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Milano, resilienza e coraggio. Conversazione con Tindaro Granata all'epoca del Coronavirus

Par Graziano Tassi : Professeur agrégé, docteur en études italiennes - Université Paris Nanterre , Stéphane Resche : Post-doctorant, membre du comité italien d'Eurodram - Université Paris-Est Créteil
Publié par Alison Carton-Vincent le 08/05/2020
Tindaro Granata répond aux questions de Graziano Tassi et Stéphane Resche. L'auteur de théâtre et comédien sicilien nous explique pourquoi il se sent proche de la ville de Milan, dans laquelle il habite désormais, et comment celle-ci a changé au cours des dernières années. Il évoque également la manière dont les Milanais affrontent la crise du Covid-19, alors que de nombreux pays braquent leurs projecteurs sur la Lombardie. L'interview, réalisée en avril 2020, contient deux extraits des pièces emblématiques de l'auteur – ((Antropolaroid)) et ((Europa interiore. Testimoni indifferenti in tre tempi)) – et propose des renvois vers des films et des oeuvres centrées sur la ville de Milan.

1. Presentazione dell’autore

Tindaro Granata nasce a Tindari (ME) nella seconda metà del 900. Dopo aver trascorso un anno in mare occupandosi della gestione e manutenzione delle armi di difesa della nave militare, nel 1999 si trasferisce a Roma. Frequenta un corso di recitazione diretto da Giulio Scarpati, ma il suo percorso teatrale inizia nel 2002 con Massimo Ranieri, in occasione della messa in scena dello spettacolo “Pulcinella”. A seguito di un grave incidente al ginocchio, l’anno dopo, Tindaro sospende la sua attività di attore per due anni, ricominciando con fatica, ma trovando sulla sua strada molti professionisti che lo aiutano a migliorarsi e a crescere artisticamente: Carmelo Rifici (Macbeth - Le cose nascoste), Serena Sinigaglia (Il libro del buio e 32 secondi e 16), Andrea Chiodi (La LocandieraLa Bisbetica Domata con la quale arriva in finale ai premi UBU 2018 miglior attore protagonista), Leonardo Lidi (Lo zoo di vetro).

Esordisce come autore di se stesso nel 2011 con Antropolaroid, spettacolo sulla storia della sua famiglia, messo in scena con un'originale rielaborazione dell’antica tecnica del “cunto siciliano”. Vince la Borsa Teatrale Anna Pancirolli 2010, il Premio ANCT 2011 come Miglior spettacolo d’innovazione, il Premio FERSEN per la sezione “attore creativo”, e viene selezionato dalla rete europea di traduzione teatrale Eurodram (2014, comitato italiano).

In seguito mette in scena Invidiatemi come io ho invidiato voi, storia di un caso di pedofilia realmente accaduto a Perugia nel primi anni 2000 (premio Mariangela Melato come Miglior attore emergente, Premio FERSEN alla “Regia”, Premio ENRIQUEZ per Drammaturgia per l’impegno civile, Premio Internazionale Orgoglio Siciliano nel Mondo).

Il suo ultimo lavoro scritto e messo in scena da lui è Geppetto e Geppetto col quale affronta il tema della “stepchild adoption” e il rapporto tra padri e figli (Premio UBU 2016 come Miglior novità/progetto drammaturgico, Premio Hystrio Twister 2017 come Miglior spettacolo dell’anno, Premio ENRIQUEZ come Miglior spettacolo di impegno civile e sociale, Premio Mario Mieli 2017 come Miglior spettacolo dell’anno). In qualità di autore, scrive su commissione Farsi Silenzio, un pellegrinaggio laico alla ricerca di cosa è sacro oggi, e Dedalo e Icaro, storia di un padre (Dedalo) che quotidianamente cerca di comprendere e accettare l’autismo del figlio (Icaro). 


Ritratto di Tindaro Granata (© Tindaro Granata)
 

Brano 1 : Antropolaroid (2010)

BUIO

VOCE – Sfsfsfsfs...sfsfsfsfsfsf...sfsfsfsfsfsf.. Quando le persone si impiccano, si sente questo rumore:..sfsfsfsfs... sfsfsfsfs... sfsfsfsfs. Questo rumore, lo fa quel poco d’aria che c’è nel nostro corpo, perché da lì non vuole uscire, non se ne vuole andare. Si vuole attaccare a qualche parte della bocca: alla lingua?  Ai denti, forse! Quel respiro lo sa, che se esce totalmente dal nostro corpo, non ci può tornare, mai più.

