Vous êtes ici : Accueil / Littérature / Période contemporaine / Senza re né regno

Senza re né regno

Par Eva Susenna : Maître de Conférences - Université Jean Moulin - Lyon 3
Publié par Damien Prévost le 01/04/2008
Senza re né regno è un romanzo che narra la breve e fulminante carriera di un mafioso, negli anni dell'immediato secondo dopoguerra, dall'esordio un po' inconsapevole, alla vertiginosa gloria, fino alla caduta. Il titolo è un modo di dire tipicamente siciliano col quale si indica una situazione di totale anarchia. Seminerio stigmatizza in questo modo l'ingovernabilità isolana, legata anche al particolare momento storico che la Sicilia vive all'indomani della lotta separatista e della concessione dello statuto di regione autonoma : «Confusione. Compromessi. Accordi sottobanco», si legge all'inizio del romanzo.

Senza re né regno è un romanzo che narra la breve e fulminante carriera di un mafioso, negli anni dell'immediato secondo dopoguerra, dall'esordio un po' inconsapevole, alla vertiginosa gloria, fino alla caduta. Il titolo è un modo di dire tipicamente siciliano col quale si indica una situazione di totale anarchia. Seminerio stigmatizza in questo modo l'ingovernabilità isolana, legata anche al particolare momento storico che la Sicilia vive all'indomani della lotta separatista e della concessione dello statuto di regione autonoma : «Confusione. Compromessi. Accordi sottobanco», si legge all'inizio del romanzo.

Seminerio racconta, però, anche la storia di un caos interiore: quello del protagonista e delle sue intemperanze che lo portano all'esilio in una spenta provincia del nord e che lo trascinano, poi, nel fuoco della Sicilia mafiosa del dopoguerra.

Romanzo storico, di fatto, contenente riferimenti precisi alle vicende di quegli anni e alla storia patria, riletta secondo il punto di vista del protagonista, Stefano detto 'u pospuru, il fiammifero, a causa del suo facile infiammarsi delle passioni più diverse.

Il giovane Stefano racconta in prima persona la propria storia. Una parabola, quella del protagonista, che si impenna prestissimo nell'idealismo coraggioso della militanza nell'EVIS, l'Esercito Volontario per l'Indipendenza della Sicilia e rimane frustrato dalle lotte per il separatismo, che si concludono, per lui, con il ferimento durante la Battaglia di San Mauro e un trasferimento in un paesino del Nord Italia, sull'Appennino tosco-emiliano, allo scopo di far perdere le sue tracce. Il suo idealismo si smorza temporaneamente nel grigiore della provincia, per avviarsi verso una prospettiva di pienezza e di trionfo in una società siciliana che, nel dopoguerra, sembra inevitabilmente votata ad una logica fatalista e malavitosa. Senza re né regno è la metafora del disordine e dello sbandamento morale di chi accetta il disordine e pensa di poter emergere in una società senza regole.

Romanzo storico, dunque, nel quale l'autore evidenzia a più riprese l'interpretazione siciliana della storia d'Italia. Per esempio, quando riporta il parere del protagonista su uno zio della madre, andato a morire in guerra sull'Isonzo:

Che gliene fregava a mio zio dell'Isonzo e di Trieste, di una guerra fatta per interessi di altri? Che gliene fregava ai Siciliani? (p. 74)

Il senso di estraneità dei siciliani rispetto alla Patria recentemente creata, si fa evidente in queste righe sull'unità d'Italia:

L'unione fu imposta da mille scalmanati appoggiati da poche migliaia di altri scalmanati aizzati dai furbi [...] Quello che per mille anni era stato un regno, anzi il regno per antonomasia, con i suoi re «stupor mundi», era diventato colonia, coi suoi ragazzi ridotti a Rosso Malpelo o Ciaula o Nedda. (p. 75)

Numerosi, ancora, sono i riferimenti storici presenti nel testo, a cominciare dal referendum del 1946, con il quale l'Italia sceglie la forma repubblicana e in occasione del quale, per la prima volta, hanno potuto votare anche le donne.

