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Chiara Zamboni

Par Chiara Zamboni : Professeur de Philosophie du langage - Université de Vérone , Maurizia Morini : Lectrice d'italien MAE et historienne - ENS de Lyon
Publié par Damien Prévost le 13/11/2007
Chiara Zamboni si dedica da anni con passione e rigore alla ricerca sul linguaggio, in un percorso che ha preso le mosse nel contesto della comunità filosofica Diotima di cui è stata una delle fondatrici. In continua interlocuzione con altre, ha affrontato questioni come "l'azione perfetta" e capitoli "rischiosi" come "un gioco del linguaggio in continuità con l'essere inquieto", oppure "cosa significa essere una donna e parlare del mondo degli uomini e delle donne?" (cfr. il suo libro Parole non consumate, Liguori 2001). Vive a Verona, dove insegna Filosofia del linguaggio all'università.

Chiara Zamboni si dedica da anni con passione e rigore alla ricerca sul linguaggio, in un percorso che ha preso le mosse nel contesto della comunità filosofica Diotima di cui è stata una delle fondatrici. In continua interlocuzione con altre, ha affrontato questioni come "l'azione perfetta" e capitoli "rischiosi" come "un gioco del linguaggio in continuità con l'essere inquieto", oppure "cosa significa essere una donna e parlare del mondo degli uomini e delle donne?" (cfr. il suo libro Parole non consumate, Liguori 2001). Vive a Verona, dove insegna Filosofia del linguaggio all'università.

Il femminismo era nell'aria, letture e curiosità, Effe e Noi donne, le donne di Verona, la libertà di trovare la propria strada, l'amore per la discussione filosofica,la nascita di Diotima, le donne si fanno soggetto di pensiero, fare tabula rasa di tutta la tradizione filosofica maschile, il Grande Seminario annuale, le pubblicazioni.

Tante volte si è sostenuto - e io stessa l'ho fatto - che la politica delle donne avviene per contatto e contagi, attraverso donne che si conoscono, situazioni a cui ci capita di partecipare. Questo è vero come linea di tendenza. Eppure ne costituisco un controesempio: il primo interesse avuto per il femminismo è nato per il fatto che leggevo i giornali, ascoltavo la televisione e il femminismo negli anni Settanta era nell'aria. Ma di femministe a Bari, dove avevo frequentato la scuola e poi l'università, non ne conoscevo. Nei primi anni Settanta ero iscritta a filosofia, e la mia scelta per quella facoltà era dettata dalla passione per la filosofia sì, ma molto dalla passione per la politica, dato che in quegli anni filosofia e politica sembravano coincidere quasi alla lettera. Erano gli anni dopo il '68 e la facoltà che frequentavo era ad egemonia marxista. Qualsiasi segno di pensiero femminile era escluso. Neanche di Rosa Luxemburg si parlava. E di collettivi femministi neanche l'ombra.

Leggevo sui giornali di femminismo e, curiosa e alla ricerca di tracce più interessanti, avevo scoperto in edicola, guardando qua e là, una rivista che poi ho scoperto essere stata fondamentale per tante. Si trattava di Effe. Effe come femminismo ovviamente. Praticamente la divoravo. In solitudine. La mia amica del cuore mi sembrava allora completamente aliena a questi percorsi. In famiglia mia madre e mia sorella avevano seguito piuttosto la strada dell'emancipazione coniugata al buon senso.

In edicola in quegli anni arrivavano Effe e Noi donne. Noi donne era la rivista delle donne vicine al partito comunista. Ho seguito poi con interesse la passione con la quale guadagnavano numero dopo numero una autonomia dal partito che significava contemporaneamente una autonomia da logiche maschili. Ho conosciuto anche una delle direttrici della rivista che ne parlava come un momento di passione e di crescita. Ma a me, in quel periodo, sembrava troppo seriosa e le preferivo Effe, che mi sembrava più di movimento e meno legata alla questione del lavoro e delle leggi. Più sperimentale e dinamica. È lì che ho letto per la prima volta di collettivi femministi e di pratica dell'autocoscienza. È lì che ho letto di psicanalisi e femminismo.

