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A colpi di cuore. Storie del Sessantotto

Publié par Damien Prévost le 07/07/2009
Alcuni cenni sulla memoria, con cui il femminismo ha un legame fondativo unico fra i movimenti degli anni Sessanta e Settanta. Il tramite è l'autocoscienza, metodo conoscitivo e narrativo che vuole svelare «come sono andate realmente le cose», marcando la propria differenza rispetto alla storia...

Anna Bravo, historienne, autrefois professeur d'Histoire sociale à l'Université de Turin

Alcuni cenni sulla memoria, con cui il femminismo ha un legame fondativo unico fra i movimenti degli anni Sessanta e Settanta. Il tramite è l'autocoscienza, metodo conoscitivo e narrativo che vuole svelare «come sono andate realmente le cose», marcando la propria differenza rispetto alla storia. Molte e diverse le memorie, ma l'orizzonte di attesa pone alcuni problemi simili: la difficoltà di raccontare una vittoria vistosa ma parziale, senza svalutarla; di rendere avvincente una storia che l'etichetta del successo fa apparire conclusa; di sottrarsi all'«esame felicità»; di trovare un registro veritiero per dare conto dell'oppressione senza chiudersi nel ruolo della vittima, specie da quando il modo principale per avere voce è dichiararsi tale, in una gara a chi è più oppresso. Fra l'altro, nell'insistenza su questa figura è tacitamente all'opera una rappresentazione del sociale in termini di offensore-offeso, che sono paralleli a quelli amico-nemico e che non corrispondono affatto alle elaborazioni femministe di questi decenni.

Due temi mi sembrano particolarmente sensibili a queste caratteristiche della memoria. Il primo è l'amore. Sono soprattutto alcuni settori del femminismo e il movimento gay a fare dell'amore una costante politica e una spinta all'azione. Basta pensare all'autocosceinza, a pratiche come il self-help, alle case per le donne picchiate o abusate, a Noi e il nostro corpo, contromanuale su sessualità, maternità, salute, scritto da un collettivo di Boston e tradotto in tutto l'occidente. La stessa idea di sorellanza, pur con la sua vena di ugualitarismo ideologico, riflette il bisogno di amore e condivisione. Grazie a questa fisionomia, il femminismo è relativamente autonomo dai due grandi flussi amorosi - da occidente a oriente, da nord a sud - che caratterizzano i movimenti misti. Si concentra così sulle relazioni, sui nuovi rapporti uomo/donna e donna/donna, sottopone a un vaglio critico la «rivoluzione sessuale», espressione che copre realtà molto diverse. Ci sono unioni felici e collaborative, un nuovo vagabondaggio erotico femminile, ma non scompare la vecchia ideologia secondo cui la libertà delle donne si misura sul loro grado di disponibilità sessuale. Il «non puoi dirmi di no se mi ami veramente» si trasforma nel «non vorrai dirmi di no, se sei davvero libera». Il corollario è che fare l'amore non implica affatto un impegno stabile: educate a tenere uniti sesso e amore, le ragazze vengono caldamente invitate a separarli. Come sono raccontate queste esperienze? Per alcune, si trattava di una violenza morale che negava la delicatezza e le contraddizioni della sessualità; per altre aver scelto di staccarsi dagli insegnamenti familiari dava ai comportamenti un potenziale di sperimentazione che il sospetto di essere usate non bastava a svuotare. Nell'insieme, di amore non si racconta molto, nel cicaleccio che oggi circonda la sessualità i più silenziosi mi sembrano gli e le ex giovani dei movimenti anni sessanta e settanta, che hanno creduto nella libertà sessuale e affettiva e hanno cercato di praticare una morale nuova, spesso pagandolo caro. Paura di non essere capiti/e? Autodifesa? È davvero passato il principio, questo sì femminista, secondo cui una concezione tenera e rispettosa del corpo e della sessualità non è monopolio della coppia, istituzionalizzata o meno; e che anzi, è proprio al suo esterno che ha più senso esigerla, quando nessuno dei due gode della protezione di un ruolo - moglie marito compagno compagna. Molto più ricca è la memoria dei rapporti fra donne, anche se spesso aleggia la tesi che la trasmissione sia solo minimamente efficace; eppure i problemi individuati allora sono ancora apertissimi.