I) La trama

La vicenda sembra avere alcuni modi del noir. Ma non si tratta di un noir, anche se l'intrecciarsi delle vicende in trame ambigue, sfocianti nella violenza e nella strage, possono far pensare a questo genere letterario. E anche se, come nella tradizione del romanzo noir, la chiave di lettura viene rivelata soltanto nelle ultime pagine, suggerendo nuove interpretazioni - moltiplicandole, anzi - per i personaggi ed i fatti raccontati, per i messaggi, per le conclusioni, per l'apertura sul presente.

Il romanzo racconta la vicenda di Stefano, giovane idealista siciliano, che ha militato tra i separatisti, negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale, partecipando anche ad azioni di guerriglia. Ricercato dalla polizia, si trasferisce al nord, con una raccomandazione del parroco del suo paese che gli fa ottenere un posto di segretario in una scuola elementare. Rientrato in Sicilia per le vacanze, rifiuta la supplenza, procuratagli per l'anno seguente sempre dal parroco e finisce per adattarsi alla vita sull'isola.

Tutti uomini erano, giusto? E allora mi dovevo convincere che tutti gli uomini a tre categorie appartenevano. Li chiamassi come volevo, ladri, corruttori, concessori, ruffiani, profittatori, cornuti, depravati e via discorrendo, ma in ultimo si potevano ridurre tutti a tre sole categorie fondamentali. [...] C'erano i corruttibili, i ricattabili e male che andasse tutti mortali erano. (p.62)

Adattarsi per Stefano significa sostanzialmente, quindi, prendere parte a illeciti e imbrogli mafiosi, sempre più compromettenti per lui e per le persone che ama. I compromessi lo rendono sempre più ricco e potente, ma gli eventi, a un certo punto, volgono al peggio, fino a giungere al delitto e alla strage, quando la commistione della mafia con il mondo politico si fa più evidente.

II) I personaggi

Stefano, 'u pospuru. Bel siciliano di tipo normanno: carnagione chiara, biondo, occhi verdi, alto, svelto e muscoloso. Non sembra neanche un siciliano, notano, nel paesino del nord: "Chissà perché quando vogliono fare un complimento a un siciliano gli dicono che non sembra siciliano", reagisce il protagonista. (p. 16)

Idealista, all'inizio del romanzo e negli anni della militanza nell'EVIS, gli ultimi anni della Guerra, che non sono raccontati per esteso, ma di cui l'autore dà qualche indicazione, e, soprattutto, riferimenti più precisi, per esempio ai "fatti di San Mauro". Il suo idealismo diminuisce in proporzione diretta alla crescita del suo cinismo e della sua disillusione: "Si era senza re né regno. Lo ero, mi convinsi." (p.128)

La carriera di Stefano è la carriera di un mafioso, ma anche di un innocente, secondo la visione dell'autore che richiama il pessimismo verghiano. "Una certezza. Don Giacomo mi aveva scelto" (p. 114): Stefano non sceglie, ma è scelto, anzi: crede di scegliere, perché capace, "sperto", intelligente, bello. Ma, in realtà, la sua vita è manovrata da una serie di "uomini del destino", da Nunzio il diavolo, a Don Giacomo, dall'Avvocato Fontini all'Onorevole Vituso. Si lascia sedurre, irretire dal potere e dai suoi rappresentanti, inizia una discesa nel compromesso, nell'immoralità, si lascia prendere da affari e intrighi che ne esaltano il narcisismo e ne soddisfano il desiderio di ascesa sociale:

Bastava una telefonata e la vita di un uomo cambiava, si capovolgeva. Anni di studio, capacità personali, intelligenza, onestà, non contavano. Bastava una telefonata tra due potenti e la raccomandazione, quella giusta. (p. 196)

Di fronte allo sfarzo degli appartamenti dell'Onorevole Vituso, Stefano si trova ad avere un rigurgito di idealismo, che finisce col sopire in una riflessione che rivela lo sguardo disilluso che egli porta ormai sulle cose:

Tentai un'equazione impossibile: a quanti giorni di fame di cento contadini equivaleva ogni sala, ogni affresco, ogni candelabro d'argento? Pensieri da Rodinò. Invertii l'equazione. A quanta gente avevano dato lavoro quei saloni, quegli arredi, quei candelabri? Quanta gente s'era sfamata facendo quel lavoro?  (p. 241)

"Filava tutto, liscio come l'olio. Troppo liscio. Troppo perfetto" (p. 199): Stefano se ne rende conto, ma non sa ancora cosa gli riservi il destino. La morte della ragazza amata in un attentato mafioso lo trasforma in un assassino e lo porta alla follia.