LUCE

BISNONNO -  Duttureddu bon giornu, mi scusassi se ci portu disturbu, innanzi tutto a ringraziu ca mi accomodari, ci vulissi parlari...

NARRATORE - Questo è il mio bis-nonno Francesco Granata, dal medico del nostro paese.

BISN/O – A ringraziu duttureddu, mi pozzu accomodari? (si siede)  Duttureddu ci purtavi tri uvitta fatti frischi frischi di li gallini..

DOTTORE -  Signor Granata…ma chi c’haia diri...? Grazie, vossè non si doveva disturbari...non c’era bisognu...stzstzstzstzstzstzstzstz.. (prende avidamente le uova portate dal mio bisnonno).

BISN/O -  Duttureddu chi voli diri ca’ haiu un bruttu mali? Chi est ca è...? Chi est ca iè ‘u cancru ‘nto stomacu! Non nì capisciu di sti cosi...chi faci stu cancru...? Si mori cu lu cancru?

DOT -  Signor Granata mòriri si mori prima o poi...

BISN/O - Un corpu dill’ariu.. est un corpu dill’ariu duttureddu..?

DOT  -  Si...un corpu dill’ariu è!

BISN/O  - Ah… e commu si mori veloci veloci o chianu chianu?

DOT -  Quantu pinzèri ca si pigghia vossè..

BISN/O -  Iò l’haiu i pinzèri... haiu 5 figghi e uno staci arrivannu. Me mugghieri est incinta e vulissi vidiri u me figghittu nasciri e crisciri cu tutti l’autri.

DOT -  Signor Granata se si voli salvari, allura vossè, si ‘nnava a ghiri a Milanu a si curari.

BISN/O -  Accussì luntanu haia ‘ghiri, ‘nto cuntinenti? Mi scusassi, non pozzu iri a Missina a mi curari?

DOT -  Comu faci lei a sinni iri a Missina... certu ca ci poti iri a Missina...ma nenti ci fannu...u fannu mòriri prima ca’ sinn’accorgi.

BISN/O -  Scusassi duttureddu ma vossè  fici ricoveravi o figghiu dill’avvocatu Pantaleo a Missina...uora non c’èsti un pusticeddu puru pì mia..? Pì stari ‘ca,  vicinu e me figghi?

DOT -  Signor Granata i picciuli ci vuonnu! Ancora non l’ha caputu a sunata? Comu ci l’haiu a diri in turcu?

BISN/O -  Non si scomuda dutturi, iò l’aveva caputu a sunata...era pi non mòriri sulu comu on’cani.

DOT -  Ora vinni ca iò fazzu sti particolarità? Pì mia, tutti figghi miei siti, quannu stati mali...siti tutti figghi mei.

BISN/O -  Duttureddu non haiu sordi...se haiu a sòffriri u stissu…restu ca’, a me casa chi’ me figghi. Vossè binidica e baciamu li manu. (fa per andarsene).

2. Milano, ieri

Stéphane Resche: Caro Tindaro, da mesi ormai la Lombardia è osservata dal mondo intero. Tu ti consideri ormai tanto siciliano quanto milanese.

Graziano Tassi: Cosa rappresenta Milano per un non milanese? Alla fine dell'Ottocento, Giovanni Verga la considerava "la città più città d'Italia. Tutte le sue bellezze, tutte le sue attrattive sono nella sua vita gaia ed operosa, nel risultato della sua attività industre". Luciano Bianciardi, negli anni cinquanta invece diceva che "i milanesi, credimi, son coglioni come poca gente al mondo. La gente qui è allineata, coperta e bacchettata dal capitale nordico, e cammina sulla rotaia, inquadrata e rigida. E non se ne lamentano, pensa, anzi, credono di essere contenti". Pasolini la vedeva come il centro violento del potere neocapitalista... Cosa rappresenta per te? la modernità? Il dinamismo culturale? la finanza? Il capitale? Altro?

