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«L'ordine delle cose», Andrea Segre (2017)

Par Rosanna Maggiore : Enseignante d'italien et docteure - Université de Bourgogne , Giovanni Gafà : Insegnante d'italiano - Istituto Italiano di Cultura
Publié par Alison Carton-Vincent le 15/03/2018
En lien avec notre dossier sur le thème de l'immigration, Giovanni Gafà et Rosanna Maggiore ont consacré une Chronique cinéma au film ((L'ordine delle cose)) réalisé en 2017 par Andrea Segre, dans lequel Corrado Rinaldi, un haut fonctionnaire du Ministère de l'Intérieur italien incarné par Paolo Pierobon, est chargé de gérer les flux migratoires de la Lybie vers l'Italie.

 

Trailer L'ordine delle cose

Source : Youtube, L'ordine delle cose (TRAILER UFFICIALE)

 

L’ordine delle cose è quell’assetto della realtà che, per la consuetudine che con esso abbiamo, non mettiamo in discussione. Il più delle volte, l’abitudine lo fa anzi scomparire alla nostra consapevolezza, come un rumore di fondo di cui smettiamo presto di accorgerci. La sua invisibilità, però, non ne compromette la presenza, né gli effetti sulla nostra vita. Quando le conseguenze dell’ordine delle cose urtano fortuitamente contro le nostre ordinate esistenze, mettendo in evidenza una contraddizione, allora torniamo in modo provvisorio ad esserne coscienti. Ma è appunto quello il momento in cui osserviamo con rassegnazione che, dopo tutto, è “l’ordine delle cose”, prestabilito e immutabile, sul quale la nostra azione individuale non può comportare variazioni sistematiche, ma al più occasionali scarti dalla norma.

Di questo parla, in sintesi, il nuovo film di Andrea Segre e Marco Pettenello, raccontando la storia di Corrado Rinaldi, un alto funzionario del Ministero dell'Interno italiano, incaricato di prendere accordi con le autorità locali della Libia post-Gheddafi per porre un argine ai flussi migratori che dalle coste africane raggiungono l’Italia.

Corrado ha una moglie, due figli che ama, una splendida villa nella ricca provincia di Padova. Dalle grandi vetrate luminose osserviamo una vita geometrica, senza opacità ma senza slanci. Da quest’ordine nasce una forza che gli ha permesso di eccellere nel lavoro e di diventare un campione di scherma, e così Corrado lo applica ad ogni aspetto della sua vita, dalla disposizione dei cassonetti per la raccolta differenziata alla piega degli abiti da mettere in valigia.

Corrado ha già lavorato nei paesi del deserto, conosce mondi in cui i punti di riferimento cambiano continuamente o non esistono; ma a quel caos è sempre riuscito a trovare, se non un’interpretazione, una disposizione, nella collezione di bottigliette piene di sabbia che va arricchendo a ogni viaggio. In Libia, però, nel campo di Zauia, dove vengono trattenuti e brutalizzati i migranti diretti in Europa, l’incontro con una prigioniera somala di nome Swada provoca in lui un turbamento.

Swada aveva un fratello che stava come lei nel campo di Zauia, ma che non ha resistito alle torture di routine ed è morto. Ha anche un marito che la aspetta in Finlandia, e qualche parente a Roma, che forse potrebbe farle arrivare i soldi per pagare gli aguzzini libici e dare un altro colpo alla ruota, sperando sia quello fortunato. Swada è, insomma, il rumore che emerge dal fondo e che Corrado non riesce ad ignorare.

Questo passaggio alla dimensione individuale, umana, prepara il terreno a una possibile crisi, che però tarda ad arrivare. Corrado non partecipa veramente al dramma di Swada e non mette mai in discussione la missione affidatagli dal Governo. Quando finalmente riesce a siglare con uno dei tanti autocrati libici un patto che avrà effetti "notiziabili" sulla riduzione dei flussi migratori, si troverà però di fronte alle conseguenze delle sue azioni sulla vita di Swada. Dovrà allora stabilire se eccepire alla legge che lui stesso garantisce, per obbedire alla morale che lo anima, o se lasciare la donna al suo destino, riconoscendo l’ipocrisia di un gesto che comunque non intaccherebbe l’ordine delle cose.

 

Il film di Segre, scritto ben prima che prendessero corpo gli accordi del Ministro dell’Interno Marco Minniti con le autorità libiche, aderisce alla vicenda che in seguito si è svolta, con le limitazioni imposte alle Ong nel Mediterraneo, il coinvolgimento della Guardia costiera libica nelle operazioni di recupero dei barconi e l’allestimento di campi per i profughi. L’ordine delle cose è un film di finzione, ma con tutta la forza di rispecchiamento del reale che appartiene al documentario. "I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce", leggiamo nella didascalia iniziale. La stessa dicitura appare nel celebre film Le mani sulla città di Francesco Rosi, scomparso nel 2015, anno in cui Segre e Pettenello cominciano a lavorare al loro terzo film insieme. Sul tema delle migrazioni come gli altri due, ma da un punto di vista inedito.