Dolore. Nei movimenti misti, è implicita una graduatoria del dolore. Al centro sta la sofferenza dell'oppressione e dello sfruttamento, e via via, sempre più sfocate, le altre, e sono il male d'amore e di amicizie svanite, gli scontri nella famiglia, la salute precaria. Ma nell'insieme, i movimenti non sanno misurarsi con il dolore se non per il tramite dell'ideologia politica. Il femminismo no: il dolore attraversa l'autocoscienza, i rapporti spesso travagliatissimi fra donne e fra gruppi di donne (ma nel racconto il registro della vittimizzazione è tenuto a bada dall'ironia), tocca la sessualità, l'aborto, nodo cruciale presentato inzialmente in termini molto diversi: sofferenza, violazione, maledizione, ma anche espressione di libertà dalle pastoie della morale corrente. Particolarmente contrastato il concetto di diritto all'aborto. Per uno dei collettivi italiani più influenti, quello di via Cherubini, quel concetto ridurrebbe l'aborto a una tappa fra le altre nell'allargamento graduale dei diritti civili e umani. Per Carla Lonzi, svierebbe dalla domanda essenziale, che non è se abortire o no, è: per il piacere di chi sono rimasta incinta, per il piacere di chi sto abortendo? Fuori del gergo e dalle perifrasi, è l'invito a non considerare la sessualità procreativa come l'unica «vera», a non sentirsi «sbagliate» se desiderio e piacere mancano. Posizione all'epoca niente affatto scontata. Ma gradatamente, via via che si entra nella campagna per la depenalizzazione, il dolore diventa la chiave di lettura dominante. È un dato di realtà, ma è anche l'impegno a costruire una versione dell'aborto socialmente accettabile, il tentativo di superare attraverso la certificazione del dolore l'ideologia del contrasto fra interesse della donna e interesse del concepito. Nel cuore degli anni settaanta, negare di aver sofferto equivaleva pressappoco alla rottura di un patto tacito. Oggi anche storia e memoria sembrano diventate selettive. Il testo che teorizzava più accesamente l'aborto come esperienza di libertà esistenziale e erotica, La sfida femminile di Elvira Banotti, viene sempre citato nelle bibliografie, ma senza mai entrare nei contenuti, che pure direbbero molto su alcuni conformismi di nicchia. Rimozione, autocensura, tutela dell'immagine? La mia impressione è che, una volta varata la legge 194, una volta battuto il referendum abrogativo del 1981, abbia vinto il desiderio di non tornare su un tema così pesante. Con il risultato di vedercelo scagliare contro dai sostenitori della moratoria dell'aborto nella primavera 2008.

Propongo in chiusura che nella discussione si tenga conto anche del pensiero sul dolore di Susan Sontag, la prima e quasi la sola a cogliere il nucleo di insensibilità (e il «provincialismo che lascia senza fiato») implicito nelle tesi di Glucksmann, di Baudrillard, di altri, secondo cui la realtà, e le stesse guerre, sarebbero ormai nient'altro che spettacolo.

Una tesi che equivale a universalizzare il modo di pensare di una piccola minoranza istruita che vive nei paesi più ricchi del mondo, dove l'informazione è stata trasformata in intrattenimento - quello stile di visione maturo che rappresenta una fondamentale acquisizione del «moderno» nonché uno dei requisiti essenziali allo smantellamento delle forme tradizionali di politica, basate sui partiti, che consentono un dibattito e un consenso reali. Tale idea presume che tutti siano spettatori. E implica, in modo perverso e poco serio, che al mondo non ci sia reale sofferenza [...]

