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Alba de Céspedes, «Nessuno torna indietro» (1938)

Par Jade Spataro : Etudiante - ENS de Lyon
Publié par Alison Carton-Kozak le 08/01/2026

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Scheda di lettura del romanzo ((Nessuno torna indietro)) di Alba de Céspedes, pubblicato nel 1938 da Mondadori. Si tratto del primo romanzo di successo di Alba de Céspedes, pubblicato durante il Ventennio fascista e proibito dalla censura. Attraverso una personaggia, Emanuela,vengono esplorati due temi fondamentali del romanzo: l’essere madre e l’essere donna. L’analisi consente di mettere in rilievo l’operazione compiuta da de Céspedes nella sua scrittura, cioè la messa in scena di diversi percorsi di ragazze. Le sue personagge si confrontano alla realtà del mondo adulto, prevalentemente maschile e tradizionalista, per riuscire a costruire la propria identità e individualità.

Copertina di Nessuno torna indietro (ed. Mondadori, 2022) 

Presentazione dell’autrice

Alba de Céspedes nasce nel 1911, in una famiglia molto colta. Trascorre la sua vita tra Cuba, gli Stati Uniti, la Francia e l’Italia, paesi con cui ha un legame familiare molto forte (il nonno paterno, Carlos Manuel de Céspedes y del Castillo, è stato il primo Presidente della Repubblica Cubana e la zia paterna vive a Parigi). L’incontro con Arnoldo Mondadori, con il quale sviluppa una grande amicizia, segna l’inizio della sua fama letteraria. Mondadori pubblica nel 1937 il secondo romanzo di de Céspedes, Nessuno torna indietro, che ottiene un grande successo e viene considerato come il suo vero romanzo d’esordio. La censura fascista che vieta la ristampa del libro dopo la ventesima edizione nel 1940 non impedisce la sua diffusione, anche fino all’estero (nel 1940 il romanzo era già tradotto in dieci lingue). Lei continua a viaggiare e lavora in vari ambiti come la radio, la letteratura ma anche il cinema e si impegna molto nelle trascrizioni delle sue opere a teatro. Tra le sue opere, possiamo citare la rivista “Mercurio. Mensile di politica, arte, scienze” (che dirige tra il 1944 e il 1948), il romanzo Dalla parte di lei (1949) o il romanzo Sans autre lieu que la nuit, (tradotto in italiano nel 1976). De Céspedes muore nel 1997 a Parigi.

Riassunto del libro

Nessuno torna indietro è un romanzo corale che racconta la vita di otto giovani donne che vivono insieme in una pensione cattolica a Roma durante gli anni Trenta. Le quattro parti del romanzo alternano tra la vita a Roma e a Milano, e la vita in campagna durante l’estate. Milly, Xenia, Emanuela, Vinca, Silvia, Augusta, Anna e Valentina hanno ciascuna un’origine sociale e geografica diversa, e seguono un percorso diverso. Il romanzo illustra le ambizioni delle ragazze e la loro scoperta della realtà, in un’epoca in cui la libertà delle donne viene sempre ostacolata.

La nostra analisi si concentra qui su una sola di queste personagge, Emanuela, la quale tuttavia raccoglie in sé varie problematiche essenziali del romanzo. Si tratta di una giovane borghese che ha avuto una figlia con un militare, morto prima di poterla sposare o conoscere l’esistenza della figlia. Emanuela non è a Roma per studiare ma per visitare la figlia Stefania in collegio, segreto che nasconde alle amiche e al nuovo fidanzato, Andrea. Emanuela stenta a capire e ad affermare la sua individualità in un quotidiano in cui è sempre costretta alla menzogna e sottoposta agli ideali borghesi della sua famiglia.

1. Emanuela e l’essere madre

La personaggia di Emanuela non corrisponde affatto all’ideale della donna negli anni Trenta, un ideale tradizionalista e patriarcale ribadito dall’ideologia fascista. In effetti, il regime insiste sull’importanza della donna come “angelo del focolare”, figura destinata alle cure di casa e all’allevamento dei fascisti del futuro. La donna dovrebbe essere ridotta a una “sposa e madre esemplare" ((Voir MELDINI Piero, Sposa e madre esemplare. Ideologia e politica della donna e della famiglia durante il fascismo, Rimini-Firenze, Guaraldi, 1975.)), cosa che Emanuela rifiuta assolutamente di fare.

