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Michela Marzano, «Volevo essere una farfalla - Come l' anoressia mi ha insegnato a vivere»

Par Maurizia Morini : Lectrice d'italien MAE et historienne - ENS de Lyon
Publié par Damien Prévost le 16/03/2012
Marzano racconta la storia della sua vita, poiché quello che preme non va perduto e come afferma lei stessa, scrivere è diventata una necessità, in un certo senso una necessità etica. Al centro del libro emerge la rivendicazione e la denuncia dell'inquietudine da cui siamo attraversati e di conseguenza il coraggio, in questo caso della Marzano, di esporre la propria fragilità, di parlare dell'anoressia e di come questa malattia le abbia insegnato a vivere.

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Michela Marzano è nata a Roma nel 1970, ha studiato alla Scuola Normale Superiore di Pisa e ha conseguito un Dottorato di ricerca in filosofia. È professore ordinario all'Université Paris Descartes, dirige una collana di saggi filosofici per le Edizioni PUF,  è direttrice del Dipartimento di Scienze Sociali (SHS - Sorbona), dell'Université Paris Descartes e collabora al quotidiano La Repubblica.

È autrice di numerosi saggi e articoli di filosofia morale e politica; fra le sue pubblicazioni: Visages de la peur, PUF, 2009, Le contrat de défiance, Grasset, 2010, Sii bella e stai zitta, Mondadori, 2010.

Se si è educatori, se si è genitori, se si è semplicemente curiosi di leggere l'autobiografia coraggiosa della filosofa Michela Marzano, questo suo ultimo libro è imperdibile.

... perché le mie storie d'amore sono sempre finite male?
Forse perché la tempesta, alla fine, ha travolto sempre tutto. Me. L'altro. La normalità. Ma la quotidianità non è fatta per me. Almeno in amore. Nel lavoro è diverso. Lì ho bisogno di ordine. Come quando faccio lezione. O correggo una tesi. Ma per il resto, è sempre bufera.
Nel bene e nel male, non riesco a non essere eccessiva...
Se c'è un termine che mi definisce veramente è troppo. Mi innamoro troppo. Mi appassiono troppo. Mi stanco troppo. Mi arrabbio troppo.
Allora sì, esagero. Come direbbe mio padre che ha sempre fatto del salvare il salvabile la massima della propria vita. Tranne quando si trattava dei figli. Perchè con me e mio fratello, papà è sempre stato troppo pesante.
Peso, pesante, pesare.
Per anni, ho fatto di tutto per diventare leggera come una farfalla. E ci sono quasi riuscita. In termini di chili, s'intende. Perchè per il resto, la vita è  stata spesso troppo pesante. È stato pesante dover essere la più brava. È stato pesante cercare sempre di adattarmi alle aspettative altrui. È stato pesante dimenticare Alessandro, abbandonare il mio paese, fare del francese la mia lingua...
Ma è stato soprattutto pesante ricominciare a vivere dopo essere precipitata troppo in basso...
E quando vivo qualcosa mi ci butto a capofitto, come diceva sempre mio padre quando ero piccola...
(pagg. 5 e 6)

Inizia così lo scritto della Marzano per raccontarci la storia della sua vita, poiché quello che preme  non va perduto e come afferma lei stessa, scrivere è diventata una necessità, in un certo senso una necessità etica.

Al centro del libro emerge la rivendicazione e la denuncia dell'inquietudine da cui siamo attraversati e di conseguenza il coraggio, in questo caso della Marzano, di esporre la propria fragilità, di parlare dell'anoressia e di come questa malattia le abbia insegnato a vivere.

Per la verità l'anoressia non è che uno dei sintomi di un modo di essere, di un pensiero che esige il controllo totale, l'onnipotenza e l'impegno esclusivo per raggiungere il successo e la perfezione.

La Marzano, scrivendo, è testimone sincera della sue fragilità di bambina, di adolescente e di giovane donna, del suo desiderio di attenzioni e di aiuto. Un aiuto cercato nelle difficoltà, nei gruppi di mutuo aiuto, nelle sedute psicoanaliste quando si manifesta la punizione per ogni cibo ingerito, il conteggio ossessivo delle calorie e il calcolo delle vasche in piscina per smaltirle.