Di riviste femministe oggi in edicola non ce ne sono più. Ma non dispero. Per ragazze curiose come ero io allora ci sono i siti in internet. Con una ricchezza di percorsi anche maggiore. La prima spinta è il desiderio. È lui se mai ad inventarsi le strade per arrivare dove è attratto.

Nel '76 ero laureata felicemente e trasferita a Verona. E a Verona le femministe erano ebbene sì sguinzagliate in giro e vestite in modo riconoscibile: gonne lunghe, zoccoli, scialle viola sulle spalle. Non tutte, ma sicuramente lo era l'amica che mi affascinò di più e che mi introdusse ad un percorso di conoscenze, a quelle relazioni che si sparpagliano a macchia d'olio per contiguità.

Incominciai a frequentarle alla fine degli anni Settanta quando tutto sembrava appena passato: i gruppi di autocoscienza c'erano già stati e sciolti, come quello famoso di piazza Isolo. Di pratica dell'inconscio si parlava. Di femminismo e psicanalisi si discuteva molto. Mi sembrava di entrare per la porta secondaria in una festa che stava terminando.

Ma anche qui, con il senno di poi, mi resi conto che ero entrata per una delle porte possibili, quella legata alla pratica dell'inconscio, che aveva come centro i gruppi milanesi. E che le donne a Verona aveva seguito le milanesi, mentre sarebbe stato cosa del tutto diversa capitare e partecipare a Padova, dove non abitavo, ma che frequentavo ancora per motivi di studio. Lì il femminismo aveva preso la piega più marxista di mostrare le contraddizioni del rapporto tra lavoro, vita quotidiana alla luce della differenza dei sessi attraverso la richiesta del salario alle casalinghe.

Avevo nel frattempo incominciato a lavorare all'università di Verona con una borsa di studio. Per questa presenza all'università sono stata invitata a prendere parte per la prima volta ad una iniziativa pubblica pensata e voluta da donne. Era il 1979, per me data importante, perché per la prima volta mi ritrovai a discutere in gruppi di donne che non conoscevo, invece di seguitare a leggere libri di donne e parlarne ad amiche. Si trattava di una iniziativa del coordinamento delle donne dei sindacati che invitavano le docenti universitarie a guidare assieme dei gruppi di riflessione di donne su un tema già scelto: il legame che, partendo dalle storie di vita, trovavamo nella storia delle nostre nonne e delle nostre madri. Da un lato, nel mio gruppo, fu bello parlare di noi e delle generazioni precedenti. Dall'altra la forma della narrazione era anche insoddisfacente. Provocava ripetizioni, un restare al vissuto senza approfondirne i momenti di verità, di legame simbolico che pure dovevano esserci nella storia, ma che non si notavano. Da questa esperienza ho guadagnato il grande fascino che la narrazione esercita soprattutto sulle donne come modo per aprirsi al mondo, ma ho capito anche che, se si cerca qualcosa di più orientante, occorre fermarsi per cogliere il taglio della verità della narrazione. E il rapporto tra verità e narrazione resta per me tuttora un problema aperto.

A quell'iniziativa conobbi politicamente Luisa Muraro. Ho scritto non a caso "politicamente", perché l'avevo conosciuta ben prima. Insegnava nella mia facoltà. Anzi, la ospitavo anche qualche volta a casa a Verona, lei che veniva da Milano. Il fatto è che mi colpì molto una conferenza che tenne in una delle sedute plenarie volute dal coordinamento sindacale. Parlò di una possibilità di depenalizzare aree del comportamento umano. Depenalizzare, cioè sottrarre all'azione dell'intervento legislativo. Chiedere allo stato di fare un passo indietro rispetto a comportamenti precisi. E si riferiva all'aborto. C'era stato da poco il referendum sull'aborto, che mi sembrava vinto alla grande da chi voleva l'aborto. Introdurre l'idea che non era questa la strada giusta, cioè battersi per un miglioramento dell'intervento statale a favore delle donne, ma che c'era un ambito della realtà umana sul quale lo stato non doveva legiferare lasciando dunque alla volontà ai desideri alla capacità di autoregolarsi delle donne la libertà di trovare la propria strada, mi sorprendeva enormemente. E che in particolare questo riguardasse quel che apparteneva ad una esperienza così intima e in genere dolorosa per una donna come quella di abortire era giusto e in un certo modo destabilizzante del mio modo di pensare. Non si trattava di battersi per i diritti delle donne, avendo come interlocutore lo stato, ma chiedere allo stato di delegiferare, di restringere l'area della regolazione per legge quando si trattava del corpo delle donne. Non lasciando però allora campo libero al mercato e alle sue altre regole, ma ad una capacità di iniziativa femminile, fondata sullo scambio tra donne, un muoversi in modo misurato per trovare un proprio modo di autoregolarsi attraverso relazioni e pratiche. Si pensi quanto questo dibattito è ritornato attuale nel caso del referendum sulla procreazione assistita del 2005.