Sin dall’inizio del romanzo, la maternità di Emanuela si presenta come qualcosa di subito: dovrebbe essere naturale per una donna secondo i principi della società, mentre per lei non lo è affatto. La gravidanza inaspettata è la conseguenza di un atto sessuale compiuto col fidanzato al di fuori del matrimonio e che la personaggia non rimpiange mai, anche se non coincide con la morale dell’epoca. Il lettore scopre gradualmente questo passato di Emanuela: la grande storia d’amore con Stefano, l’annuncio della sua morte, la scoperta della gravidanza, la reazione della famiglia. Già prima della nascita della figlia, Emanuela non prova affetto per il nascituro: è visto come qualcosa di opprimente che controlla la vita e il corpo della madre. Anche dopo il parto, Emanuela dice di non sentire nessun affetto materno per la figlia. La scelta di andare a vivere a Roma dimostra una certa volontà di avvicinarsi alla bambina, ma la relazione tra le due rimane complicata per tutto il romanzo.

Quando Emanuela va a trovare Stefania in collegio per la prima volta, non realizza quello che succede. Sembra essere una persona diversa nella pensione – dove viene considerata una “ragazza”, una studentessa, che comincia a scoprire la vita – e nel collegio dove è subito associata al suo ruolo di madre. La figlia si interessa a lei solo quando le porta le caramelle, e durante la sua prima visita Emanuela non ne ha perché non ci ha pensato. Questa situazione fa sì che la personaggia si senta colpevole: non è una vera madre perché non regala le caramelle come fanno tutte le altre madri. La relazione sembra falsa, e la maternità per Emanuela solo un ruolo impostatole dalla società. Essere madre non è nient’altro che una parte che Emanuela recita solo quando entra nello spazio del collegio. Fa fatica a vedere la figlia come una persona reale, poiché Stefania esiste solo in relazione con la madre – che è l’unica a Roma a conoscere la sua esistenza – e solo nei limiti del collegio:

Ripensava ai giorni umilianti della clinica, in Svizzera: la madre l’assisteva, ma come se Stefania non esistesse. […] Il giorno che sentì Stefania dire: “Mamma” restò lì in un improvviso stupore, pensando “Sono io” e tuttavia non le sembrava vero: andava a trovarla soltanto una volta il mese e, ogni volta, trovava una bambina nuova. (p.31)

Nonostante il suo impegno, Emanuela fa fatica a creare un legame con la figlia Stefania. Al momento di Natale, le compra una bambola e descrive quello che le ispiravano le bambole quando era piccola:

La bambina in negozio pareva viva; non appena in casa, Emanuela la trasse dalla scatola, la prese in braccio, la strinse a sé, la scostò, tornò ad abbracciarla, credendo così di suscitare in sé un po’ di tenerezza: inutilmente. Da bambina le accadeva lo stesso. S’estasiava davanti alla vetrina, affascinata da una bambola, la voleva, la otteneva, se la portava a casa in braccio, fieramente; ma quando poi rimaneva sola con lei, non sapeva che cosa farne. (p.50)

Vediamo qui che Emanuela non corrisponde all’idea della donna dall’istinto naturalmente materno. Le visite quotidiane al collegio diventano allora un obbligo che impedisce ad Emanuela di uscire con il fidanzato la domenica. Nell’ultima parte del romanzo, Stefania si ammala e Emanuela sceglie di andare a pranzare con i genitori di Andrea invece di rimanere con la bambina. La sera, rimpiange questa scelta e immagina come sarebbe la sua vita se la figlia morisse:

Se moriva, niente più discorso ad Andrea. Avrebbe seguito il funerale, sola, con un velo in viso, e con l’ombra di quel padre ignoto che costruiva aeroplani. Un acuto dolore la mordeva nel ventre che aveva portato la bambina. Tuttavia quel pensiero si insinuava in lei, tenace come la speranza. Se moriva, sarebbe bastato un po’ di commedia la sera delle nozze. […]
“Muore, è certo. E mi libera.” […]
“Del resto” pensava “a cinque anni, non si apprezza ancora la vita, non si soffre di morire.” E tremava e si torceva le mani. Finché esausta s’abbandonò sul letto, aspettando che in lei si consolidasse questa certezza: Stefania morirà. (p.181)

