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Giacomo Matteotti, «Questo è il fascismo» (2022), «Il fascismo tra demagogia e consenso» (2020), «Un anno e mezzo di dominazione fascista» (2020)

Par Agnese Pignataro : Professeure agrégée d’italien - Université Grenoble-Alpes
Publié par Alison Carton-Kozak le 29/09/2022
Recensione: Giacomo Matteotti, ((Questo è il fascismo)), Roma, Edizioni e/o, 2022; ((Il fascismo tra demagogia e consenso)), Roma, Donzelli, 2020; ((Un anno e mezzo di dominazione fascista)), Pisa, Pisa University Press, 2020.

 

 

La riscoperta storiografica di Giacomo Matteotti

Riallacciandosi esplicitamente al centenario della marcia su Roma (1922-2022) e al dovere di memoria, la collana di pensiero radicale delle edizioni E/O ci propone di rileggere due discorsi di Giacomo Matteotti alla Camera dei deputati, quello del 31 gennaio 1921 e quello del 30 maggio 1924, pubblicando il volumetto Questo è il fascismo a cura di Pietro Polito. I discorsi sono preceduti da un breve ritratto di Matteotti consegnatoci da Piero Gobetti e da una sua brevissima biografia, e seguiti da una bibliografia di e su Matteotti. Chiude il volume una bella presentazione della Piccola Biblioteca Morale interna alla collana di pensiero radicale ad opera del suo direttore, Goffredo Fofi.

La ripubblicazione dei due discorsi di Matteotti rappresenta un passo ulteriore nella divulgazione degli scritti del deputato socialista avviata negli ultimi anni con diverse operazioni editoriali, delle quali citeremo quella intrapresa nel 2020 dalla fondazione Matteotti con la pubblicazione della raccolta Il fascismo tra demagogia e consenso a cura di Mirko Grasso per i tipi di Donzelli. Tale raccolta riproduce (salvo poche modifiche) il volume Reliquie che fu stampato in 3200 copie il 25 agosto del 1924, poche settimane dopo il ritrovamento dei resti di Matteotti, ma la cui progettazione da parte della redazione del quotidiano socialista La Giustizia (di cui Matteotti era stato autorevole collaboratore) risaliva già alle giornate di giugno successive alla sua sparizione. Il volume comprende un ampio insieme di articoli giornalistici firmati da Matteotti, quasi tutti pubblicati su La Giustizia e sul quindicinale Critica Sociale tra il 1922 e il 1924.

L’anno 2020 ha altresì segnato la pubblicazione di un volume aggiuntivo all’edizione critica delle opere – scritti, discorsi e lettere – di Matteotti curata da Stefano Caretti, ordinario di storia contemporanea all’Università di Siena. Si tratta di Un anno e mezzo di dominazione fascista, opuscolo al quale Matteotti stava lavorando all’epoca del suo assassinio. Un fortunato ritrovamento negli archivi della Camera dei deputati ha consentito di portare alla luce tale scritto, versione ampliata e aggiornata di Un anno di dominazione fascista, che Matteotti aveva pubblicato nel febbraio del 1924 in condizioni di semiclandestinità. In seguito al suo assassinio l'opera cominciò a circolare e a diffondersi (più di 20.000 copie vendute) e venne tradotta in francese, inglese e tedesco.

La “riscoperta” della figura di Matteotti, del suo percorso politico e del suo contributo intellettuale, avviene dopo un lungo periodo in cui del deputato socialista ci si è ricordati quasi solo unicamente in virtù del suo ruolo di vittima del fascismo. Come sottolinea Caretti nell’introduzione a Un anno e mezzo, tale oblio è riconducibile a tre fattori: “il mito che ha soverchiato l’uomo; le caratteristiche altamente drammatiche del delitto; i conflitti interni alla sinistra e la rimozione della tradizione riformista alla quale Matteotti apparteneva” (Matteotti, 2020b, 21). Nel dopoguerra, monumenti, strade, spettacoli teatrali, film, sono dedicati a Matteotti martire, mentre il suo pensiero viene accantonato dalla storiografia della sinistra per dissensi ideologici legati alla sua appartenenza riformista. Alla fine degli anni Cinquanta sembra prospettarsi un’edizione critica dei suoi scritti presso Einaudi, ma il progetto rapidamente si arena. Nel 1970 si compie un significativo passo con la pubblicazione dei discorsi parlamentari per iniziativa di Sandro Pertini, allora presidente della Camera. Finalmente, nei primi anni Ottanta del secolo scorso, l’edizione critica, rifiutata dalle più note case editrici, viene intrapresa da un piccolo editore pisano, Luciano Lischi, e in seguito alla sua morte portata a termine dalla Pisa University Press nel 2014, per poi essere completata, come già accennato, dal volume del 2020.

