Vous êtes ici : Accueil / Littérature / Bibliothèque / Mario Calabresi, «Spingendo la notte più in là»

Mario Calabresi, «Spingendo la notte più in là»

Par Maurizia Morini : Lectrice d'italien MAE et historienne - ENS de Lyon
Publié par Damien Prévost le 04/12/2007
Fiche de lecture du roman ((Spingendo la notte più in là)) de Mario Calabresi, paru aux éditions Mondadori, Milano en 2007.

bandeau fiche lecture.jpg

L'autore è nato a Milano nel 1970, ha compiuto studi in storia e giornalismo. È stato cronista parlamentare per l'Ansa, giornalista de La Stampa e de La Repubblica. Oggi è il corrispondente da New York del quotidiano La Repubblica.

Passa
una vela,
spingendo
la notte
più in là.

(da L'intermittenza del giallo, di Tonino Milite, l'uomo che ha fatto da padre a Paolo, Luigi e Mario Calabresi, pagina 4)

 

Mario Calabresi "parla" a partire dall'assassinio politico del padre, il commissario Calabresi, avvenuto 35 anni fa, di che cosa ha rappresentato per lui - bambino, per i fratelli e per la madre, quell'evento. Ai suoi ricordi si sommano quelli di altre vittime del terrorismo italiano degli anni Settanta e successivi, e le vicende controverse della storia italiana degli anni di piombo.

Privato e pubblico trovano una felice sintesi umana e politica.

Il testo si apre con una Nota per il lettore, molto utile per ricordare fatti e persone di cui troppo spesso si può perdere memoria. Ci si riferisce alle informazioni relative al commissario Luigi Calabresi che partecipò all'indagine sulla strage di Piazza Fontana avvenuta a Milano il 12 dicembre 1969. Dalla finestra del suo ufficio, durante gli interrogatori, precipita e muore l'anarchico Giuseppe Pinelli. Negli anni successivi due sentenze della Magistratura dichiareranno l'innocenza del commissario dopo che campagne di stampa lo indicavano come l'assassino.

Il 17 maggio 1972, mentre usciva di casa dopo avere salutato la moglie, in attesa del terzo figlio, venne ucciso.

Le indagini hanno seguito varie piste arenandosi, fino alla clamorosa svolta seguita alle dichiarazioni di Leonardo Marino (ex appartenente alla formazione politica extra parlamentare Lotta Continua) che accusa i compagni Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani di essere i mandanti dell'omicidio, Ovidio Bompressi l'esecutore materiale, lui stesso l'autista del gruppo. Gli accusati si sono sempre dichiarati non colpevoli, e in loro difesa si sono mobilitati intellettuali, politici e cittadini.

Dopo diverse sentenze, a vari livelli e in contrasto fra loro, nel gennaio del 1997 la Cassazione conferma la prima sentenza di 22 anni di carcere per gli accusati, 11 per Marino (in base alla Legge sui pentiti). Bompressi, agli arresti domiciliari per motivi di salute, è stato graziato nel 2006 dal Presidente della Repubblica; Pietrostefani è fuggito in Francia; Sofri, in carcere a Pisa, lavorava di giorno nella biblioteca della Scuola Normale Superiore, ha avuto per gravi motivi di salute la sospensione della pena.

Il Presidente della Repubblica Ciampi, nel 2004, ha conferito la medaglia d'oro alla memoria di Luigi Calabresi.

Questo è un libro che si legge "d'un fiato".

L'intenzione di Calabresi è chiara fin dalla scelta del bel titolo: dopo un evento senza ritorno si può ripartire, cercare di ricostruire la propria identità e la propria memoria, spostando - appunto - il buio oltre. È ciò che l'autore ha voluto fare, aiutato da una madre intelligente e coraggiosa, che ha cresciuto i tre figli, cercando di vaccinarli dall'odio, dal desiderio della vendetta, dalla condanna di essere vittime rabbiose. E questo senza arrendersi, inseguendo giustizia e verità (parole importanti nell'Italia del post-terrorismo) per una cultura della vita. Questa lezione morale sembra essere passata nel figlio scrittore che è riuscito ad "oggettivare" fatti e sentimenti e ha composto un libro coinvolgente, dove non c'è spazio per recriminare o naufragare nel dolore ma viene offerta al lettore, una chiave di lettura degli eventi legati al terrorismo italiano e ai soggetti coinvolti.

La vita di Calabresi non è stata tuttavia immune dal dolore, dal sentirsi diverso rispetto agli altri bambini, dal senso di abbandono da parte delle istituzioni, ma aver voluto, da uomo adulto, comporre i frammenti di parte della sua vita, permette a noi lettori di scoprire un aspetto lasciato troppo spesso in ombra nel clamore delle vicende politiche e giudiziare italiane.

È il caso dei "parenti delle vittime", definiti dall'autore solitamente mansueti, con un forte senso dello Stato, con rispetto per i loro morti che impedisce di trascendere. Le Istituzioni sono state assenti o indifferenti nei loro confronti, lo scrittore con equità fa dei distinguo: non tutti i politici sono sordi quando, spesso in silenzio, si sono fatti carico del disagio ma in generale predominano il senso di disinteresse e di abbandono, salvo rapide decisioni di medaglie o riconoscimenti.

Le pagine dedicate all'incontro fra Calabresi e le figlie o le mogli di altre vittime ci apre un ulteriore scenario sulle reazioni individuali di fronte ad omicidi incomprensibili, fra chi è morto alla vita e chi ha guardato in faccia la realtà e non si è chiuso nella sofferenza. In definitiva, con tono pacato, il libro ci conduce nel percorso compiuto da un uomo che ha guardato nella suo passato, nel presente, e oltre, impegnandosi a voltare pagina nel rispetto della memoria. Ci è sembrato che il finale mostrasse la maturità e la consapevolezza di chi pacificato afferma, in riferimento al padre:

Dovevo portarlo con me nel mondo, non umiliarlo nelle polemiche e nella rabbia, così non lo avrei tradito. Bisognava scommettere tutto sull'amore per la vita. Non ho più cambiato idea. (pagina 131)

 

Pour citer cette ressource :

Maurizia Morini, "Mario Calabresi, «Spingendo la notte più in là»", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), décembre 2007. Consulté le 08/12/2019. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/litterature/bibliotheque/mario-calabresi-spingendo-la-notte-piu-in-la