Come ho detto, questa posizione di Luisa Muraro mi sorprese enormemente e solo col tempo ho capito che era frutto di un lavoro comune di riflessione politica che aveva avuto come luogo di elaborazione alcuni collettivi femministi di Milano, a cui Luisa aveva partecipato, e che veniva portata avanti, nel periodo in cui sentii la conferenza, dalla Libreria delle donne di Milano, di cui lei faceva parte. Insomma incominciai a guardarla in modo diverso, come portatrice di qualcosa di imprevisto e assolutamente vero al medesimo tempo.

Come al solito quando incontro una verità, questa è spiazzante e genera un'allegria particolare. Così fu in quel caso. Del resto che cos'è un movimento politico? È un muoversi politicamente in modo indipendente dai partiti e dalle organizzazioni. Ma tutti i movimenti che avevo conosciuto fino a quel momento erano antagonisti ai partiti e allo stato. In questo caso no: non si trattava di essere contro, ma di mostrare la forza e la vitalità delle relazioni tra donne quando questo riguardava l'esperienza stessa delle donne.

Luisa Muraro nel 1983 chiese di discutere in gruppo un foglio politico appena uscito della Libreria delle donne di Milano, che aveva per titolo "Più donne che uomini", più noto come "Sottosopra verde". Ci trovammo per parlarne a casa di Annamaria Piussi, che abitava allora in via Fontana del ferro, a Verona. Il gruppo continuò a trovarsi con regolarità almeno per un anno e prese il nome dalla strada di Annamaria. Capitava una cosa che finì per cambiare direzione al gruppo. Eravamo quasi tutte di formazione filosofica a discutere e bene o male parlando la filosofia ricompariva per concetti adoperati, per forme di argomentazione, per riferimenti. Era troppo insistente questa ripetizione per non essere significativa. Questo fece slittare lo sguardo, fino a quel momento concentrato solo su questioni di politica delle donne. Quelle che erano lì amavano la filosofia e al medesimo tempo sentivano la insignificanza simbolica dell'essere donne nel discorso filosofico, nei suoi codici, concetti tramandati dalla tradizione maschile. L'invenzione di Diotima, che diede avvio ad un nuovo inizio, nacque dal desiderio di tenere unito l'amore effettivo che avevamo per la filosofia e la fedeltà al nostro essere delle donne, che aveva bisogno di trovare espressione nel discorso stesso.

Diotima dunque si è formata nel 1984. Era ed è composta in parte da docenti universitarie, in parte da insegnanti di filosofia, di italiano, in parte da donne che hanno altri lavori ma che amano la discussione filosofica. L'abbiamo comunque pensata interna all'università, spostando dunque il nostro luogo di incontro da casa di Annamaria a sale di riunione dell'università. Questo è stato per noi un gesto simbolico. Volevamo segnalare che una casa privata ripeteva le figura del separatismo, che aveva segnato e con una sua ragione il femminismo degli anni Settanta, ma che ora si era in un certo senso conclusa. Con Diotima volevamo segnalare una inclusione delle donne nelle istituzioni? Certo che no. Volevamo piuttosto aprire all'interno delle istituzioni la contraddizione di una presenza femminile pensante e autonoma e vedere in concreto che cosa avvenisse di modificazioni nell'istituzione stessa.

Fare filosofia in fedeltà all'essere donna è una questione di invenzione di temi di pensiero e contemporaneamente di creazione di pratiche. Nel senso che una rivoluzione del pensiero avviene non solo perché si vanno ad individuare concetti, disposizioni del discorso, temi orientanti, ma anche perché si vanno a creare contesti che permettono una ricchezza di scambi imprevedibili nei contesti abituali. In questo senso è stato altrettanto importante aver scelto di mettere a tema il pensiero della differenza sessuale come qualcosa da scoprire e produrre al medesimo tempo e concepito da donne quanto è stato importante pensare pratiche innovative nel fare filosofia.

