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Giorgio Fontana, «Morte di un uomo felice»

Par Maurizia Morini : Lectrice d'italien MAE et historienne - ENS de Lyon
Publié par Alison Carton-Vincent le 09/12/2014
Il romanzo del trentenne Giorgio Fontana completa idealmente il dittico con il suo precedente ((Per legge superiore)), riflettendo sulla giustizia, i suoi limiti e le sue possibilità. In ((Morte di un uomo felice)) il protagonista è un giovane magistrato – Giacomo Colnaghi – che indaga a Milano nel 1981 ed è parzialmente ispirato ad Emilio Alessandrini e Guido Galli, magistrati uccisi negli stessi anni da terroristi. Colnaghi è un idealista, ha un passato di militanza cattolica, una moglie, due figli che vivono in provincia e che lui raggiunge quasi sempre nei fine settimana. I rapporti con la famiglia, compresi quelli con la madre appaiono sofferti e distanti; frequenta due cari amici con cui condivide il calcio, gli incontri in osteria, la vita di periferia, i ricordi, gli scambi culturali.

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Giorgio Fontana è nato nel 1981 in provincia di Varese, è laureato in filosofia, ha vissuto a Montpellier, Dublino e nel Quebec; oggi vive a Milano.

Pur essendo giovane scrittore, ha già vinto numerosi Premi e ricevuto riconoscimenti ufficiali. Scrive per quotidiani e riviste sulle pagine dedicate alla cultura e alla letteratura.

Ha pubblicato: Buoni propositi, Mondadori, 2007; Novalis, Marsilio, 2008; Babele 56, Terre di Mezzo, 2008; La velocità del buio, Zona, 2011; Per legge superiore, Sellerio, 2011.

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Premio Campiello 2014, Premio Arturo Lauria 2014, in corso di traduzione in Francia.

Il romanzo del trentenne Giorgio Fontana completa idealmente il dittico con il suo precedente Per legge superiore, riflettendo sulla giustizia, i suoi limiti e le sue possibilità. In Morte di un uomo felice il protagonista è un giovane magistrato – Giacomo Colnaghi – che indaga a Milano nel 1981 ed è parzialmente ispirato ad Emilio Alessandrini e Guido Galli, magistrati uccisi negli stessi anni da terroristi.

Colnaghi è un idealista, ha un passato di militanza cattolica, una moglie, due figli che vivono in provincia e che lui raggiunge quasi sempre nei fine settimana. I rapporti con la famiglia, compresi quelli con la madre appaiono sofferti e distanti; frequenta due cari amici con cui condivide il calcio, gli incontri in osteria, la vita di periferia, i ricordi, gli scambi culturali.

Tuttavia le sue giornate scorrono perlopiù fra il Palazzo di giustizia e una stanzetta in affitto a Milano ed è il lavoro di inchiesta al centro del suo quotidiano. Sta indagando da tempo, con altri due inquirenti – un uomo e una donna – sulle attività di una nuova banda armata, responsabile dell'assassinio di un politico democristiano. Il dubbio e l'inquietudine “sono il suo pane quotidiano”; si interroga sulle ragioni della giustizia o per meglio dire sul “giusto”. Cosa è giusto fare per lo Stato, se è giusto sacrificare la famiglia e così di seguito dando un'impronta filosofica al senso della giustizia.

Riflette a lungo sulla lingua usata nelle lettere dai terroristi, sul motivo della violenza, di certe scelte, più che sul motivo del reato, sulle ragioni profonde, sul desiderio di trovare un senso a ciò che sta accadendo in Italia.

Dolorosa e delicata al tempo stesso è l'immagine descrittiva dei suoi pensieri, raffigurata come “un'edera del disagio”:

Più si addentrava nella caverna che lo portava agli autori dell'omicidio. di quello come di altri rileggendo carte, rivendicazioni, entrando nella testa di quei ragazzi, ascoltandoli, figurandosi ogni spostamento più scendeva negli abissi e più tutto si faceva sfumato, e benché le sue certezze fossero sempre solide come una muraglia, su quella muraglia cominciava a crescere l'edera del disagio: non la scalfiva, non la abbatteva: ma la colorava diversamente. (p. 70)

Il romanzo, pur molto lucido nel dispiegare gli eventi, non è piattamente lineare poiché alterna i capitoli sulle azioni e le riflessioni del magistrato Colnaghi con la storia del padre Ernesto, ucciso dai nazifascisti quando il figlio aveva pochi mesi.

Il padre partigiano ha inseguito lo stesso bisogno di verità del magistrato, quel desiderio di trovare un senso, una verità “nelle cose” che accadono attorno a sé. Anche a costo della vita!

Il gioco narrativo alterna passato-presente, le due storie procedono quasi in parallelo.

La famiglia cattolica conformista non ha mai perdonato il padre per la sua ribellione all'ordine; la cui fine eroica Colnaghi ha sempre voluto approfondire, quasi a trattenere quell'unica persona che ha forse amato davvero, anche senza conoscerla.

L'inchiesta del magistrato è complessa e articolata, tra interrogatori e appostamenti e andrà a buon fine, ma permane in lui il bisogno di immergersi nella condizione degli altri, dall'assassino che gli sta davanti, all'anziano ferroviere incontrato al bar. Durante l'interrogatorio con Meraviglia, il terrorista, non ci sono solo domande sull'assassinio ma la necessità di capire, sapere:

Quello che vorrei sapere da lei è perché un giovane uomo, figlio, a quanto ho saputo, di un geometra e di una bancaria, nato e cresciuto in un quartiere normale come i dintorni di Porta Venezia, debba diventare un omicida. Capisco le parole, anche le più brutte. Capisco la rabbia, capisco tutto. Non capisco questo. Me lo può spiegare? (p. 192)

Meraviglia fece un lungo, nervoso sospiro. Ha detto di volere capire, ma se vuole capire deve cominciare ad ammetterlo: non abbiamo cominciato noi. Ha cominciato lo Stato. Io non avrei nemmeno alzato un dito se non ci fossero stati anni, decenni di violenza da parte dei padroni. (p. 193)

Il magistrato replica facendo proposte, poiché non è la violenza la strada, è solo vendetta, e forse un po' ingenuamente afferma:

Parlando. Trovandoci a metà strada nei bar, nelle chiese, nelle piazze. Così forse finalmente ci si conosce, tutti insieme, e si capisce che siamo in tanti a volere un'altra Italia. (p.197)

Non è, non sarà così: il sostituto procuratore Giacomo Colnaghi il mattino del 29 luglio 1981, si sente chiamare e girandosi vede due uomini con il volto coperto da una sciarpa, i proiettili lo colpiranno uno dopo l'altro e “come un naufrago, lambì l'ultimo respiro e scese nelle acque della sua fine... non voleva morire... non voleva morire” (p. 256).

Ripensando al titolo del romanzo di Giorgio Fontana – Morte di un uomo felice – comprendiamo bene il significato del primo termine, abbiamo qualche dubbio sull'ultimo, certamente era un uomo solo.

 

Pour citer cette ressource :

Maurizia Morini, "Giorgio Fontana, «Morte di un uomo felice»", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), décembre 2014. Consulté le 16/09/2019. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/litterature/bibliotheque/giorgio-fontana-morte-di-un-uomo-felice