Tindaro Granata: Cari, Graziano e Stéphane, è difficile rispondere, dopo le citazioni di questi grandi artisti che hanno espresso la loro opinione su Milano. Ci proverò, nel mio piccolo.
Mi definisco, spesso, un siculo lombardo, perché “penso da siculo ma ragiono da lombardo”. Ho lasciato la mia terra a 20 anni, per andare a Roma, ma non ho mai spostato la residenza dalla Sicilia in quel periodo romano, durato 10 anni. Tanti amici, tanti sogni, tanti sacrifici, tanto amore per Roma, ma mi sentivo ospite di quella città magnifica.

A 30 anni mi sono trasferito a Milano e pochi mesi dopo ho spostato la residenza qui, dove vivo oggi; è stato un amore irrazionale, che mi ha preso senza rendermene conto.

All’inizio Milano mi era ostile, non avrei mai immaginato che sarebbe diventata la mia città. I primi mesi mi sentivo solo e vedevo ogni cosa priva di vita e priva di relazioni affettive, a Roma avevo i boccoli e sorridevo sempre nonostante facessi il cameriere e il commesso, in questa città, che ero venuto per cercare una seconda opportunità, non riuscivo a sorridere.

Mi caddero i capelli, e i boccoli dell’età della speranza lasciarono il posto a capelli dritti e fini che mi fecero capire non solo che stavo diventando adulto ma anche che una città fredda e inospitale come questa non era la città per me.

C’era (purtroppo c’è ancora) lo smog che ti convince a rimanere in casa, e faceva freddo anche ad aprile e settembre e sui bus la gente non parlava, stava in silenzio, ma ormai ero qui, questa città doveva darmi quella realizzazione che Roma mi aveva negato. Certo Milano non aveva la magnificenza di Roma, ma qui c’era qualcosa che poi mi avrebbe fatto sentire a casa, c’era il Teatro.

Adesso, non vorrei identificare l’amore per Milano con il mio lavoro, anche se è vero che c’è casa dove c’è lavoro e affetti, ma, senza dubbio, questa città mi ha permesso di esprimermi e di fare dei miei sogni una reale professione.  

Un altro illustre siciliano, Salvatore Quasimodo, nella prima stesura della sua poesia più famosa, Vento a Tindari, aveva descritto i milanesi come “gente pietrosa ai sogni”, per poi cancellare questa frase e far finta di non averla mai scritta, se non fosse vissuto a Milano chissà se fosse diventato “Quasimodo”.

Ecco, dunque, come vedo la mia Milano: se Roma fu scolpita con le sembianze di una lupa che allatta i suoi figli con fierezza e rudezza, Milano la dipenderei con lo sguardo silenzioso e pacifico di una mucca, dalle cui mammelle si sono “pasciuti” in tantissimi, vivendo beatamente e nell’abbondanza di ogni cosa, serviti e riveriti, fino a diventare grandi.  

E a proposito di mamme, adesso che ci penso, nel Duomo, in tutti questi anni, ci sono entrato solo due volte, entrambe per farlo vedere alla mia famiglia, prima a mia mamma e poi mia nonna, e immagino di portare un souvenir a qualche amico straniero gli regalerei il Duomo di Milano.

Milano ha molte contraddizioni, una più di tutte, che forse descrive anche la sua diversità rispetto alle altre città è data dal fatto che Milano è una città che si costruisce nel futuro e questa caratteristica rende i milanesi operosi per il domani. Il Duomo stesso ha istituito la Veneranda Fabbrica del Duomo che non ha mai smesso di finire e rifinire quello che oggi è uno dei monumenti più conosciuti al mondo. I milanesi li vedo così!

Certo è che se andassimo in zona Rogoredo, vicino al parco, e chiedessimo a un milanese cosa pensa della sua città, dopo che ha incontrato tanti ragazzini “fatti” tra le frasche, ti direbbe che Milano fa schifo.

Pure se lo chiedessimo ad una ragazza che prende il bus di notte per Viale Padova direbbe che il degrado ha tolto l’anima a questa città.

Se invece lo chiedessimo a uno appena uscito dal Cenacolo Vinciano a Santa Maria delle Grazie direbbe meraviglie. Ma questo, come sappiamo, accadrebbe con ogni città italiana.