A partire dal tema scelto siamo arrivate alla prima pubblicazione di Diotima, Il pensiero della differenza sessuale, edita da La Tartaruga guidata da Laura Lepetit, che ha avuto una prima edizione nel 1987 ed è poi stata riedita sempre per la stessa casa editrice nel 2003. Si trattava di considerare la differenza sessuale come l'orientamento di un pensiero patito soprattutto da donne. La passione della differenza sessuale era ed è qualcosa che provoca le donne a farsi soggette di pensiero, quindi attira al pensiero autonomo, al medesimo tempo è un vero e proprio patire perché nella divisione sessuale dei ruoli simbolici le donne si sono trovate strette e a disagio e hanno espresso questa loro sofferenza in molti modi. Qui si è trattato di farne leva per farne discorso sull'essere umano e sul mondo. Non c'è simmetria tra donne e uomini quando si parla di differenza sessuale. La maggioranza degli uomini è in un certo senso accomodata in tale divisione sessuale dei ruoli simbolici. Non ne sente una sofferenza. Non sente la necessità di farne discorso.

Altrettanto importanti sono state le pratiche introdotte nella nostra comunità filosofica. Ne racconto soltanto una che mi sembra particolarmente significativa. Luisa Muraro diede l'indicazione di discutere assieme senza però mai citare i testi dei filosofi che conoscevamo. E neppure delle filosofe. Quando parlavamo, dovevamo fare riferimento soltanto alle donne lì presenti, e in genere ai discorsi appena detti, in modo da riprenderli e dare loro valore. Non era per noi facile. Ognuna di noi veniva da una formazione filosofica tradizionale precisa. Chi si era formata con il marxismo, chi con la fenomenologia o con la filosofia analitica anglosassone. Ma non potevamo certo continuare a parlare per interposta persona, prendendo a caso le frasi dei filosofi che amavamo di più. Il farsi controfigure del discorso filosofico maschile in qualche modo doveva finire.

Tutto ciò ebbe diversi effetti. Innanzitutto che questo significava di fatto fare tabula rasa di tutta la tradizione filosofica maschile che in fondo era la nostra formazione. Di conseguenza lo stile del nostro discorso, senza l'appoggio di pensieri già pensati da altri, sembrò agli inizi e per un bel po' di tempo un balbettio, piuttosto che un discorso filosofico compiuto. Ma questo stile non concluso non è venuto meno quando abbiamo acquistato pratica. È rimasto sempre un po' sospeso e in genere lo si può considerare come lo stile di un pensiero in divenire, di cui nessuna è l'unica autrice.

Non soltanto, un altro effetto fu lo sgretolarsi del narcisismo personale. Se dovevamo riprendere il discorso dell'altra, che aveva uno stile balbettante, non potevamo più appoggiarci a qualcosa che, per interposta persona, ci facesse sentire nella perfezione del pensiero pensato. Non potevamo più farci personaggi teatrali, attrici, di verità pensate da filosofi di secoli passati.

Un ulteriore spostamento riguardava l'importanza che veniva a prendere la filosofia orale accanto a quella scritta. Una non sostituiva l'altra, ma certo la filosofia orale aveva un luogo proprio e fortemente simbolico. E un modo di procedere specifico: riprendere il discorso dell'altra, l'impossibilità di tornare indietro su quello che era stato detto. Certo modificarlo era possibile ma non cancellarlo.

Ora questa pratica creava un tessuto di pensiero femminile, un suo andamento, un suo stile. E il pensiero femminile si andava facendo nella pratica, intrecciandosi ai temi che via via toccavamo, senza dipendere strettamente dai temi. In altre parole si è venuto a creare una forma processuale del pensiero accanto al contenuto del pensiero. E siamo state molto attente a curare sia un aspetto che l'altro, perché entrambi fortemente simbolici.