Se ognuno di questi volumi presenta scritti di genere diverso – discorsi, articoli, saggio compilativo – sia l’argomento che il metodo sono comuni: si tratta per Matteotti di denunciare il fascismo fornendo un resoconto di tutte le sue azioni in ogni singola sfera della vita civile, a partire dal suo emergere fino alla presa del potere in seguito alla marcia su Roma e al primo anno e mezzo di governo, attraverso una compilazione capillare e inarrestabile di informazioni, dati, testimonianze e citazioni, in particolar modo tratte dagli organi di informazione fascisti e filo-fascisti.

L’emergenza del fenomeno fascista

Il discorso del 31 gennaio 1921, il primo riportato nel volumetto Questo è il fascismo, viene pronunciato da Matteotti in un momento cruciale, a pochi mesi di distanza da due eventi culminanti: l’occupazione delle fabbriche (settembre 1920), apice delle agitazioni operaie, e i fatti di Palazzo d’Accursio a Bologna (novembre 1920), che mostrano come la tensione tra fascisti e socialisti stia sfociando in una vera e propria guerra civile. Lo scopo del discorso di Matteotti non è solo denunciare le violenze fasciste ma soprattutto sottolinearne il carattere organizzato e inedito e puntare il dito sulla connivenza dell’area democratico-liberale e delle istituzioni con i fascisti.

L’esposizione dei fatti è meticolosa e risoluta e non tralascia di citare quotidiani conservatori quali Il Giornale d’Italia e L’Avvenire d’Italia i quali riconoscono l’esistenza di bande armate organizzate e descrivono il loro modus operandi. “Tale è la descrizione, sintetica e magnifica […] di quello che avviene. […] Almeno i fascisti e codesti giornali reazionari e clericali hanno il coraggio di dirlo, mentre i manutengoli di quello stesso fascismo, tutti i giornali e i partiti democratici che oggi si sono nascosti, per ripararsi dietro il fascismo, tacciono vigliaccamente e vigliaccamente adducono come scusanti le provocazioni socialiste” (Matteotti, 2022, 30-31). Il legame tra le squadre fasciste e la grande borghesia capitalista, industriale ed agraria, viene affermato più volte nel discorso: “un fondamento economico, e di classe” è all’origine della repressione e non gli eccessi – veri o presunti – dei militanti socialisti. Ancora: “la violenza esercitata dal fascismo è una reazione, un mezzo, di cui la vostra classe [capitalistica] vuol farsi arma per provvedere al proprio interesse” (ibid, 36), ovvero per l’annientamento delle “conquiste della libertà di organizzazione [e] anche [del]le conquiste amministrative e politiche del proletariato” (ibid, 42). Quest’ultima osservazione fa riferimento agli ottimi risultati dei socialisti nelle elezioni amministrative dell’autunno 1920, che li avevano visti ottenere la maggioranza in 2022 comuni su 8346 e in 26 consigli provinciali su 69. “Non si vuole che le amministrazioni socialiste funzionino” continua Matteotti perché esse, per risanare il disastroso bilancio ereditato dall’immediato dopoguerra, hanno intrapreso la tassazione dei ricchi: “il capitalismo aggredito nella borsa diventa una bestia feroce!” (ivi).

Matteotti osserva acutamente come esistano già strumenti legali (“leggi, carabinieri, carceri, manette”) abbondantemente usati dalla borghesia per contrastare il movimento dei lavoratori. Dunque l’emergere del fenomeno fascista, con l’acquiescenza delle forze dell’ordine e, in fine, la complicità del governo Giolitti lascia presagire una volontà di costituire un ordine politico nuovo: “le vie sono percorse da gruppi armati, militarmente indrappellati, militarmente comandati, che hanno spesso le armi in pugno, i quali pretendono o affermano di voler ristabilire un ordine proprio, indipendentemente da quello che è l’ordine governativo, l’ordine dell’autorità” (ibid, 29, corsivo mio).  Ed è così che “il sillogismo si conclude. La classe che detiene il privilegio politico, la classe che detiene il privilegio economico, la classe che ha con sé la magistratura, il Governo, l’esercito, ritiene sia giunto il momento in cui essa, per difendere il suo privilegio, esce dalla legalità e si arma contro il proletariato” (ibid, 52). Processo che culminerà quasi due anni dopo con la marcia su Roma.