Brano 2 : Salvatore Quasimodo,Vento a Tindari, tratto da Acque e terre (1920-1929)

Tindari, mite ti so
Fra larghi colli pensile sull’acque
Delle isole dolci del dio,
oggi m’assali
e ti chini in cuore.

Salgo vertici aerei precipizi,
assorto al vento dei pini,
e la brigata che lieve m’accompagna
s’allontana nell’aria,
onda di suoni e amore,
e tu mi prendi
da cui male mi trassi
e paure d’ombre e di silenzi,
rifugi di dolcezze un tempo assidue
e morte d’anima

A te ignota è la terra
Ove ogni giorno affondo
E segrete sillabe nutro
[*fra gente petrosa ai sogni:]
altra luce ti sfoglia sopra i vetri
nella veste notturna,
e gioia non mia riposa
sul tuo grembo.

Aspro è l’esilio,
e la ricerca che chiudevo in te
d’armonia oggi si muta
in ansia precoce di morire;
e ogni amore è schermo alla tristezza,
tacito passo al buio
dove mi hai posto
amaro pane a rompere.

Tindari serena torna;
soave amico mi desta
che mi sporga nel cielo da una rupe
e io fingo timore a chi non sa
che vento profondo m’ha cercato.

3. Milano, oggi

Graziano Tassi: Mi piace molto la tua immagine di Milano come “mucca generosa”. Ha una bella concretezza tutta lombarda. Ma quale è stato il tuo primo impatto con la città meneghina? Come vedi invece la città adesso?

Tindaro Granta: Sono arrivato qui e dopo qualche mese mi ritrovai seduto accanto a Letizia Moratti (sindaca di Milano ) per l’inaugurazione della Casa delle Arti/Alda Merini in via Magolfa, e mi sono detto, qui si può fare poesia, si può fare teatro, si può provare; vivevo in una casa a ringhiera (tipica abitazione milanese) e da quel momento iniziai a vedere Milano in modo diverso, realizzando che la mia dirimpettaia era napoletana, quelli accanto egiziani, quelli sopra brasiliani, sotto marocchini e pugliesi, e c’erano anche alcuni milanesi. 

Quelli, come me, che sono venuti a vivere a Milano, non prendono l’accento della città, come a Roma che tutti i non romani parlano una sorta di romano de “no’ artri”, qui a Milano ognuno mantiene il suo accento e si milanesizza: dona a Milano una parte del suo modo di vivere, della sua inflessione, della sua cantilena, prendendone, però, la riservatezza, il desiderio di migliorarsi, la voglia di ri-costruirsi. 

Questa è la Milano che ho visto allora e che vedo anche oggi, nonostante sia cambiato tanto (possiamo ben dirlo che in 15 anni il mondo è cambiato) e sono comparsi grattacieli di vetro e acciaio sulle case a ringhiera, sono spuntate enormi aree commerciali accanto alle piazze di pietra, hanno aperti tanti locali sulle rive di cemento dei navigli, c’è tanto, oggi a Milano, che nasconde la sua antica bellezza, sicuramente generandone una nuova e proiettata più verso il nord che il sud del mondo. 

La gente cambia colore e mischia accenti, più di prima, mischia pure le cucine, ma a Natale arriva sempre il panettone su tutte le tavole milanesi, perfino all'Opera di San Francesco. 

Brano 3 : Europa interiore. Testimoni indifferenti in tre tempi (2018)

ALFONSO – Se ci sposassimo ti farei fare la regina della casa. 

ANNA – Potevi dirmi che sarei stata la regina e basta. 

ALFONSO – Potremo scegliere dove vivere.

ANNA - Senza la paura di sentirci stranieri. 

ALFONSO - Non ci sarà bisogno di esibire il passaporto per spostarsi da una città all’altra. 

ANNA - Questo paese lo faremo noi con il nostro lavoro.

ALFONSO - E potremo creare un’associazione per l’integrazione degli stranieri che arrivano qui. 

ANNA – Avremo la casa piena di amici e di parenti. 

ALFONSO – Ogni scusa sarà buona per fare feste.

ANNA – Potremo eleggere chi ci governerà.

ALFONSO – Potremo comprare una casa anche al mare.

ANNA – Potremo potremo potremo…

ALFONSO – Potremo… e si guardavano e ridevano. 

ANNA – Ricomincia tu. 