Amor condusse noi ad una morte. Diventai di pietra. "Una morte". Non c'era altra soluzione. Non poteva esserci. Non aveva senso restare spaiato, io solo. La vita non aveva più senso. Lo capivo con una chiarezza inconfutabile. (p. 255)

Ma l'idealismo sempre presente in Stefano, e che ormai si concentra nell'amore per Giulia, donna-angelo di stampo dantesco, risorge proprio al momento dell'uccisione di lei: e la vendetta di Stefano appare come la catarsi necessaria, prima che egli sprofondi nella buia follia.

Il padre di Stefano. "Le femmine meno ne sapevano e meglio era. Ancora all'antica, mio padre. Non aveva digerito che votassero anche le donne". (p. 181) Uomo legato alla terra siciliana, piccolo proprietario terriero, sente che il figlio sta entrando in una situazione sempre più intricata e pericolosa ma non fa, o, meglio, non può far nulla per impedirlo.

La madre. "Era una di quelle situazioni in cui cominciava una lunga tiritera sulla disgrazia di essere donna, un essere di secondo ordine cui toccava essere muta-sorda-orba, buona solo per lavare-stirare-cucinare-combattere con le serve-sorridere-grazie-prego". (p. 175) Donna regina della casa, esclusa dalla vita degli uomini, ne soffre e rivendica per sé, piuttosto debolmente, in verità, un posto più centrale.

Le sorelle, tra cui spicca Elvira che è quella che diventa depositaria della storia narrata da Stefano nei quaderni dattiloscritti. Come la madre, le sorelle, donne della casa, sembrano avere un posto marginale nella vicenda di Stefano, anche se quest'impressione è smentita, nell'ultimo capitolo, dalla posizione fondamentale di Elvira nell'economia della vicenda.

Don Giacomo, l'amministratore del principe. Mafioso, potente; sa tutto di tutti; sembra alleato di Vituso, ma la sua posizione non è mai del tutto chiara né chiarita nel romanzo. Quando convoca Stefano per affidargli la prima missione di fiducia, il protagonista sente il peso di Don Giacomo e ne rende conto in questi termini:

Ma lo scopo della rivelazione era un altro. Lo capii. Mi notificava che ero nel suo mirino, che mi controllava, minuto per minuto. Che ero cosa sua. Da sempre. Per sempre. Per uno di quei misteriosi motive che spingono uno come Don Giacomo a scegliersi le persone. A loro insaputa. Sei scelto e non puoi dire di no, non puoi far valere la tua volontà, opporre un rifiuto. (p. 111)

È lui a scegliere Stefano, incastrandolo con discorsi che lo riportano agli anni della militanza nell'EVIS. Stefano non può dire di no:

Picciotto di fegato ero. Lo sapeva. Sapevo sparare e difendermi, all'occorrenza. Sapeva dell'EVIS e di San Mauro. Tutto, proprio tutto, sapeva. Rivoltava la mia vita a suo piacimento. Coi complimenti! (p. 112)

L'Onorevole Vituso. All'inizio, sembra un personaggio freddo e negativo, rappresentante del potere, ne abusa con fini propri e scabrosi. Coglie Stefano "a tradimento", come dice lo stesso protagonista, invitandolo nella vasca da bagno, poi nel suo letto. Seminerio ne accentua i tratti grotteschi: omosessualità passiva, voce femminile, comportamento effeminato e, nello stesso tempo, toni da padrone: "Che lo lasciassi fare, che lo lasciassi fare. Col solito tono dolce e imperioso" (p. 122), dice Stefano, riportando le parole pronunciate dall'Onorevole nel loro primo incontro. Un incontro che sfocia in una relazione di collaborazione stabile, tra i due, e in una relazione sessuale che sembra finire col tingersi di sentimento: al momento della morte di Giulia, infatti, l'Onorevole si rivela uomo affidabile e molto premuroso; sembra davvero voler bene a Stefano e, forse, addirittura, esserne innamorato. In ogni caso è veramente preoccupato per il giovane e cerca di dissuaderlo dai progetti omicidi, assumendo toni e comportamenti da fratello maggiore, e rinunciando alla relazione sessuale con lui, per rispetto del suo dolore.