Memorie I

Se stilizzazioni, derive, errori, tic, sono forme proprie di tuttte le memorie, quella del '68 ha almeno un tratto specifico: molto spesso è puntiforme, mostra vuoti, slabbrature, cronologie incerte. È l'effetto del flusso di emozioni (solo per alcuni di natura psichedelica) che avvolgeva l'esperienza, di un modo di vivere appiattito su un eterno presente, della sensazione che il tempo fosse insieme incalzante e infinito. Jerry Rubin, leader del movimento americano contro la guerra in Vietnam, aveva inventato questa boutade: chi pretende di avere ricordi precisi di quegli anni, probabilmente non li ha vissuti. Le vaghezze e gli errori sono padroneggiabili, anzi, esistono un'infinità di esempi sul modo in cui da un ricordo incerto, da una datazione sbagliata, si può risalire a un mondo di idee e emozioni altrimenti inattingibili. Vale anche per la memoria del '68. È una memoria ricca. Maschile e femminile, sebbene esista una compartimentazione per cui di femminismo parlano le donne (e rari uomini), di tutto il resto gli uomini, e molte meno donne. Socialmente e geograficamente variegata. Mista negli Usa fino all'esodo dei militanti neri. Ovunque estesa a tutte le componenti della cosiddetta nuova sinistra. Soprattutto è una memoria doppiamente generazionale. Che aver vissuto un evento da ragazzi aggiunga bellezza al ricordo è noto, la storia orale ha insistito molto sulla variabile dell'età. In questo caso è particolarmente importante, perché si tratta di vicende di giovani in quanto giovani e in comunanza con altri giovani. E perché, a differenza che nei movimenti anagraficamnte eterogenei, è raccontata da adulti/anziani dei medesimi sottogruppi di età. Le memorie passano attraverso corpi invecchiati, di cui in genere si parla poco, mentre non si parla quasi mai, come fosse una colpa, del sentimento di perdurante giovinezza che può irrompere nel ricordo - e nella vita. Anche se i movimenti hanno contribuito alla tendenza a spostare indefinitamente in avanti la vecchiaia, gli ex del '68 sembrano avere una coda di paglia eccessiva, tanto più se li si confronta con altri narratori. La rivendicazione più solare del proprio sentirsi tuttora giovani viene da alcune tranches biografiche di militanti del 1977 riunite in un bel libro da Enrico Franceschini. Ma stranamente sugli aspetti generazionali c'è meno dibattito di quanto ci si aspetterebbe, meno tentativi di comparazione con altre memorie di gioventù, scolastiche, di gruppi di pari. Credo che a fare ostacolo sia il peso simbolico delle guerre moderne, specie la grande guerra, in cui la memoria del soldato, il giovane per eccellenza, è quasi sempre carica di dolore e di senso di morte. Difficile confrontarsi con questo estremo. Ho invece incontrato punti di contatto fra racconti del '68 e altri di resistenza, in cui le smagliature sembrano legate sia al rischio fisico, sia al modo febbrile di percepire i fatti, si tratti di uno scontro armato o di una corsa spericolata in macchina. Nell'accumulo di memorie spiccano grandi divergenze e topoi straordinariamente simili. Come quello che in Italia e Francia circola in alcune battaglie di strada: «Arrivano gli operai!», dalla cintura torinese, dalla banlieue parigina - e dai western, dal canto Partisans dove i resistenti sbucano da ogni parte, dalle chansons de geste, dalle fiabe. La memoria è una grande miscelatrice di fatti, leggende, materiali letterari, immagini. E una grande narratrice di genealogie: in un testo recente, il «compagno partigiano» presente in molti racconti diventa protagonista, mediatore con la polizia, padre simbolico. Spesso i racconti più interessanti sono di donne, come se ci fossimo fatte carico di traghettare fatti e sentimenti nella sfera del pubblicamente memorabile o semplicemente di conservarli. Mi vengono in mente le parole di un ventenne di Sarajevo che spiegava il suo bisogno di voltare pagina, e la risposta della ragazza italiana Sabina Langer: «Potete dimenticare perché ci sono le madri che ricordano per voi»