Queste riflessioni di Emanuela illustrano molto bene l’ambiguità della sua maternità: da una parte esprimono per la prima volta una certa tenerezza per la bambina e lei sente un “acuto dolore” quando pensa alla possibilità della morte di Stefania, e dall’altra parte questa possibilità rappresenta la “speranza” di una liberazione per la protagonista, che potrebbe sposare Andrea senza avere il peso di questo segreto. Emanuela riesce alla fine del romanzo a diventare un nuovo tipo di madre moderna, che non cerca di imitare il modello esaltato dalla società ma accetta i suoi sentimenti contraddittori. Nelle ultime pagine del romanzo, decide di partire sola in viaggio con la bambina, che considera come l’unica persona con la quale riesce ad essere veramente se stessa:

Quella bambina scontrosa e aspretta, era l’unica persona cui si sentisse vicina. E non perché l’aveva generata; al contrario, perché il loro apporto era celato, segreto, perché andare a trovarla era un rischio che la sottraeva alla monotonia degli incontri col fidanzato. (p. 271)

2. Essere donna in un mondo di uomini

Le protagoniste del romanzo vivono in una realtà femminile all’interno della pensione, in cui ci sono solo suore e ragazze. Il mondo esterno al Grimaldi che frequentano per gli studi o durante i tempi di pausa rimane al contrario prevalentemente maschile. Oltre alla loro presenza pesante nello spazio pubblico, gli uomini hanno anche un’influenza diretta sulla vita e lo sviluppo delle personagge. Rendono difficile l’espressione dell’individualità, e a volte impediscono le donne di trovare la propria identità.

Lindsay Eufusia (2018, 15) fa notare nel suo articolo che le donne si dissolvono nell’identità dell’uomo e illustra quest’idea con la relazione tra Andrea e Emanuela. Questa relazione si costruisce gradualmente nel romanzo: Emanuela comincia a frequentare Andrea dopo la morte dell’amica Milly e si fidanzano poco tempo dopo. Anche se Emanuela sembra essere una delle protagoniste più emancipate della vicenda, si lascia tuttavia progressivamente governare dal ragazzo. Andrea sceglie le loro conversazioni e i luoghi dove vanno insieme: “Andrea la conduceva a visitare musei” (p.201) [corsivo mio], e quando è Emanuela a proporre qualcosa, si sente costretta a cambiare idea. Andrea giudica anche le relazioni di Emanuela dicendo chi dovrebbe frequentare o meno; non vuole andare a vedere Vinca che vive con un ragazzo con il quale non è fidanzata. Per finire, Andrea si riappropria l’identità della ragazza nominandola “Nuela”, cioè dandole un altro nome in un’operazione di appropriazione simile a quella che si compie con il matrimonio. Emanuela perde dunque in parte la propria libertà quando si fidanza con Andrea, e se ne rende conto solo alla fine del romanzo, quando decide di lasciarlo per andare a vivere la propria vita indipendente con la figlia.

Il tema delle relazioni donne-uomini è poco discusso tra le protagoniste del romanzo. Solo Augusta, una personaggia “vecchia” rispetto alle altre ragazze, che vive nella pensione perché cerca di pubblicare un libro, denuncia la dominazione maschile e cerca di convincere Emanuela di non sposare Andrea:

“Senti” Augusta le disse infine con voce affettuosa: “tu sei contenta di sposarti. Ti sposi. Ma hai riflettuto che, da quel giorno, non sarai più padrona di te? Anche quando sarai sola, una presenza, una volontà, un potere a te estraneo ti dominerà. Non serberai più nulla di tuo, neanche il nome, sarai soltanto la moglie del signor Lanziani; il quale, però, avrà il diritto di conoscere tutto di te: che fai, che pensi, e se glielo nasconderai sarà un tradimento. Anche i tuoi figli saranno suoi. Tu li metterai al mondo e lui, per legge, ne disporrà a suo piacimento.”
“Ma no” interruppe Emanuela: “che c’entra la legge? Noi faremo tutto di comune accordo, Andrea è una persona civile, ha fiducia in me, mi lascia libera…”
“Adesso…” precisò Augusta malignamente. “Ma, una volta sposati, non sarai mai più libera, neanche nel tuo intimo. Ne conosco…” sospirò, crollando la testa: “o sono devastate, sorridenti e vuote come bambole, oppure resistono alla devastazione e, per resistere, devono acquisire una forza mostruosa. È il caso peggiore: divengono blocchi di pietra, rocce, contro le quali chiunque si ferisce… Dimmi: hai pensato che un uomo avrà il diritto di entrare nella tua camera anche di notte, di metterti le mani addosso quando gli piacerà? E tu avrai il dovere di soddisfarlo. Il dovere!… Come si può parlare di dovere o di diritto, per un corpo umano? Disporre di qualcosa che è animato dallo spirito come di un oggetto inanimato?” (p.163)