Contemporaneamente in questi anni abbiamo voluto presentare il filo della nostra ricerca ad un pubblico composto soprattutto di donne, ma anche di uomini attenti. Ogni anno in autunno teniamo quindi all'università il Grande Seminario di Diotima che ha finito per prendere questo nome, quasi nato da sé, perché, per essere un seminario, effettivamente è frequentato da tantissime donne in un'aula grande dell'università. È un modo per verificare la nostra ricerca, dato che molta importanza è data in questi incontri al dibattito che si snoda su tante questioni e che ci dà una misura di quel che stiamo pensando. Per questo motivo tale incontro annuale è per noi essenziale. È lì che abbiamo presentato i diversi temi che poi sono confluiti nei nostri libri.

I libri raccontano in un certo modo il percorso della nostra comunità tra gli anni Ottanta e oggi. Nel 1990 abbiamo pubblicato Mettere al mondo il mondo (La Tartaruga, Milano) in cui volevamo dire che l'uscita dal separatismo politico femminismo significava che le donne avevano la possibilità di aprire il mondo alla sua verità, senza ridursi ad un discorso solo sulle donne, ma mettendo a frutto il loro sapere come misura per i rapporti sociali e per una nuova civiltà.

Nel 1992 abbiamo pubblicato Il cielo stellato dentro di noi (1992) riprendendo l'idea di Luisa Muraro in L'ordine simbolico della madre di un tessuto che si va facendo di civiltà là dove si pone all'inizio del nostro percorso personale il legame con la madre. E proprio a questo tema si rifà l'ultimo libro che stiamo pubblicando e che esce tra poco, nel 2007 per la casa editrice Liguori di Napoli con il titolo già significativo di L'ombra della madre. Come a dire che se l'inizio di una civiltà è la madre, questo inizio è carico di un oscuro, di ambiguità, di paura dell'onnipotenza materna, di conflitti soprattutto femminili e di rimozioni maschili, di una massa confusa fantasmatica, di cui occorre tenere conto se si vuole che l'inizio materno abbia efficacia politica. E che l'ombra della madre insiste non solo nelle nostre vite ma nel processo stesso della politica nel mondo occidentale.

Nel 1995 è uscito Oltre l'uguaglianza. Le radici femminili dell'autorità (Liguori, Napoli). Un libro fondamentale sul tema dell'autorità, riscattando questo concetto dalla tradizione novecentesca che lo ha caricato di connotazioni negative legate alla forza e all'autoritarismo. L'idea è di porlo in antagonismo al potere, aprendo una breccia in questo modo in quello che è oggi l'unico interpretante politico, e cioè il potere. Le esperienze portate sono quelle femminili, ma non solo.

La sapienza di partire da sé (1996, Liguori) parla dell'attraversamento della soggettività come via principale per trovare legami con il mondo che vanno oltre la stessa soggettività e che funzionano da scandaglio e da orientamento nel mondo. L'inclinazione soggettiva femminile di raccontare di sé viene aperta alle sue possibilità politiche quando se ne coglie gli elementi impersonali insiti nella narrazione stessa.

Il profumo della maestra (1999, Liguori) valorizza i saperi femminili fondati sull'esperienza e mostra in atto un conflitto tra saperi d'esperienza e saperi disciplinari, che possono divenire tecniche, procedure di controllo della realtà.

Approfittare dell'assenza (2002, Liguori) affronta la questione della storia. Le donne non sono state presenti sempre nella storia. Non ne sono le protagoniste a tutto tondo. La presenza maschile nella storia è evidente. Il libro suggerisce di prendere questo come un sintomo di un altro modo di stare nei confronti della storia: presenti e anche velate. Visibili e invisibili, dove l'invisibilità apre ad un diverso rapporto con l'esserci. Evitando in questo modo l'ansia della presenza a tutti i costi in una storia disegnata dagli uomini.

La magica forza del negativo (Liguori, 2005) pone al centro l'ambiguità come luogo a partire dal quale si vengono a formare posizioni più precise. L'ambiguità è come un crogiolo non ancora precisato di tanti elementi, a cui è bene tornare affinché il negativo nelle nostre vite e nelle modificazioni della realtà non vada a finire male ma sia elemento vivificatore mescolandosi con altri elementi.

Pour citer cette ressource :

Chiara Zamboni, Maurizia Morini, "Chiara Zamboni", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), novembre 2007. Consulté le 23/04/2018. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/civilisation/xxe-xxie/le-mouvement-des-femmes/chiara-zamboni