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Dossier sur «Pinocchio» de Matteo Garrone (2020)

Par Serena Mercuri : Auditrice de Master - ENS de Lyon , Alison Carton-Vincent : Agrégée d'italien, docteure en Etudes romanes - ENS de Lyon
Publié par Alison Carton-Kozak le 27/05/2020
Sorti en décembre 2019 en Italie et en mai 2020 en France, ((Pinocchio)) de Matteo Garrone est une adaptation de l'oeuvre de Carlo Collodi ((Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino)). La Clé des langues propose une chronique ciné du film ainsi qu'un dossier répertoriant les principales ressources pour travailler sur ((Pinocchio)) en classe.

 

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Chronique Ciné du film, par Serena Mercuri

Tutti conosciamo la favola di Pinocchio, il burattino disobbediente figlio di Geppetto che sogna di diventare un ragazzo vero, salvo poi allontanarsi dal suo sogno e dalla sua umanità attraverso tutta una serie di vicissitudini. Pinocchio è l’amico di infanzia di ogni italiano, la prima magia a spronare e ad arricchire la nostra fantasia, quella favola che suggerisce una prima ingenua direzione alla nostra morale. Pinocchio sorprende i più piccoli e commuove i più grandi: l’immagine della sua storia si conserva all’interno delle nostre memorie ma muta nel tempo; così, se da bambini Pinocchio è stupore, da adulti è un insegnamento e da anziani diviene motivo di conforto. Quel burattino è dunque in ognuno di noi, ed è ognuno di noi in tutti quei momenti in cui rifuggiamo dall’ordine e vi facciamo ritorno dopo aver sperimentato le conseguenze delle nostre azioni: perché come Pinocchio, l’uomo ha bisogno di sperimentare per acquisire familiarità con le cose del mondo, con le situazioni giuste e quelle sbagliate: Pinocchio è buono sin dall’inizio, ma non lo sa, perché non ha conoscenza e non ha costruito ancora una sua dimensione etica. Lo scopo del cinema è anche questo: quello di fare bene all’anima riflettendo sulle diverse occasioni della vita e orientando così in una qualche misura le nostre scelte, per dirigerle (anche se non sempre) verso il “migliore dei mondi possibili”. Anche il sacrificio di Geppetto diventa in quest’ottica il sacrificio di ogni genitore, che ama, che crede al proprio figlio e nel proprio figlio, che soffre, che spera e che alla fine, come in ogni romanzo di formazione, viene ripagato, secondo una funzione per cui al bene e al sacrificio corrisponde sempre una qualche forma di gioia e di soddisfazione. Così, ne Le avventure di Pinocchio di Luigi Comencini (1972), Nino Manfredi che interpreta icasticamente il ruolo di Geppetto, dunque quello di un uomo logorato dal tempo, dalle vicende, dai dispiaceri e dalla miseria, cattura per sempre lo sguardo dello spettatore in una rete di eterna compassione verso questo personaggio le cui azioni sono così profondamente rivolte al bene. 

Dopo l’adattamento cinematografico di Roberto Benigni nel 2002, a raccontarci la storia di Pinocchio è oggi Matteo Garrone. Nato a Roma negli anni ’60, produttore di film quali L’imbalsamatore (2002), Gomorra (2008) e Dogman (2018), vincitore di ben cinque European Film Awards, sette David di Donatello e del Grand Prix a Cannes, con Pinocchio, uscito nelle sale cinematografiche italiane il 19 dicembre 2019, Garrone dà vita ad un esperimento straordinario, pluripremiato (miglior scenografo, miglior truccatore, miglior costumista, miglior acconciatore e migliori effetti speciali visivi all’edizione 2020 del David di Donatello), di ritorno alla tradizione in epoca moderna. 