Giulia Fontini, la donna-angelicata di dantesca memoria, amata dal protagonista e sua promessa. Sempre bellissima, pura, aggraziata; in genere vestita di chiaro:

Uno splendore. I colori delicati esaltavano la sua carnagione, i suoi capelli, i suoi occhi. La morbida lana valorizzava le sue splendide forme, le perfette proporzioni di seni e fianchi. (p. 176)

Stefano non le riserva pensieri  "impuri", pur essendo uomo profondamente carnale. Personaggio un po' rarefatto, dalla natura molto diversa rispetto a quella del fidanzato, dotata di fascino non sensuale quanto piuttosto spirituale, è in un certo senso lo strumento della redenzione morale di Stefano e il suo ruolo sembra addirittura risolversi in questo.

L'Avvocato Fontini, padre di Giulia.  Avvocato in odore di mafia, partecipa alle vicende politiche nella quale sono implicati anche Stefano, Don Giacomo e l'Onorevole Vituso. Fontini, anzi, sembra essere al corrente della relazione che intercorre tra il futuro genero e l'Onorevole e pare, addirittura, appoggiarla, cosa che scandalizza, peraltro, Stefano.

Il Conte Magnassai: fratello dell'Onorevole Magnassai, un caso evidente di nomen homen. Uno dei personaggi della Palermo di potere: omosessuale dai modi grotteschi, decadente e decaduto, laido, corrotto e corruttore. Personaggio negativo dall'inizio alla fine, appoggia il partito conservatore ed è il mandante della strage in cui è coinvolta la famiglia Fontini.

Nunzio il diavolo: trait d'union tra il paesino dell'Appennnino tosco-emiliano e il paese di Sicilia.

«Stefanu 'u pospuru». Dal fondo della sala. Un'esclamazione a voce alta, un richiamo. Stefano 'u pospuru: Stefano il fiammifero. Il mio nome di battaglia, nell'EVIS. Un'inflessione nota. Un tuffo al cuore. Mi girai di scatto. Nel tavolo di fondo, uno piccolino, col berretto in testa, i baffetti neri. Non lo riconobbi subito. Mi avvicinai, guardingo. Nunzio. Nunzio Piparo. Un diavolo. Anzi il diavolo. Nunzio il diavolo, come da soprannome. (p. 49)

Bellissima scena, questa, drammatica nel vero senso del termine, addirittura cinematografica, con la voce di Nunzio prima fuori campo, col girarsi improvviso di Stefano, che si riscuote dalla sorpresa, col suo cercare la persona che ha parlato, e col riconoscerla, dopo averne studiati i dettagli. Nel tiepidume in cui si trova a vivere Stefano irrompe violentemente il passato nascosto, la Sicilia dell'EVIS e dei fatti di sangue di San Mauro. Il richiamo, per Stefano, della terra lontana; ma, soprattutto, l'occasione di dimostrarsi "sperto", con Nunzio, che, prima ancora di Don Giacomo, lo sceglie come copertura per fini malavitosi. Ed sono proprio la protezione e la raccomandazione di Nunzio che faranno di Stefano l'uomo di fiducia di Don Giacomo, prima, e di Vituso poi.

