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Entretien avec Massimilla Rinaldi

Par Maurizia Morini : Lectrice d'italien MAE et historienne - ENS de Lyon
Publié par Damien Prévost le 19/05/2007
Massimilla Rinaldi è nata nel 1948 a Reggio Emilia dove risiede. Laureata a Bologna in Scienze politiche, è stata militante di base, funzionaria, responsabile di sede e membro del comitato direttivo nazionale dell' UDI, giornalista di Noi donne e oggi presidente dell' Archivio UDI di Reggio Emilia, aderisce ad associazioni femminili. Attualmente è dipendente della Pubblica Amministrazione. Sposata, ha una figlia.

Massimilla Rinaldi è nata nel 1948 a Reggio Emilia dove risiede. Laureata a Bologna in Scienze politiche, è stata militante di base, funzionaria, responsabile di sede e membro del comitato direttivo nazionale dell' UDI, giornalista di Noi donne e oggi presidente dell' Archivio UDI di Reggio Emilia, aderisce ad associazioni femminili. Attualmente è dipendente della Pubblica Amministrazione. Sposata, ha una figlia.

Gli anni Settanta nell'UDI (Unione donne italiane) - un percorso di militanza al suo interno - l'incontro con il femminismo - una specificità emiliana - la delusione delle giovani generazioni - la militanza oggi. - Che ricordo hai di te negli anni Settanta? Andando qualche anno indietro, posso dire che ho vissuto gli anni sessanta da adolescente ed erano estremamente asfittici; il modello di donna tradizionale che veniva proposto mi stava strettissimo. Poi l'esperienza del '68 e tre anni all'estero per studiare mi hanno aperto gli orizzonti e mi hanno permesso di vedere modi più emancipati di femminilità. - E del femminismo? La mia opinione sul femminismo degli anni Settanta è del tutto positiva in quanto movimento che ha segnato una svolta storica, sia culturale che politica, su come le donne potevano viversi in rapporto "all'universale maschile". Da lì ovviamente sono venute poi le contraddizioni, le sofferenze, le difficoltà nel costruirsi una propria identità di genere che ritengo un percorso ancora aperto. Ma rispetto a come eravamo vissute noi donne e a come noi stesse ci vivevamo, ritengo che oggi ci sia un abisso e che le giovani venute dopo quella stagione non se ne rendano conto. Ecco perché, probabilmente è utile fare storia o almeno narrazione di quanto è successo per dare un significato all'oggi e forse qualche strumento per il futuro. Al'epoca mi ero avvicinata all'UDI condividendone alcuni assunti, anche se c'era già il femminismo, che si basava sul piccolo gruppo, sull' autocoscienza, sulla crescita individuale; mi colpiva il fatto che le femministe rappresentavano solo se stesse e non le altre, questa invece era una caratteristica politica dell'UDI. Allora c'era contrapposizione su emancipazione e liberazione: si diceva che sinonimo di emancipazione era l'UDI e di liberazione i collettivi femministi; io sono di quella generazione che ha intrecciato emancipazione e liberazione. - Parlami della tua militanza nell'UDI? Sono stata funzionaria per cinque anni, ed è stata un'esperienza formativa, quella che sono oggi lo sono anche in forza di quella esperienza. La mia partecipazione è stata totale sia come militante di base, sia come funzionaria; lavoravo tutti i giorni all'associazione e non avevo praticamente più una vita privata. A Reggio Emilia l'UDI era considerata chiusa e si diceva fiancheggiatrice della sinistra, ho conosciuto le donne precedenti a noi e ho studiato i materiali d'Archivio, questo enorme patrimonio dell'Archivio che abbiamo, e so che un grado di autonomia l'hanno sempre avuta e secondo me le donne dell'UDI hanno sempre portato un di più. Anche se poi, a volte, hanno fatto carriera in un partito, in un sindacato, la loro militanza nell'UDI le rendeva diverse dalle altre. - Nell'UDI una svolta rilevante è avvenuta nel '78.