ALFONSO – Quando partorirai nasceranno più belli e più forti. 

ANNA – Saranno un po’ come me e un po’ come te e saranno resistenti alle malattie. 

ALFONSO – Saranno la nuova razza del nuovo paese. 

ANNA – Mangeranno il nostro cibo cucinato con le vostre ricette. 

ALFONSO – Non si possono cucinare le nostre ricette con i vostri cibi. 

ANNA – Inventeranno un modo per mischiare tutto. 

ALFONSO – Saranno altissimi e riusciranno a resistere al caldo e al freddo. 

ANNA – Sapranno fare più cose di noi. 

ALFONSO – E noi diventeremo vecchi e avremo 2 cani. 

ANNA – Avremo tanti nipoti. 

ALFONSO – Sì, almeno 10. 

ANNA – Si ameranno? 

ALFONSO – Avranno tanti figli anche loro. 

ANNA – E noi diventeremo vecchi.

ALFONSO - Costruiremo dei posti per riposarci in vecchiaia. 

ANNA – Vivremo insieme fino alla fine?

ALFONSO – Potremo visitare ogni posto del paese e parlare una sola lingua. 

ANNA – Comprare più case e metterle a disposizione di chi ci verrà a trovare. 

ALFONSO – Saremo tutti più ricchi. 

ANNA – Saremo Europei, tutti con le stesse tradizioni. 

ALFONSO – Gli stessi eroi. 

ANNA – Le stesse banche e gli stessi supermercati. 

ALFONSO – Le stesse zone di culto. 

ANNA – Avremo lo stesso Dio? 

ALFONSO – Già lo abbiamo. 

ANNA – Avremo il tempo per visitare il mondo. 

ALFONSO – Saremo in salute fino a 120 anni. 

ANNA – Cucirò i miei vestiti e farò la stilista.

ALFONSO – Io avrò una fattoria. 

ANNA – Avremo una fattoria…


Tindaro Granata in campagna (© Tindaro Granata)

4. Milano con l’epidemia Covid

Graziano Tassi: Come ha reagito la città di Milano all’epidemia? Secondo te, la città ne uscirà indebolita o rafforzata da questa lotta?

Tindato Granata: Milano era sbigottita, all’inizio. Nessuno di noi poteva credere che una metropoli come nostra, la città più all’avanguardia d’Italia, potesse “chiudere i battenti” e sospendere ogni attività pubblica. 

Eppure l’ha fatto e devo ammettere che è stata una grande lezione di solidarietà. 

Da subito ci siamo fermati tutti, anche i più scettici, non solo per rispettare le norme di sicurezza, ma anche perché Codogno, la prima zona rossa, era molto vicino a noi e vedere ai telegiornali la gente in lacrime, l’ospedale a rischio di collasso, i medici che facevano appelli per evitare ogni contatto, è stato impressionante. 

Tutti noi abbiamo capito che l’unica cosa che potevamo fare era  stare a casa e difenderci per difendere gli altri. 

Alcuni cittadini hanno continuato ad andare al parco a passeggiare o a correre, ma di quelli non voglio parlare.

Gli ultimi giorni di febbraio io avevo un evento a Milano, era il 24 febbraio e la prima ordinanza era arrivata proprio il giorno prima, mi ricordo che ero un po' scettico e mi arrabbiai molto per la chiusura dell’evento, ma appena iniziarono ad arrivare le telefonate dagli spettatori che avrebbero disdetto la prenotazione della serata, capii che c’era paura e che avrei dovuto ascoltare la voce del popolo, oltre che la mia. Mi sono ricreduto subito e mi sono pentito di essermi arrabbiato per la cancellazione dell’evento che avevo organizzato. Avevo iniziato a pensare per la collettività e non per me soltanto. 

Questo è il sentimento che ho coltivato fino ad oggi e credo sia questo quello che sentiamo la maggior parte dei milanesi, stare in solitudine ma uniti per un obbiettivo comune, aiuta gli altri e aiuta noi stessi. 

E’ faticoso, è dura, ma lo stiamo facendo. 

Credo che se saremo attenti alle disposizioni che Protezione Civile ci dà, potremo uscirne presto, ma quando succederà Milano sarà cambiata, di molto. 

Non ci risolleveremo presto dalla crisi che ci aspetta. 