Nonostante la sua lucidità sui rapporti tra donne e uomini – lucidità che parteciperà alla rimozione completa di questa personaggia dall’adattamento cinematografico nel 1945 – Augusta rimane in un approccio teorico. Non riesce a comunicare con Emanuela perché la giudica per la sua decisione di sposarsi, invece di cercare di capirla. Alla fine del romanzo, quando scopre che Emanuela è madre, si sente tradita e la tratta di ladra e bugiarda.

In questo senso, Emanuela è sola per capire come agire in quanto donna in un mondo maschile e oppressivo. Andrea non si rende conto della pressione che esercita su di lei e il loro amore è fondato su un’illusione: quando Emanuela gli svela di essere madre, Andrea non prova a capirla e ha una reazione di ribrezzo (“Lui, scattando in piedi, disse: “Che schifo!”. Poi le voltò le spalle e ne se andò.” p. 275). Emanuela si rende conto che non ama il ragazzo ma ama solo l’idea di avere una vita tranquilla e per bene:

Talvolta si domandava se intendesse davvero sposare Andrea; o se, fin dal principio, non vi pensasse affatto. Stefano, sì. Ma, con Stefano, si sentiva libera. Erano due creature libere; il loro amore era un pericolo da affrontare insieme come lui affrontava, solo, quello del cielo. Andrea aveva la mania dei programmi che escludono il piacere dell’imprevisto; di quello che può accadere nonostante la nostra volontà. (p. 271)

L’affermazione della propria individualità si compie dunque per Emanuela quando si libera dagli uomini ma anche dai pregiudizi delle altre donne, e riesce così a concepire la sua propria libertà.

Perché leggere Nessuno torna indietro?

L’opera è molto interessante perché congiunge i punti di vista di parecchie ragazze e ci mostra come vite così diverse si possano incrociare in un momento e un luogo precisi. Il lettore segue la loro evoluzione e l’attraversamento del “ponte”, metafora usata da Silvia per parlare del passaggio all’età adulta. I diversi spostamenti di punto di vista danno un ritmo molto dinamico al romanzo. D’altronde, il romanzo consente di studiare la scrittura di un’autrice, e la rappresentazione di personaggi femminili, in un momento storico in cui le donne – in quanto scrittrici e in quanto personagge – hanno un posto molto ridotto nella letteratura. Nessuno torna indietro consente dunque di considerare insieme tematiche storiche, politiche e sociali relative al periodo del Ventennio, tematiche legate alla cultura e alla censura durante l’epoca fascista e tematiche stilistiche e letterarie legate alla scrittura femminile – e al posto delle donne nella letteratura italiana in generale.

Bibliografia

DE CÉSPEDES Alba, Nessuno torna indietro, Milano, Arnoldo Mondadori editore, coll. «Oscar moderni», 2022 (1938).

MELDINI Piero, Sposa e madre esemplare. Ideologia e politica della donna e della famiglia durante il fascismo, Rimini-Firenze, Guaraldi, 1975.

EUFUSIA Lindsay, «Resisting Monologue: Alba de Céspedes’ Nessuno torna indietro and the Subversion of Paternal Authority», California Italian Studies, vol. 8, fasc. 2, 2018.

Note

Pour citer cette ressource :

Jade Spataro, Alba de Céspedes, Nessuno torna indietro (1938), La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), janvier 2026. Consulté le 02/02/2026. URL: https://cle.ens-lyon.fr/italien/litterature/bibliotheque/alba-de-cespedes-nessuno-torna-indietro-1938