Memorie II

Il femminismo ha una memoria meno generazionale - si andava dalle ragazzine alle più che adulte; più omogenea socialmente, con una prevalenza vistosa di ceto medio, più varia culturalmente - studentesse, casalinghe, insegnanti, fotografe, grafiche, pittrici, musiciste. Fra le donne, il filone delle artiste è più interno al movimento che fra i giovani. Molte variazioni anche qui, ma soprattutto un comune legame fondativo con la memoria quale nessun altro movimento ha avuto. Il tramite è l'autocoscienza, metodo conoscitivo e narrativo che vuole svelare «come sono andate realmente le cose», marcando la propria differenza dalla storia. La prima che sa di essere parziale e fa di questa consapevolezza la sua promessa di verità, la seconda che si pretende oggettiva solo perché non si accorge di essere completamente interna alla versione maschile. Il piccolo gruppo di autocoscienza è il luogo di una contronarrazione, una comunità di parola e di ascolto in cui non si può ovviamente condividere l'esperienza del passato, ma quella di ricordarlo e interpretarlo sì. Con tutto il potenziale di rottura che ne deriva, e che fa della biografia l'orizzonte della soggettività femminile. Questo dono di nascita non scioglie di per sé i dilemmi della memoria, sia orale sia scritta. Al femminismo spetta il compito equilibristico di raccontare una vittoria vistosa ma parziale, senza svalutarla e senza nascondere che il conflitto non è chiuso e che i risultati non sono irreversibili. Spetta rendere avvincente una storia che l'etichetta del successo fa apparire conclusa, come un poliziesco di cui sia già noto il finale. Alcune delle conquiste degli anni settanta sembrano talmente ovvie da far pensare alle più giovani che ci siano sempre state. Per il femminismo, è un effetto a doppio taglio - la misura di quel che si è ottenuto e insieme il rischio di essere archiviato come reperto più o meno prezioso. C'è di più. Nella prima fase del femminismo dominava il paradigma dell'oppressione - la storia come una catena di sopraffazioni, le donne come vittime assolute. Presto si è fatta strada una visione più ricca, attenta alle strategie femminili per guadagnare spazi di libertà, alle connivenze con il maschile, al modo in cui le donne creano una propria sfera pubblica e esercitano alcuni poteri. Ma se il paradigma andava sfumando, l'oppressione patita restava. E restava la tentazione di rappresentare un passato tutto in perdita, in cui l'approdo al femminismo simboleggiava una seconda nascita, il frutto della gravidanza di se stesse. Solo che raccontarsi come vittime è difficile, specialmente da quando il modo principale per avere voce è dichiararsi tali, in una gara a chi è più oppresso. Solo che la nuova vita non è tutta nuova né tutta bella, mentre l'opinione comune misura il valore del movimento sulla situazione personale di chi ne ha fatto parte. È «l'esame felicità». Caso unico: dalle svolte politiche non si pretende mai il passaggio istantaneo alla beatitudine. Dal femminismo sì. E alle donne si chiede, come a un minore che abbia voluto fare di testa propria: «Almeno (sottinteso: dopo tante proteste avventatezze sconvolgimenti), sei felice?». Il che contribuisce a rendere impervio il racconto dei limiti del movimento, specialmente in tema di democrazia e di sofferenze patite nei rapporti fra donne. È raro il coraggio della femminista torinese Angela Miglietti, quando ricorda la cartolina - «vi saluto SS» - che aveva mandato a una compagna del collettivo da cui era stata espulsa a inizio 1973. È un peccato che le rare registrazioni e i verbali delle riunioni di autocoscienza siano circolati poco. Perché ritenuti deludenti rispetto al pathos della comunicazione verbale, forse per uno spirito proprietario simile a quello che qualcuno imputa agli altri movimenti, forse per la convinzione che l'esperienza non fosse comunicabile. Le competenze in tema di narrazione autobiografica guadagnate nell'autocoscienza sono ancora in buona parte da mettere a frutto. In compenso si sono inventate formule narrative nuove, in cui si intrecciano, o si giustappongono, autobiografia e ricerca storico/teorica. Fra i primi esempi, Nato di donna di Adrienne Rich, una riflessione sulla maternità istituzione e sulla maternità esperienza. E Donne e guerra di Jean Bethke Elshtain, che mentre smonta i luoghi comuni sul naturale pacifismo femminile, racconta squarci della propria vita. E' una risposta al buon imperativo di chiarire la posizione da cui si scrive: l'essere nata donna in un paese o in un altro, avere la pelle bianca o colorata, una certa cultura, una certa immagine agli occhi del prossimo, un certo corpo, sano infermo curato lasciato a se stesso. Giovane o vecchio. Scriveva Virginia Woolf che come donna la sua patria era il mondo intero. Sì, ma a condizione di tenere se stessa al centro; per una orientale o una latinoamericana sarebbe sempre rimasta una borghese bianca britannica colta. Per questo la posizione cambia a seconda della consapevolezza che si ha di altre storie e persone. E con la consapevolezza cambia il racconto, a volte ne è scoraggiato, a volte può far deflagrare l'autoimmagine personale e collettiva. Gli (alcuni) ex del '68 lo sanno. Dove magari non hanno effetto le accuse di permissivismo, di antimeritocrazia, può averne per esempio la memoria di quanto il movimento sia stato cieco al valore dei diritti democratici, ottusamente ingeneroso di fronte alla primavera di Praga e alle lotte all'est; e quanto ostinato nella pretesa di semplificare l'insemplificabile.