Molto diverso dal Pinocchio di Comencini, che puntava più sul pathos delle scene, sulla loro potenza drammatica, sull’effetto un po’ nostalgico e malinconico di alcuni passaggi, e altrettanto diverso dal tentativo di Benigni che riempie la scenografia di oggetti, di colori, di allegria, di umorismo, quello di Garrone è un Pinocchio completamente nuovo e come tutte le novità, non immune alle più severe critiche. Nella sua ricerca della medietas, della giusta misura, dell’equilibrio perfetto, Garrone procede a passo lentissimo, quasi a voler permettere allo spettatore di immergersi completamente nei paesaggi, per godersi una magnifica passeggiata tra le campagne toscane e pugliesi, scelte dal regista come ambientazione. E i paesaggi di Garrone sono ricercatissimi: se si procede talvolta a passo lento è proprio per permettere allo spettatore di coglierne il profondo senso estetico nascosto in ogni minimo dettaglio. Accusato di aver realizzato un film “lento, monotono, a tratti noioso”, in realtà, il regista, attraverso un ritorno al cinema “alla vecchia maniera”, allontana lo spettatore dal rumore e dal caos della frenetica vita moderna, realizzando una scenografia essenziale, spoglia, con pochi personaggi, comparse ridotte al minimo, colonne sonore molto sobrie e un brusìo di sottofondo pressoché inesistente. Ed è in questa essenzialità che ogni singola cosa ritrova il suo giusto valore.

Messa in scena in un secolo tendente sempre più a “virtualizzare” realtà ed esistenza, la ricerca di umanità da parte di Pinocchio permette a Garrone di esaltare la ricchezza nascosta nelle cose vere, semplici, davvero importanti ed essenziali, essenza di un’umanità che si rivela ciò che davvero conta, come testimonia l’immagine del Pinocchio ormai bambino che corre finalmente libero nei campi, per la prima volta davvero felice grazie alla conquista della sua umanità. La felicità risiede dunque per Garrone, in una prospettiva di completo distacco dal trionfo moderno dei beni-materiali, nella conquista dell’umanità da parte del protagonista e non, come potremmo pensare, nella risoluzione della condizione di miseria in cui riversa Geppetto. 

Garrone rinuncia quasi totalmente agli effetti speciali, pur non rinunciando alla magia caratteristica della favola; la magia del Pinocchio di Garrone risiede nella sofisticata ricerca estetica del regista, nell’attenzione al dettaglio, nel trucco dei personaggi, nell’armonia dei paesaggi della provincia italiana, nei colori mai casuali, mai eccessivi, tutti elementi che fanno del film un racconto per immagini; Garrone infatti, seppur fedelissimo al testo di Collodi, affida ben poco alla parola: fatta eccezione per Geppetto, i suoi personaggi parlano pochissimo, protagonista compreso. Si tratta di personaggi particolarmente espressivi, che non hanno bisogno di copioni lunghi per comunicare. Ma soprattutto, Garrone lascia parlare la scenografia, creando, attraverso un raffinatissimo accostamento di elementi e colori, veri e propri quadri dove nulla è fuori posto e nulla è fuori luogo. Ciò che colpisce è il realismo delle immagini anche quando lo spettatore si aspetterebbe tutt’altro che delle sequenze realistiche. Attraverso questo realismo Garrone fa sprofondare lo spettatore nella vita miserabile, estremamente povera ed infelice dei personaggi, alternando immagini di profonda tenerezza che riscaldano l’animo a immagini gelide, cupe, che non rinunciano alla componente macabra. 