Milano è stata colpita durante il periodo massimo di produttività ed espansione. 

Basti pensare che i mesi di febbraio, marzo e aprile, sono i mesi più intensi e redditizi per il teatro, nei teatri milanesi ci sarebbero stati una decina di debutti importanti. 

Non so se ne usciremo rafforzati o meno, sicuramente saremo più poveri, più consapevoli, spero ognuno di noi ricordi questo tempo se lo dimenticheremo sarà stato tutto inutile.  

Io vivo in periferia, UpTown Milano, in una zona in grande espansione, vicino all’ex area Expo, e vedere tutti i cantieri fermi (circa 9) fa pensare, a quante persone che non lavorano; non ha importanza adesso, quello che conta è il dolore di chi soffre, le immagini delle camionette dell’esercito italiano che portano via le bare perché sono troppo, troppe. 

5. Coraggio

Stéphane Resche: Quando parli di Milano, mi sembra di sentire un po' le caratteristiche delle metropoli di oggi, certo, e anche quelle di un altro tempo, del miracolo economico, come se fossimo ancora inseriti in questa tradizione interpretativa. Mi colpisce per esempio una certa somiglianza tra le tue considerazioni e quanto scriveva Beniamino Joppolo, altro siciliano emigrato a Milano (e poi a Parigi), nel romanzo autobiografico La doppia storia, in cui descriveva con molta cura e creatività l'universalità dell'atmosfera urbana. Tornando alla nostra epoca, cioè il terzo decennio del millennio, come immagini il rapporto tra il vivere in città e mantenere il legame con la terra ? Le crisi, economiche e sanitarie, hanno evidenziato come abbiamo bisogno di reinventare il nostro ancoraggio col territorio in senso lato.

Tindaro Granata: Beniamino Joppolo è un mio illustre compaesano, siamo nati entrambi a Patti, in Sicilia. La sua sagacia, la sua anima ribelle, la sua arte, che spaziava dalla poesia alla narrativa, ai saggi critici, lo hanno portato lontano dal nostro piccolo paese. Sono un contadino siciliano, emancipatosi diventando commesso di scarpe, romano, e attualmente attore e autore teatrale, milanese; in questi giorni di Covid19 ci rifletto spesso, perché mi trovo qui con la mia famiglia milanese, ma ho anche la mia famiglia siciliana che vive ancora a Patti, a Tindari.

Nella mia prima risposta mi sono definito uno "che pensa da siciliano e ragiona da lombardo”, è vero, ma è molto faticoso perché non sono mai riuscito a far coabitare entrambe le nature con pace e serenità. C’è sempre stato uno scontro in me. 

Quando mi trovo in Sicilia, in campagna, divento davvero contadino, in mezzo agli ulivi, nella terra dimentico ogni abitudine milanese, addirittura parlo solo dialetto, e mi sembra impossibile che io sia quella stessa persona che può salire su un palcoscenico, che può lavorare in un teatro luccicante, tutto pulito, con la gente vestita con abiti nuovi, puliti. 

Quando sono in scena, in certi momenti di ascolto, mi vengono in mente delle sensazioni, delle immagini di me sugli alberi a raccogliere arance o a raccogliere le olive, e mi pacifico, mi stupisco. 

A casa a Milano mi comporto come se fossi in campagna, sto nudo anche se mi possono vedere i vicini, parlo a voce alta come se non mi sentisse nessuno, faccio tutto quello che farei da contadino, per esempio sto attento alle lune, sto attento a non mettere mai il pane sotto sopra perché “porta male” ed è un insulto a chi non ha da mangiare, guardo il cielo e cerco di predire il meteo per il giorno successivo, passo molto tempo nei parchi o vicino al cimitero (abito accanto al cimitero Maggiore di Milano). Non ho mai accettato di dover far morire una parte di me a discapito dell’altra, ho sempre fatto in modo che ci fossero entrambe con la conseguenza che mi sta accanto deve sorbire due Tindari Granata, e in questo periodo di quarantena, pensate che fatica due Tindari a casa mia. La città potrà mai considerare una vita meno frenetica, legata alla terra, anche se me lo auguro per tutti noi, ma non avverrà, neanche finita l’emergenza Covid.