Nota

L'autrice, assente per motivi di salute al Seminario internazionale Féminismes et transmission générationnelle. Une approche comparée France - Italie, ci ha inviato il testo dell'intervento che vi avrebbe tenuto. Gli ultimi due paragrafi, Memorie I e Memorie II, provengono dal suo articolo Un nuovo ordine del discorso pubblicato in «Primapersona. Percorsi autobiografici», 19, ottobre 2008.

Biobiliografia di Anna Bravo

Anna Bravo è stata docente di Storia sociale all'Università di Torino e ha lasciato l'insegnamento anticipatamente. Vive e lavora a Torino. Si è occupata di storia delle donne, di memoria e storia della deportazione e del genocidio, di resistenza armata e civile. Fra le sue pubblicazioni, tiene a ricordare: In guerra senza armi. Storie di donne 1940-45 (con A.M.Bruzzone), Roma-Bari 2000 (1 ed. 1995). Il fotoromanzo, Bologna, Il Mulino. The rescued and the rescuers in private and public memories, in J. Zimmerman(ed), The Jews of Italy under Fascist and Nazi Rule: 1922-1945, Cambridge University Press, 2005. Noi e la violenza. Trent'anni per pensarci, «Genesis», 1, 2004 (2005). Armed and unarmed: struggles without weapons in Europe and in Italy, Journal of Modern Italian Studies, 4, 2005. Una rivoluzione simbolica, «Primapersona», 19, ottobre 1968.

Un nuovo ordine del discorso

Il testo integrale dell'articolo pubblicato in «Primapersona. Percorsi autobiografici», 19, ottobre 2008

Pour citer cette ressource :

"A colpi di cuore. Storie del Sessantotto", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), juillet 2009. Consulté le 23/04/2018. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/civilisation/xxe-xxie/le-mouvement-des-femmes/a-colpi-di-cuore-storie-del-sessantotto