C’è chi tra il pubblico reclama un ritorno alle emozioni autentiche. Alcuni hanno persino affermato di essere usciti dalla sala completamente indifferenti. Ma perché apparentemente l’esperimento di Garrone non commuove? Sicuramente è un film che fa della tecnica il suo ponte forte, lasciando cadere un po’ in secondo piano il lato più puramente romantico e rinunciando alle atmosfere più platealmente suggestive. Inoltre, per riuscire davvero a cogliere il lato profondamente emotivo del film, è inevitabile comprendere chi sia il vero protagonista di questo adattamento cinematografico e concentrarsi totalmente su di esso, anche quando non è presente sulla scena. A dispetto del titolo, il vero eroe di Garrone è infatti Geppetto, interpretato da Roberto Benigni. Si tratta di un Benigni molto diverso da quello che siamo abituati a vedere, che quasi confonde; inoltre, Benigni, prima di essere Geppetto, è stato innanzitutto Pinocchio e un Pinocchio che difficilmente si dimentica, un Pinocchio letteralmente da favola, che soddisfaceva pienamente la nostra immaginazione. È molto probabile – per non dire certo - che nello spettatore il ricordo del Benigni nelle vesti di Pinocchio sia ancora troppo vivo. È per tale ragione che forse si ha una certa difficoltà a concentrarsi completamente sul nuovo ruolo, e a gustare profondamente un Benigni che si mostra nelle vesti di Geppetto in tutta la delicatezza e la pacatezza di un personaggio estremamente solo, consumato dalla povertà, ma rispettato, onesto e dignitoso. Ed è in Geppetto che Garrone concentra tutto lo slancio emotivo, scommettendo su un unico personaggio. Geppetto è dunque il personaggio che più emoziona nella sua estrema tenerezza di padre, pronto col suo amore incondizionato a sacrificare ogni cosa per il proprio figlio. 

La critica ha inoltre sottolineato la sconnessione tra alcune scene, che appaiono, ad uno sguardo superficiale, slegate tra loro, non sottomesse ai vincoli di causa-effetto. Il regista in realtà punta poco sulla trama, dando per scontato che la vicenda sia nota a tutti. Alcune scelte relative ai personaggi sono inoltre strettamente connesse a quelle di Carlo Collodi: scrupolosissimo si rivela il lavoro filologico di Garrone sul testo dell’autore a chiunque ne abbia un’adeguata padronanza; per tale ragione è bene che lo spettatore proceda, prima della visione del film, ad una rilettura del testo originale. Senza una lettura del libro, si sarebbe portati a pensare ad esempio ad una cattiva interpretazione di alcuni personaggi: quella di Mangiafuoco apparirebbe finanche irrealistica: i suoi starnuti sono chiaramente artificiali, quasi infastidiscono lo spettatore e in generale la sua interpretazione disorienta un po’, anche perché si tratta di un grande attore di teatro quale Gigi Proietti e questo accentua maggiormente il contrasto. In realtà Mangiafuoco è uno dei personaggi più fedeli al testo di Collodi, che si concentra particolarmente sui suoi starnuti di commozione, ed è per questo che Garrone trova il modo, rendendoli palesemente artificiosi, per risaltarli. 

Pur essendo ispirato ad una favola e adatto dunque sia a bambini che adulti, il Pinocchio di Garrone non è assolutamente un film per bambini. A questi ultimi Garrone riserva la meraviglia e lo stupore derivanti da alcuni passaggi o dal realismo del trucco e dei costumi - come la scena del teatro dei burattini (per cui Garrone sceglie attori affetti da nanismo), i giochi con la fatina, il personaggio della lumaca o del tonno. Ma la sottilissima allusività del regista, come quella, in parte politica, ad una società in cui gli innocenti sono destinati alla prigione e i colpevoli vengono rilasciati, nella scena in cui Pinocchio viene arrestato e processato da un giudice-gorilla (uno dei personaggi più divertenti e più bizzarri del film), e ancora l’aspetto metamorfico di derivazione classica per cui la trasformazione è una punizione, conseguenza di un atteggiamento scorretto, di un errore (Pinocchio che da burattino si trasforma in asinello nel Paese dei Balocchi e che al contrario si trasforma in un bambino vero in seguito ad un comportamento buono e responsabile), gli aspetti più tecnici e la profondità di alcune immagini a cui abbiamo fatto riferimento in questa relazione, necessitano dell’occhio del cinefilo più attento. 

Pour aller plus loin

Pour citer cette ressource :

Serena Mercuri, Alison Carton-Vincent, "Dossier sur «Pinocchio» de Matteo Garrone (2020)", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), mai 2020. Consulté le 30/09/2020. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/arts/cinema/dossier-sur-pinocchio-de-matteo-garrone-2020