Racconta della sua fame, fame della vita, di cibo, di affetto, di tutto; racconta del complesso rapporto con il padre autoritario ed esigente; racconta della necessità di essere sempre la più brava a scuola, la più preparata anche se quando si laurea alla Normale di Pisa pesava 35 chili.

Racconta dell'amore e del suo rapporto con gli uomini, quel volere tutto o niente o più semplicemente del desiderio di essere solo abbracciata e del sentirsi dire: ti amo. In italiano, infatti, è diverso dire ti amo, ti voglio bene, mi piaci,  a lei le sfumature non bastano, vuole di più.

E segue in Francia un uomo che pensava di amare, ricomincia a studiare una lingua sconosciuta, a fare psicoanalisi in francese, ad insegnare in una lingua che non è la sua; scissa fra l'italiano, simbolo della vita passata in Italia e il francese del je t'aime , un peu, beaucoup, passionnément, à la folie.

Divisa fra l'amore vagheggiato e quindi impossibile e quello della realtà, della quotidianità, dei compromessi, dell'accettazione di un altro che non sarà mai come vorremmo noi.

Lei scrive che ci sono sempre delle stanze segrete, luoghi che nessuno conoscerà mai,  dei segreti ma parlare diventa necessario per fare pace con se stessi e la filosofia - afferma -  serve anche a questo. Non è una fredda disciplina ma spirito critico, occhio lucido sulla realtà, deve insegnare la gioia, il dolore e deve anche aiutare a superare le contraddizioni, i conflitti, e  - dice la Marzano - ad accettarsi, ad essere indulgenti verso di sé.

Niente. Non c'è niente da scoprire, svelare, rivelare. Nessuna guerra, nessun massacro, nessun delitto... Allez-vous en!  Il n'y a rien à voir. Proprio niente.
Allora venite pure avanti, voi che sputate sentenze. E affondate pure i vostri coltelli. A me, di voi, importa ben poco... L' unica cosa che conta veramente per me è che oggi il cibo è cibo, e basta. Che non aspetto più né il principe azzurro, né la fata turchina. Che posso perdermi nella foresta anche quando sta per calare la notte. E che il vuoto può anche spalancarsi, tanto poi si riempie di nuovo di presenza.
Talvolta pecco ancora di onnipotenza. Penso che posso farcela. Che basta organizzarmi, stringere i denti, pensare ad altro...E allora ricomincio a correre. L'università, i convegni, gli articoli, gli studenti, le interviste...
Corro fino a non poterne più.
Ma dove corro? Che senso ha?
A differenza di prima, lo so che non posso fare tutto. Conosco i miei limiti. E in fondo li accetto. Perché quando mi accascio e la paura di crollare mi invade di nuovo, ora, sono capace di fermarmi. So che basta respirare un po', riposarmi, aspettare che tutto passi...
E poi ho imparato a fare quello che voglio senza sentirmi in colpa, anche se è banale, stupido, senza senso...
Non sono più irreprensibile. Al contrario. Sono piena di contraddizioni e di difetti. Ma oggi ne sono consapevole e comincio pian piano ad accettarlo.
È forse l' unica cosa che ho veramente capito: nella vita non si può fare altro che accettarsi. Ed essere indulgenti. E perdonarsi.
E allora, anche se talvolta sono ancota triste, poi rido di nuovo.
Jacques mi dice sempre che, quando sorrido, sono più bella...

(pagg. 209 e 210)

Insomma, una testimonianza generosa che, forse, è anche un messaggio per il nostro vivere!

 

Pour citer cette ressource :

Maurizia Morini, "Michela Marzano, «Volevo essere una farfalla - Come l' anoressia mi ha insegnato a vivere»", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), mars 2012. Consulté le 16/06/2019. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/litterature/bibliotheque/michela-marzano-volevo-essere-una-farfalla-come-l-anoressia-mi-ha-insegnato-a-vivere