Il fascismo al governo

Con l’avvento al potere dei fascisti, Matteotti intraprende un meticoloso rendiconto di tutta l’azione politica ed economica del governo Mussolini. Tale scritto viene pubblicato, come già ricordato, nel febbraio 1924 con il titolo Un anno di dominazione fascista e copre in modo capillare i molteplici ambiti in cui il potere fascista si è dispiegato: le finanze, la giustizia, l’istruzione, i servizi pubblici, le libertà associative dei lavoratori, le istituzioni, le disposizioni elettorali, la politica estera. Una sintesi dell’indagine viene divulgata da Matteotti fin dall’inizio di gennaio su Critica sociale nell’articolo “Dopo un anno di dominazione fascista”, incluso nella raccolta Il fascismo tra democrazia e consenso. In esso si spiega come nessuno dei due obiettivi conclamati dal fascismo (“ristabilire l’autorità dello Stato e la legge [e] restaurare la finanza e la economia nazionale”) sia stato raggiunto. Difatti, sul piano istituzionale lo Stato e la legge sono ormai privi di qualunque autorità, visto che tutte le libertà – personale, di riunione, di stampa – sono sottomesse all’arbitrio fascista; su quello finanziario, “col fascismo quasi nulla è mutato nella economia italiana, e sono semplicemente continuati il moto di miglioramento e la opera di ricostruzione di quello che la guerra ha distrutto. Di nuovo c’è solo questo: la ricostruzione avviene ora quasi tutta a spese delle classi inferiori e a vantaggio delle più ricche” (Matteotti, 2020a, 209, corsivi dell’autore). L’economia italiana viene definita da Matteotti “sana e in progresso” globalmente, ma di fatto la ricchezza è distribuita in modo iniquo, avvantaggiando i capitalisti con agevolazioni fiscali e salvataggi di banche e industrie, a scapito dei proletari, i quali subiscono un aumento del costo della vita e una diminuzione dei salari.

Ritroviamo il dettaglio delle analisi finanziarie in Un anno e mezzo di cui esamineremo a mo’ di esempio il capitoletto dedicato alla politica tributaria. Esso è organizzato in due parti che contrappongono il “programma fascista” ai “fatti fascisti”. Il primo prevedeva “una forte imposta sul capitale” e “una tassazione onerosa delle eredità”, ricorda Matteotti citando il discorso elettorale di Mussolini del 1919 e il programma presentato dal Comitato Centrale fascista nel 1920. I fatti invece “sono perfettamente l’opposto del programma” in quanto i fascisti, una volta insediati al governo, abbandonano l’imposta sul capitale così come la progressività delle imposte e la tassa di successione, “assecondando così i voti espressi dalle associazioni dei più grandi industriali e capitalisti”. Non solo, aggiunge Matteotti ironicamente: “in compenso dei minori contributi del capitale e delle classi più ricche, il Governo fascista, appena arrivato al potere, ha tassato per la prima volta tutti i salari dei dipendenti dello Stato [e] ha iniziato nuove imposte sui redditi anche pei piccoli agricoltori” (Matteotti, 2020b, 68-70).

Se la contrapposizione tra le altisonanti dichiarazioni fasciste e i provvedimenti reali è semplicemente esposta al lettore perché ne tragga le conseguenze, Matteotti è più esplicito negli articoli giornalistici dedicati alla riforma tributaria che troviamo nella raccolta Il fascismo tra democrazia e consenso. L’articolo apparso il 1° settembre 1923 su La Giustizia nota come il decreto che abolisce la tassa di successione contraddica il programma fascista del 1920 per risultare “gradito alle classi ricche che hanno alimentato il fascismo”. Aggiunge causticamente Matteotti: “la stampa ufficiosa e i turiferari lo elogiano così come elogerebbero l’opposto se il Governo avesse approvato l’opposto!” (Matteotti, 2020a, 103). In un altro articolo del 9 gennaio 1924, sottolineando come gli ultimi provvedimenti fascisti non facciano altro che riprendere la politica tributaria del primo governo Nitti (1919), Matteotti dichiara inutile definire il carattere della “nuova” riforma (coronamento? degenerazione?) rispetto al programma fascista per la semplice ragione che “non esiste e non è mai esistito un programma fascista; esiste un metodo che è la violenza o la minaccia della violenza, a servizio di alcuni ceti e gruppi di persone” (Matteotti,  2020a, 138). In questa come in tutte le sue analisi, Matteotti mostra di aver capito benissimo la centralità della propaganda nel potere fascista e la necessità di smantellare gli argomenti del nemico mostrandone le contraddizioni, i voltafaccia e l’opportunismo.