Eleonora, la 'ntoroca : la "penepriva", nel lessico dei compaesani che coniano per lei l'irriverente epiteto; detta anche, per le medesime ragioni, l'Ornitologa, poi deformato ne "la 'ntoroca". Personaggio vitale, carnale, sensuale come Stefano; per lei Seminerio sembra evitare ogni giudizio morale: in ogni caso è un personaggio che attira la simpatia del lettore. Personaggio femminile diverso dagli altri e che spicca, insieme a quello di Giulia, per contrasto, sullo sfondo delle "donne di casa", che costituiscono il resto del paesaggio femminile del romanzo; la sua passione per gli uomini viene presentata dall'autore come un dato di fatto, conseguenza dell'abbandono del suo letto da parte del marito (la "penepriva", appunto) e, sostanzialmente, come sintomo di una vitalità e di una sensualità portatrici di valori positivi. Con lei Stefano non sente di tradire Giulia. Ma, di fatto, fa l'amore con lei proprio quando Giulia è vittima dell'attentato e Stefano prova un terribile senso di colpa che lo sprofonda nella prostrazione e in un inizio di follia. Eleonora, tra l'altro, resta probabilmente incinta di Stefano: l'ultimo suo figlio, infatti, è biondo e dalla carnagione diafana, e somiglia al protagonista, "anche nella posizione della testa un po' reclinata a sinistra", come riporta Elvira nelle ultime pagine del romanzo (p. 279).

Figure minori, ex-amici, gli scagnozzi di Don Giacomo (Tano e Peppe): rappresentano la dimensione corale del paese di Sicilia, di cui Seminerio riporta i pensieri e le parole, spesso introdotti da verbi generici, quali "dicono, si dice, raccontano, un tale ha detto", e, soprattutto, l'espressione "tutto il paese dice", che si fa veicolo di verità corali e assolute. Voci non sempre fondate - anzi, quasi sempre infondate - su tradimenti politici quanto sentimentali, sulle alleanze degli onorevoli o sulle avventure della 'ntoroca, sulle amicizie dei potenti o sui fidanzamenti del paese. La dimensione corale, anche se non è uno degli elementi fondamentali del romanzo, è certo un elemento importante, un'eredità verghiana, probabilmente: alcune delle pagine più riuscite del romanzo sono proprio quelle corali, dalle chiacchiere di paese, appunto, ai funerali della famiglia Fontini, alle bellissime scene che si svolgono in casa di Stefano e in cui intervengono, oltre ai protagonisti, molti personaggi minori a volte senza nome, ma caratterizzati efficacemente da Seminerio che ha certamente il senso della scrittura "corale" di tradizione siciliana.

I personaggi del paesino presso Bologna: le maestre, la capa delle maestre (Adele, che prende un nome nel momento in cui diventa l'amante di Stefano), il medico marito, il Direttore, Tiziana e sua madre, Mario il locandiere. Qui è interessante notare che la maggior parte dei personaggi di questo "ambiente" (nel quale si svolge la prima parte del romanzo, per la precisione, i primi cinque capitoli) non ha nome. A parte Tiziana, la fidanzata bigotta di Stefano, a parte il locandiere Mario, con cui il protagonista ha rapporti cordiali, il resto dei personaggi non ha nome e si identifica con la propria categoria, con il proprio mestiere, almeno finché qualcosa non avvenga a giustificare l'attribuzione di un nome. È il caso, ad esempio, della capa delle maestre, con cui Stefano intreccia una relazione adulterina: da questo momento l'autore ne svela il nome, Adele, come se il personaggio giungesse ad una sua completezza proprio nel momento in cui inizia ad avere un senso vero per Stefano, nel momento in cui esce dal mero ruolo sociale di maestra elementare.

E, di fatto, il grigiore provinciale del paesino senza nome, oltre ad intiepidire Stefano, sembra coinvolgere tutti gli abitanti in una coralità grigia e piatta, che fa da contraltare a quella che, invece, caratterizza alcune delle pagine del romanzo che si svolgono in Sicilia.

III) La struttura, lo stile ed il ritmo del romanzo

Il romanzo è diviso in diciannove brevi capitoli, di lunghezza variabile: da un minimo di 11 pagine ad un massimo di 18 pagine.

Narratore e protagonista coincidono, fino allo svelamento finale. Di conseguenza, il narratore non è onnisciente, perché interno.

C'è un significativo cambio di narrazione, al capitolo diciannove, in concomitanza con il colpo di scena a partire dal quale molti elementi del racconto possono essere riletti ed interpretati in maniera diversa. Scopriamo, infatti, che la vicenda è raccontata dalla sorella di Stefano, Elvira, che ha deciso di pubblicare i quaderni stenografati lasciati dal protagonista e trascritti dal cognato, Roberto.