La nostra società sarà migliore, dicono, e io mi chiedo: “rispetto a che cosa?”. Migliore in che modo, scrivendo striscioni: “andrà tutto bene”? Se avessimo un padre morto o una mamma portata via, senza averle potuto dare un bacio, non potremmo scrivere “andrà tutto bene”.

Finito questo incubo, sarà tutto da riconsiderare, non parlo solo di noi artisti che saremo disoccupati per lunghi periodi e Dio solo sa se riusciremo a risorgere, i nostri infermieri, per esempio, percepiscono 13 euro lorde all’ora per stare a contatto con i malati ed è necessario adeguarci a quello che oggi non funziona, ma dobbiamo avere memoria di questa emergenza e i politici per attuare delle riforme si devono affidare, agli specialisti di ogni settore, perché c’è bisogno della guida di chi si è formato attraverso la fatica e la difficoltà del lavoro. 

E’ attraverso l’esperienza di chi vive le difficoltà con coraggio che si impara a vivere bene!

Stéphane Resche: Da artista, puoi darci le tue impressioni sulle peculiarità odierne del mestiere a Milano, rispetto ad altre realtà italiane?

Tindaro Granata: Milano è una città che ha tantissime realtà teatrali, ognuna con la sua tipicità, dallo “spazietto” con le sediole di plastica e la muffa sopra lo zoccoletto del pavimento al Teatro per eccellenza in tutto il mondo: La Scala. Che il teatro italiano si identifichi con Milano è naturale se ragioniamo sul fatto che solo questa città ospita quattro dei teatri più importanti d’Italia e del mondo: La Scala e il Piccolo Teatro d’Europa, seguiti dall’Elfo Puccini e il Franco Parenti. 

Inoltre facendo una lista di tutti i luoghi di teatro si costituirebbe una specie di carta di identità culturale della nostra città. Ogni quartiere ha il suo teatro (in alcuni casi nello stesso quartiere ce ne sono più di uno) e parla la lingua di quel posto, gli spettatori si identificano con il proprio teatro e vengono anche identificati con esso; quando sono uno spettatore, mi diverto a osservare chi è seduto accanto a me e riconosco quelli che sono lì per quell’occasione oppure se sono frequentatori di quel posto, lo intuisco da come si vestono, da come parlano e da come sorridono. 

Scusate, se faccio questo grande preambolo prima di parlare del nostro mestiere di attori, registi e autori teatrali milanesi, ma lo svolgimento della nostra professione è strettamente legata alle opportunità che la città offre. Siamo un popolo molto eterogeneo e grazie alla sua natura, i teatri milanesi offrono a noi professionisti la possibilità di poter vedere spettacoli di vario genere e di grande importanza educativa, qui da noi l’anno scorso sono “passati” gli artisti più talentuosi d’Italia e del teatro internazionale, quindi è stimolante essere un professionista che ha incontri di confronto e di riferimento così alti. Non ho mai trovato queste caratteristiche in altre città italiane, perché quello che da noi accade naturalmente in altri luoghi accade solo in occasione di festival. 

Una cosa che vorrei aggiungere, importantissimo, è che a Milano gli insegnanti delle scuole hanno la santa, sana, civile e preziosa abitudine di far fruire il teatro ai loro allievi, come affiancamento ai loro strumenti educativi, questo basterebbe a fare la differenza tra Milano e le altre grandi città italiane. 

Stéphane Resche: … E quale impatto ha attualmente la crisi sanitaria sul mondo dello spettacolo milanese?

Tindaro Granata: Siamo paralizzati. Siamo stati i primi a subire il virus e le vittime che ha colpito. Quando guardo i telegiornali e vedo i parenti delle vittime che raccontano che non hanno potuto salutare i loro cari scomparsi, mi si stringe il cuore in petto. Il virus ha colpito i nostri spettatori, le loro famiglie, i loro amici, siamo in lutto!  

Stéphane Resche: Come vedi il futuro dei professionisti, artisti, tecnici, produttori, a Milano e più generalmente in Italia?

