femminile è in un certo senso veicolo di somiglianza di e per le donne, le stesse differenze culturali e sociali, almeno in questa fase, sono messe in secondo piano. Ritroviamo segni di questo nell'attivazione di una nuova esperienza iniziata alla metà del decennio: i corsi monografici delle 150 ore realizzati nell'ambito del diritto allo studio per i lavoratori. Questi corsi ruotano attorno ai contenuti dell'esperienza delle donne cioè la condizione lavorativa, familiare, la salute e nello stesso tempo diventano luogo di incontro fra donne separate in precedenza da differenze culturali e sociali. Lo scambio è nelle due direzioni, le docenti sono alla ricerca di una professionalità che esprime anche scelta politica, le corsiste vogliono capire meglio e dotarsi di strumenti culturali per tentare di cambiare un percorso di vita segnato. I corsi 150 ore toccano l'istituzione sindacale, organizzazione che insieme ai partiti della sinistra storica sembrava fino a quegli anni impermeabile a ciò che il femminismo metteva in evidenza. Le donne che militavano in questi organismi in parte li abbandonano, in parte cercano di introdurre temi e analisi relativi alla specificità femminile. È solo dopo la metà degli anni Settanta che all'interno di queste organizzazioni politiche le donne trovano legittimità e spazi autonomi nella costituzione di Commissioni, Coordinamenti femminili e nel sindacato Coordinamenti intercategoriali delle delegate e poi Intercategoriale donne. I gruppi autonomi di donne nel sindacato non sempre incontravano il consenso della dirigenza maschile, tanto che in un primo tempo la struttura sindacale ha osteggiato la costituzione dei gruppi. Quando non apertamente ostile, è stata guardinga. L'aspetto che desta maggiori tensioni e sospetti è quello del separatismo.[4] Si tratta di un altro tema con cui il femminismo ha dovuto fare i conti: il confronto/scontro con le istituzioni e il potere maschile espresso nei partiti, nelle amministrazioni locali, in Parlamento. Le posizioni delle femministe non furono univoche e nelle occasioni di discussione di proposte di leggi che toccavano più direttamente la vita delle donne, parte del Movimento assunse una posizione di contrattualità pensando in questo modo di ottenere maggiormente e parte rifiutò a priori di avvallare logiche di potere maschile estranee per definizione al riconoscimento della differenza. Un altro segnale della visibilità del movimento femminista negli anni 1975-76 è rappresentato da elaborazioni intellettuali come la pubblicazione di riviste (citiamo Differenze, Rosa, DWF, Sottosopra), la creazione di Librerie delle donne a Milano, Bologna, Torino, i Centri di documentazione donna, le Case della donna, corsi inerenti tematiche femministe nelle Università: spazi al femminile, luoghi di donne per le donne. Tuttavia gli ultimi anni del decennio vedono l'esaurirsi del femminismo come movimento di massa; già nell'ultimo convegno nazionale a Paestum nel dicembre 1976 su "Corpo e sessualità", emergono differenze di linguaggi, di esperienze anche conflitti e lacerazioni interne. Pure l'approvazione della legge sull'interruzione volontaria della gravidanza, nel giugno del 1978, mette in evidenza una caduta di tensione collettiva e una relativa crisi di capacità di mobilitazione e di militanza. La pratica dell'autocoscienza si è esaurita e oltre alla scoperta delle diversità fra donne, diventa difficile gestire tali differenze, emergono tensioni che portano allo scioglimento di parecchi gruppi, e le donne che li avevano frequentati si disperdono. A livello diffuso, ampia era la sensazione che i problemi femminili più urgenti fossero stati risolti e che non fossero più indispensabili posizioni agguerrite ed estreme e dopo il 1978-79 si abbandona l'illusione che il progetto individuale potesse coincidere con quello collettivo. Nello stesso tempo si apre un processo che possiamo indicare col termine di femminismo diffuso, intendendo con ciò la penetrazione in una pluralità di strati e situazioni sociali di tematiche quali il diritto dell'esistenza della donna come persona in quanto persona, la rivendicazione di spazi di autonomia, una maggiore consapevolezza di sé.[5] Non si sta parlando di fine o sconfitta, quanto di trasformazione verso gli anni Ottanta in forme di femminismo nuove e diversificate rispetto al decennio precedente.

[1] A. Melucci, L'invenzione del presente, Bologna, Il Mulino, 1982: 162 [2] P. Di Cori, Il movimento cresce e sceglie l'autonomia in Esperienza storica femminile nell'età moderna e contemporanea, parte seconda, Unione Donne Italiane, Circolo La Goccia , Roma, 1989: 112. [3] Sulle cosiddette battaglie storiche (divorzio, diritto di famiglia, consultori familiari, interruzione volontaria di gravidanza) si vedano i link correlati. [4] F. Bocchio e A.Torchi, L'acqua in gabbia, Roma, La Salamandra, 1979: 25. [5] A. R. Calabrò e L. Grasso (a cura di), Dal movimento femminista al movimento diffuso, Milano, Angeli, 1985: 146.

Pour citer cette ressource :

Maurizia Morini, "Il femminismo italiano negli anni Settanta", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), mai 2007. Consulté le 21/11/2018. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/civilisation/xxe-xxie/le-mouvement-des-femmes/il-femminismo-italiano-negli-anni-settanta