Di conseguenza, se nei primi diciotto capitoli il punto di vista della narrazione coincide sicuramente con quello del protagonista (punto di vista, quindi, interno), nell'ultimo capitolo il punto di vista è un altro, esterno. Nonostante Elvira affermi di aver voluto scrivere le ultime pagine nello stesso stile di Stefano, Seminerio ci fa avvertire, qui, una modifica sostanziale dello stile, che si fa più palpitante, meno lucido, con più concessioni alla commozione ed al patetico. Lo stile, insomma, che ben si addice al personaggio di Elvira come l'abbiamo conosciuto nel romanzo: donna dal carattere volitivo, certo (interessante è l'episodio in cui Elvira si confida innamorata a Stefano, e decisa a sposare l'uomo che ama, pur chiedendo al fratello di intercedere in suo favore presso i genitori), ma che non spicca più di tanto all'interno del coro delle "donne di casa".

Lo stile di Seminerio è asciutto ed efficace. Orientato piuttosto verso la narrazione che verso la descrizione, non mancano però nemmeno queste ultime, spesso concentrate in una sola parola, un aggettivo che coglie l'essenza delle cose e delle situazioni. Si noti, ad esempio, l'uso dell'aggettivo "bello", o del superlativo "bellissimo", che ricorre nei passi in cui Stefano parla di Giulia. Oppure l'aggettivo "sontuoso", che troviamo spesso a descrizione degli ambienti palermitani, soprattutto del palazzo del principe in cui vive l'Onorevole Vituso. Pochi dettagli, in genere, bastano a Seminerio per dipingere l'ambiente in cui Stefano si muove: il servo "cencioso" del conte Magnassai basta a descrivere, come una sineddoche, l'ambiente di degrado in cui il conte vive; l'espressione "la casa una prigione", pronunciata dalla madre del protagonista, basta ad esprimere la rivolta inutile della donna contro un ambiente anche fisicamente simile ad una prigione: in alcuni passi, infatti, notiamo ad esempio l'uso siciliano di chiudere le finestre in pieno giorno a causa del caldo.

Non mancano, ovviamente, descrizioni più estese e dettagliate, come questa, della città di Palermo:

L'aria era sciroccosa, umidiccia. Il sole, velato da una nuvolaglia giallina, sembrava malato. Zaffate di odori assortiti e di strani miasmi provenivano dai vicoletti, dai portoni spalancati, dai negozi che s'aprivano sulla strada, dai mucchietti di spazzatura poggiati sui muri, a casaccio. (p. 124)

Come si può notare, tutto concorre, qui, a suggerire l'idea del disfacimento e della malattia, attraverso la descrizione di odori, di oggetti, di dettagli; il tutto, però, senza alcuna indulgenza alla ridondanza, senza compiacimento, in maniera sobria e, tutto sommato, con pochissimi dettagli.

La lingua è infarcita di lessico e di sintagmi tipicamente siciliani: dagli improperi agli aggettivi storpiati, come "sperto" per "esperto", oppure "spratico" per "non pratico"; dalla costruzione delle frasi con il verbo alla fine all'uso esasperato di epiteti ossequiosi; dal linguaggio tipico del mondo della mafia a quello delle specialità gastronomiche isolane, ai proverbi ed ai modi di dire regionali, quali il titolo stesso ed il bellissimo "bussare coi piedi", per ringraziare qualcuno: si bussa alla sua porta coi piedi perché le mani devono essere cariche di doni.

Per quanto riguarda il ritmo del romanzo, si nota, soprattutto, la velocità, cifra narrativa fondamentale che ben sottolinea la carriera "fulminante" di Stefano.

Frasi brevi, a volte brevissime, a volte costituite da una sola parola che puntualizza il concetto espresso dalla frase precedente. Per esempio, al capitolo quattordici si legge: "Erano seri. Agitati. Non riuscivano a nascondere il nervosismo." (p. 201), frase in cui l'aggettivo "agitati" completa e puntualizza lo stato in cui Stefano trova Fontini e Don Giacomo e la frase seguente aggiunge con immediatezza e semplicità il dettaglio del tentativo, inutile, di celare il loro stato.