Il congresso del '78 fu uno dei più belli di tutti, sono stata eletta nel Comitato direttivo e ci sono rimasta fino al 1982, quando questa forma di organizzazione è stata sciolta, ho condiviso molto quell' iter e credevo molto nell'operazione di autonomizzazione dalla sinistra e di fare emergere la capacità delle donne in quanto tali di governarsi. Si è voluto cambiare una forma organizzativa modellata sui partiti e i sindacati che non corrispondeva più al protagonismo delle nuove generazioni. Posso aggiungere che, ancora una volta, l'UDI si è dimostrata un laboratorio politico delle donne, ma ha subito i contraccolpi degli anni Ottanta e Novanta diventando carsica come il resto del movimento delle donne, salvo i centri di documentazione, gli archivi, i women's studies a Verona, Napoli, Arezzo e Roma. Dopo il '78 le compagne più giovani diventarono insofferenti, non ne volevano più sapere delle direttive nazionali, volevano più autonomia e possibilità di scegliere il tema su cui lavorare, tuttavia questi gruppi dopo il 1982, in particolare a Reggio Emilia, pur avendo messo molto in discussione l'organizzazione si squagliarono tutti. Noi avevamo contribuito alla costruzione della Carta degli intenti ma non volevamo più organizzare per le altre, facevamo comunque fatica a scomparire perché l'archivio dell'UDI, nella Carta degli intenti, è una parte fondamentale dell' associazione. L'elaborazione politica ha ripreso da alcuni anni con il XIV Congresso ma non sono molto informata perché da anni non sono più iscritta e frequento di più la parte degli Archivi, avendo contribuito a sistemare l'archivio di Reggio di cui sono presidente.

- Hai fatto diversi riferimenti alla situazione reggiana, credi si possa parlare di una specificità delle donne dell'Emilia Romagna?

Sì, ritengo se ne possa parlare perché da noi l'emancipazionismo è stato molto forte avendo le sue radici nella situazione sociale; ritengo che la nascita della solidarietà contadina prima e operaia poi, il movimento cooperativo, i sindacati, i partiti socialista e comunista abbiano contribuito, pur tra molte difficoltà dovute al patriarcato e al maschilismo imperanti, a far nascere anche una coscienza femminile. Se vuoi prima come sfruttata nella propria classe sociale e poi come donna. Questo, secondo me, spiega anche la difficoltà nell'accogliere il pensiero femminista quando è esploso. La partecipazione alla Resistenza, intesa anche come Resistenza civile, al voto e la nascita dell'associazionismo femminile dopo la guerra, che in Emilia Romagna è stato fenomeno di massa, hanno caratterizzato molto la presa di coscienza femminile. Ovviamente in altre regioni ci sono stati fenomeni analoghi, ma non credo così generalizzati, mentre al sud tutto ciò è mancato perciò la differenza è profonda. Naturalmente è fondamentale anche il livello culturale che per generazioni ha visto le donne solo come aspiranti deluse e ricacciate nell'ignoranza, situazione comune per la generazione di mia madre e abbastanza presente ancora nella mia generazione. Per molte questo ha significato coltivare complessi di inferiorità, difficoltà nell'esprimere le proprie opinioni anche se ne avevano. Spesso ha comportato l'adesione acritica ai partiti che comunque legittimavano la loro partecipazione. Ricordo negli anni in cui ero funzionaria all'UDI, discussioni con donne che si definivano prima comuniste e poi donne. Ancora oggi sento che per tante donne è fondamentale il riconoscimento maschile, mentre per me è fondamentale il riconoscimento femminile. Questo mi fa dire che il femminismo è ancora un pensiero  patrimonio di una minoranza,  che in modo diffuso sono penetrati alcuni assunti del femminismo ma anche tante distorsioni e luoghi comuni. Spesso incontro giovani che interpretano il femminismo in modo negativo perciò lo rifiutano, confesso che in questo caso provo un certo sgomento, forse quello che a me sembra evidente del mio essere donna non lo è altrettanto per tante altre donne; a loro non interessa proprio misurarsi con un'identità autonoma, accettano il ruolo dato.

- Di che cosa ti occupi oggi?

Nel mio lavoro in Provincia, coordino un progetto relativo alla valorizzazione del ruolo delle donne nella Resistenza e nella costruzione della nostra Repubblica dal titolo "Oltre il 60°. Dalla Resistenza ad oggi. Le donne reggiane protagoniste consapevoli". È un progetto pluriennale che intendo concludere a ottobre 2007 con la restituzione pubblica dei risultati, perché dal primo novembre andrò in pensione. Penso di continuare ad occuparmi dell'Archivio dell'UDI di Reggio e di partecipare a qualche attività delle associazioni di donne Nondasola e DonneInsieme cui aderisco. Per il resto spero di avere più tempo per la mia famiglia e per leggere, studiare, viaggiare.

Pour citer cette ressource :

Maurizia Morini, "Entretien avec Massimilla Rinaldi", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), mai 2007. Consulté le 19/11/2018. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/civilisation/xxe-xxie/le-mouvement-des-femmes/entretien-avec-massimilla-rinaldi