L’ultimo discorso

Com’è noto, nell’aprile 1924 si svolgono nuove elezioni che vedono il fascismo trionfare grazie all’ingente premio di maggioranza garantito dalla legge Acerbo (votata pochi mesi prima) nonché a brogli, intimidazioni e violenze. Arriviamo dunque al discorso pronunciato da Matteotti alla camera dei Deputati il 30 maggio 1924, che conclude il volumetto Questo è il fascismo, nel quale il deputato socialista denuncia le irregolarità e i soprusi, si oppone alla convalida della lista dei deputati di maggioranza e chiede l’annullamento delle elezioni. La lunga e dettagliata rassegna delle malefatte operate dai fascisti prima, durante e dopo le elezioni è inframmezzata da grida, rumori, accuse di vigliaccheria e di falsità. Il culmine del discorso si ha nello scambio di battute tra Matteotti e il presidente della Camera (il giurista Alfredo Rocco) in seguito al moltiplicarsi delle interruzioni e dei disordini:

Presidente. Concluda, onorevole Matteotti. Non provochi incidenti!
Giacomo Matteotti. Io protesto! Se ella crede che non gli altri mi impediscano di parlare, ma che sia io a provocare incidenti, mi seggo e non parlo! (Approvazioni a sinistra - Rumori prolungati)
Presidente. Ha finito? Allora ha facoltà di parlare l’onorevole Rossi...
Giacomo Matteotti. Ma che maniera è questa! Lei deve tutelare il mio diritto di parlare! lo non ho offeso nessuno! Riferisco soltanto dei fatti. Ho diritto di essere rispettato! (Rumori prolungati, Conversazioni)
Antonio Casertano. Chiedo di parlare.
Presidente. Ha facoltà di parlare l’onorevole Presidente della Giunta delle elezioni. C’è una proposta di rinvio degli atti alla Giunta.
Giacomo Matteotti. Onorevole Presidente!...
Presidente. Onorevole Matteotti, se ella vuole parlare, ha facoltà di continuare, ma prudentemente.
Giacomo Matteotti. Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente, ma parlamentarmente!
(Matteotti, 2022, 72-73)

È difficile non provare emozione leggendo questo discorso, l’ultimo pronunciato (se non si conta un intervento sporadico del 4 giugno), non solo e non tanto perché secondo le ricostruzioni più note fu questo discorso a determinare la decisione di eliminare Matteotti (le ipotesi intorno a movente, mandanti e premeditazione del delitto sono numerose ma non le affronteremo in questa sede). Colpisce soprattutto la profonda impressione di tensione e di fatica che il documento ci restituisce, come se le parole dell’oratore dovessero farsi strada attraverso un muro di ostilità, come se la violenza e la malafede si fossero fatte solide per contrastare l’ultima espressione di una democrazia condannata a morte.

Conclusione

Gli scritti di Matteotti ne riflettono la formazione giuridica e la padronanza delle questioni economiche e finanziarie. La sua critica del fascismo è affidata alla forza dei dati e dei fatti. Nel discorso del gennaio 1921 egli afferma appunto di voler esprimere la posizione del suo gruppo “con la precisione di una cifra, con lo schematismo di un sillogismo” (Matteotti, 2022, 24). La sua esposizione puntualmente documentata dell’incongruenza tra la realtà di fatto e i contraddittori e demagogici comunicati fascisti, benché limitata alla fase ancora formalmente legalitaria della futura dittatura, non resterà infruttuosa. Come spiega Mirko Grasso nell’introduzione a Il fascismo tra demagogia e consenso, il metodo d’indagine e le ricostruzioni di Matteotti faranno da sfondo alle successive analisi del fascismo ad opera di storici quali Salvemini, Angelo Tasca, Ernesto Rossi (Matteotti, 2020a, 25-29).

Per quanto riguarda invece la valutazione del contributo politico del pensiero di Matteotti, il quadro è più complesso e legato, come si diceva, ai dibattiti sul riformismo propri alla sinistra italiana. Sempre secondo Grasso, Matteotti, forte della sua esperienza nelle amministrazioni locali del Polesine, attribuiva “al socialismo riformista il buon governo e la capacità di coniugare riforme sociali, progresso civile, emancipazione democratica” (Matteotti, 2020a, 29). Ma a partire dalle esperienze associazionistiche padane, in che modo secondo Matteotti avrebbe potuto realizzarsi la transizione dalla società capitalista a quella socialista? In che modo sarebbe dovuto avvenire l’autogoverno delle classi lavoratrici? Come contrastare il fascismo? Su questi temi ha iniziato a lavorare la critica storiografica recente grazie all’ormai disponibile edizione critica del corpus matteottiano. Le risposte restituiranno alla storia della cultura italiana uno dei suoi protagonisti in tutto il suo spessore.

Bibliografia

MATTEOTTI Giacomo. 2022. Questo è il fascismo. Roma: Edizioni e/o.
–. 2020a. Il fascismo tra demagogia e consenso. Roma: Donzelli.
–. 2020b. Un anno e mezzo di dominazione fascista. Pisa: Pisa University Press.

Approfondimenti

Pour citer cette ressource :

Agnese Pignataro, "Giacomo Matteotti, «Questo è il fascismo» (2022), «Il fascismo tra demagogia e consenso» (2020), «Un anno e mezzo di dominazione fascista» (2020)", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), septembre 2022. Consulté le 28/11/2022. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/civilisation/bibliotheque/giacomo-matteotti-questo-e-il-fascismo