Oppure, ancora, il bellissimo passo in cui la capa delle maestre del paesino dell'Appennino tosco-emiliano rivela a Stefano il desiderio che prova per lui:

Arrossì.
La voce fece un singulto.
Abbassò gli occhi.
Li alzò un momento, come un lampo.
Li abbassò di nuovo.
Ansimava. Il petto prosperoso si alzava e abbassava come un piccolo mantice. Non capii subito.
Poi, d'improvviso, la luce della verità, come una nerbata in pieno viso.
Soffriva.
S'offriva. (p. 41)

Ho trascitto il brano, qui, rispettando la stampa e gli "a capo" decisi dall'autore, perché in questo passo l'importanza dell'impaginazione è evidente. La gestualità della donna è davvero descritta in maniera efficace: dettaglio del viso che arrossisce, della voce che si spezza, degli occhi che si abbassano timidamente e si rialzano per un attimo per poi abbassarsi di nuovo. Il desiderio della donna si fa prepotente e la porta ad ansimare in maniera quasi grottesca, animalesca: lei, che è personaggio discreto e, fino a quel momento, misurato, ponderato, saggio, viene colta in un momento di lotta non solo interiore contro il pericolo delle voglie carnali. Il gioco di parole allitterante "soffriva / s'offriva" chiude il passo con discreta ironia ma anche con una certa pietà per questa donna castigata che si rivela, per Stefano, un'amante da educare, al contempo sfrenata e contenuta entro i limiti imposti dal perbenismo.

Conclusioni

Senza re né regno è romanzo di buon livello, interessante per lo stile, dalla storia intrigante e costellato di personaggi contraddittori, ricchi e di bello spessore. Potrebbe sicuramente costituire un buon libro per liceali, ed essere sfruttato in classe anche per una lettura interdisciplinare. I riferimenti storici presenti nel romanzo possono essere un buon punto di partenza per approfondire alcuni dei momenti-chiave della storia d'Italia dall'Unità al secondo dopoguerra; l'interpretazione "siciliana" della storia, inoltre, può essere un ottimo spunto di riflessione sulle diversità regionali che caratterizzano l'Italia. Ci sono, nel testo, anche cenni ad un passato più lontano, a Federico II di Svevia e al "regno" per eccellenza, alla dominazione araba e normanna, al Regno borbonico, ai Vespri siciliani.

I riferimenti letterari non mancano: Verga, prima di tutti, ma anche Dante, e ancora Sciascia, con la sua classificazione degli uomini in "omini, ominicchi e quaraquaquà", a cui probabilmente Seminerio si è ispirato nel passo già citato nel quale Stefano prende atto delle tre categorie a cui gli uomini appartengono, e cioè: "i corruttibili, i ricattabili e male che andasse tutti mortali erano".

Anche la geografia può essere una chiave di lettura del romanzo, con i due ambienti in cui si svolge la vicenda: il nord piatto e grigio, di cui troviamo pochi cenni di descrizione paesaggistica e la Sicilia solare, calda, secca e nello stesso tempo dalla terra ricca, dai paesaggi variegati e di colori, di odori, di sapori, nelle descrizioni, ad esempio, del pesce mangiato da Stefano al ristorante sul porto insieme a Tano e Peppe.

La lingua, ancora, si presta ad uno studio che permetta la presa di coscienza, da parte degli studenti francesi, del fatto che l'italiano è una lingua che deve tener conto anche dei dialetti, nonché del fatto che uno scrittore possa decidere di infarcire il testo in italiano di parole o di intere frasi dialettali, senza che questo renda difficile la comprensione del testo: Seminerio, infatti, spiega sempre o traduce in italiano le frasi e le espressioni dialettali. L'uso (moderato) del dialetto, però, arricchisce lo stile e rende vivida la narrazione.

Il romanzo di Seminerio, insomma, sembra uno strumento interessante per approfondire alcuni punti fondamentali dei programmi ministeriali della materia; è, in ogni caso, un'ottima lettura, un romanzo che merita di essere conosciuto e diffuso.

Nota

Le pagine sono citate secondo l'edizione Domenico Seminerio, Senza re né regno, Sellerio, Palermo 2004.

 

Pour citer cette ressource :

Eva Susenna, "Senza re né regno", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), avril 2008. Consulté le 15/09/2019. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/litterature/periode-contemporaine/senza-re-ne-regno