A differenza di Io sono Li e La prima neve, infatti, L’ordine delle cose non racconta la storia dei migranti. Questi ultimi non hanno, letteralmente, voce. Quasi inesistente è il dialogo tra i profughi, e tra questi e le autorità. Più che parole, sentiamo sospiri, pianti e grida. Ad avere la parola, una parola attenta, misurata, stretta a volte tra i denti, sono invece gli alti funzionari dello Stato. Sono solo due, a ben vedere, le scene mosse, scomposte, ricche di contrasti, che descrivono le prigioni libiche e che si oppongono fortemente alle immagini pulite, nette, ritagliate quasi, del piccolo mondo di Corrado.

L’ordine delle cose racconta la sua e la nostra storia mentre accade. Invece di condurci in una realtà altra (quella dei migranti), nella quale possiamo essere coinvolti emotivamente senza essere direttamente implicati, lo schermo si fa specchio. Il senso di straniamento è tuttavia forte, perché il film parla di noi che, un po’ come Corrado, proviamo un disagio per quello che vediamo. L’ordine delle cose erode lentamente le mezze verità a cui si finisce col credere, e mentre destabilizza dà forma a nuovi e già visibili scenari. Fa vacillare l’idea di legalità e insinua il sospetto che un altro ordine possa esistere. “The world should be the other way around”, afferma un funzionario dell’Unione europea, notando che il progetto di Rinaldi non è “compatible with the minimun standards of the human rights”. Prima dovrebbero venire gli uomini, la loro dignità, i loro diritti, e poi tutto il resto.

Se lo svolgimento del discorso tematico è così riuscito, meno convincente è quello del controtema, che sembrerebbe doversi sviluppare intorno alla crisi che apre nella vita di Corrado il contatto con Swada. Gli “incontri” fra i due, intervallati da sequenze talora dispersive, si compongono di ricerche sui social network, lunghi silenzi e dialoghi rarefatti, nei quali si fatica a intuire quali possano essere le ragioni del coinvolgimento di Corrado. Del passato e del presente di Swada sappiamo così poco che è difficile convincersi che esso contenga più della funzione che deve svolgere nel film. Ci si può domandare se questa scelta non sia deliberata, se non voglia riflettere l’incapacità di Corrado di riconoscere Swada come persona e di partecipare al dramma di cui è portatrice. Ma anche accettando queste premesse, l’operazione non persuade, perché per far emergere la miopia di Corrado sarebbe stato meglio che Swada venisse individuata come donna, presentata, quanto meno allo spettatore, come un personaggio dotato di spessore.

Di conseguenza, il dramma e l’angoscia nascono non tanto di fronte al dilemma di Corrado, o alla situazione di Swada e dei migranti in prigione, quanto di fronte alle confortevoli e illuminate stanze del protagonista, in quella sua volontà ostinata di addomesticare la realtà che forse è solo un estremo tentativo per difendersi dalla consapevolezza di un disordine da nascondere. Il film si apre e si chiude con l’immagine della casa di Corrado, ripresa prima di giorno e poi di notte. Una casa che – la metafora è forse fin troppo scoperta – è simbolo di sicurezza, ma anche di chiusura, egoismo e indifferenza. Le sue grandi finestre e i suoi spazi geometrici si rivelano infine per quello che sono, immagini di un’apertura e di una trasparenza di facciata, di un ordine che è prigione e illusione. Di Swada non sappiamo più nulla, il suo volto scompare in silenzio.

Non c’è dunque nessuna enfasi, né qui né altrove. Perfino la musica di Sergio Marchesini, lenta e delicata, ha poco spazio. Il racconto è narrato in modo lineare, è asciutto, scarno. Segre e Pettenello hanno preferito non spingere il pedale dell’emotività con scene violente o strazianti sui migranti. Una scelta che in fondo va contro le attese del pubblico, abituato a essere scosso dalle immagini, a partecipare empaticamente alle sofferenze dei profughi. Emozionare lo spettatore vuol dire anche privarlo, almeno un poco, della sua lucidità, e gli autori hanno deciso di percorrere un’altra strada. Sarebbe potuta venir meno, inoltre, l’identificazione del pubblico con il “moderato” Corrado. Perché Corrado, in fondo, siamo noi: un’Italia che non sa più riconoscere l’altro, né la sua storia.

Su questo il film chiede di riflettere. Anche il pamphlet che lo accompagna – dal titolo Per cambiare l’ordine delle cose* e contenente contributi di Igiaba Scego, Luigi Manconi, Ilvo Diamanti, Andrea Baranes e Pietro Massarotto – è un modo per prolungare la riflessione. Un modo per dire che il mondo potrebbe andare in un altro senso.

 

* È possibile trovare l’opuscolo sul sito web del film, www.lordinedellecose.it.

 

Pour citer cette ressource :

Rosanna Maggiore, Giovanni Gafà, "«L'ordine delle cose», Andrea Segre (2017)", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), mars 2018. Consulté le 21/08/2018. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/arts/cinema/lordine-delle-cose-andrea-segre-2017