Tindaro Granata: Faccio fatica a rispondere a questa domanda. Siamo una società abituata a scrivere con le emoticon, a comprimere ogni pensiero in frasi corte, a guardare il cellulare anche senza motivo, a fotografarsi per volersi bene. Scriviamo ovunque "Andrà tutto bene", ma se riflettessimo cosa sia la solidarietà ci renderemmo conto quanto facciamo per noi stessi e quanto facciamo per gli altri. Se lo scriviamo è più per noi che per chi sta peggio di noi e per me questa non è solidarietà. Siamo questa società contemporanea e il teatro che è lo strumento più sensibile per misurarne il grado di “civiltà”, mostra ogni nostra fragilità. 

Franceschini – Ministro ai Beni culturali – due giorni fa ha elogiato "il modo virtuoso" delle iniziative teatrali sul web e sui social. Tutti ci dicono che il teatro dovrà prendere forme nuove, e noi teatranti dovremo sperimentare nuove tecniche, nuovi mezzi. Ovvio che se l’unica strada per la non socializzazione è quella virtuale, ma non riesco ancora ad accettarla. Forse lo farò prossimamente. 

Mi intenerisce come si cerca in tutti modi di resistere allo scoramento, perché sarà difficile per tutti, riprendere il lavoro e ritornare a immaginarsi il futuro, noi teatranti ne avremo ancora meno è evidente, e questo spaventa tutti.

Ma se l’unica via è quella dei social, mi preoccupa, anche, il modo in cui stiamo colmando l’assenza del Teatro, con palliativi, con esibizioni discutibili su Facebook o altri canali, con mille e mille scenette che saranno buttate nell’indifferenziata del virtuale.

Sappiamo benissimo che il virtuale, proprio in questo periodo, è un indispensabile mezzo di comunicazione che ci permette di non fermarci del tutto e di essere presenti e attivi, eppure non sono sicuro che sappiamo usare con sensibilità a questa necessità virtuosa. Noi, tutti, sulla scena cerchiamo di essere impeccabili, giusti, precisi, concentrati, e adesso ci arrendiamo alla sciatteria del quotidiano digitale. Non dico che dobbiamo escluderla, ma forse cercare di capire cosa è possibile fare e cosa no, darci dei limiti per non smarrire il senso delle nostre azioni. 

Il Teatro nasce da un rito religioso sacrificale, è sempre stato un atto sacro, misterioso quindi pericoloso, e adesso lo stiamo semplificando sostituendo il misterioso con il quotidiano. Sarà difficile riprendere in futuro, è vero, ma sarà ancora più difficile non perdere il buono che avevamo.  Non possono obbligarmi a non abbracciare la gente. Non posso non guardare i miei spettatori. Non voglio smettere di sentire la loro tosse, le loro mezze parole a bassa voce, i loro movimenti nella sala buia, le loro risate e i loro applausi. Se succederà, vorrà dire che sarà finita un’epoca, per me, e preferisco rimanere in tutti quei baci che ho dato a chi ho incontrato a teatro. Lì voglio rimanere, con il ricordo di quelle labbra che, mute, mi dicevano ti amo. 

Références bibliographiques

CORRIAS, Pino. 2011. Vita agra di un anarchico. Luciano Bianciardi a Milano. Milano : Feltrinelli.

GRANATA, Tindaro. 2015. Familiae. Bologna : Cue Press.

JOPPOLO, Beniamino. 2013. La doppia storia. Marina di Patti : Pungitopo.

QUASIMODO Salvatore. 1994. Tutte le poesie. Milano : Mondadori.

RETE ITALIANA DI CULTURA POPOLARE. 2019. Dizionario che cura le parole. Torino : SuiGeneris.

VERGA, Giovanni. 1979. « I dintorni di Milano » [1881], Tutte le novelle. Milano : Mondadori.

Pour aller plus loin

Sito del Comitato italiano di Eurodram (selezioni 2014)

Sito generale di Eurodram – Rete europea di traduzione teatrale  

Sito di Tindaro Granata

Video : Luciano Bianciardi e la Milano degli anni ’60 il mutamento antropologico

Video : Calcutta, Milano, 2015

Canzone : Lucio Dalla, Milano, 1979

Pour citer cette ressource :

Graziano Tassi, Stéphane Resche, "Milano, resilienza e coraggio. Conversazione con Tindaro Granata all'epoca del Coronavirus", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), mai 2020. Consulté le 04/08/2020. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/arts/theatre/milano-resilienza-e-coraggio-conversazione-con-tindaro-granata-allepoca-del-coronavirus