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Entretien avec Vanna Calvi

Par Maurizia Morini : Lectrice d'italien MAE et historienne - ENS de Lyon
Publié par Damien Prévost le 13/11/2007
Nata nel 1946, cresciuta a Sesto San Giovanni nella periferia operaia milanese, ha due figli ormai grandi e da poco una nipote. Ha iniziato a lavorare nel 1960, ha ripreso gli studi per diventare infermiera professionale prima e quindi ostetrica nel '64. Si è trasferita a Roma nel '68 e vive a Reggio Emilia dal 1971. Ha lavorato come ostetrica (e per un breve periodo come Assistente sanitaria) per oltre trent'anni, ora è in pensione e collabora con il sindacato pensionati CGIL.

Nata nel 1946, cresciuta a Sesto San Giovanni nella periferia operaia milanese, ha due figli ormai grandi e da poco una nipote. Ha iniziato a lavorare nel 1960, ha ripreso gli studi per diventare infermiera professionale prima e quindi ostetrica nel '64. Si è trasferita a Roma nel '68 e vive a Reggio Emilia dal 1971. Ha lavorato come ostetrica (e per un breve periodo come Assistente sanitaria) per oltre trent'anni, ora è in pensione e collabora con il sindacato pensionati CGIL.

Gli anni Sessanta, l'incontro con le donne, il lavoro come ostetrica nelle cliniche e nelle borgate romane, il trasferimento nel nord e l'impegno politico, la maternità, la consapevolezza del proprio corpo e della propria salute, i consultori familiari, il sapere femminile, l'esperienza attuale e il passaggio generazionale.

- Che cosa ricordi dei tuoi anni Sessanta e quando ti sei avvicinata alle problematiche delle donne?

Per me significativa, pensandoci oggi, è stata l'esperienza della scuola convitto della CRI di Milano, frequentata per diventare infermiera professionale: è stata un'occasione di incontro a tempo pieno con altre ragazze che venivano da varie città italiane (la CRI era l'unica scuola laica del nord Italia) con diverse esperienze e con cui mi sono potuta confrontare rispetto ai miei modelli familiari, provengo da una famiglia operaia con una madre che mi ha educata all'autonomia e all'emancipazione. La convivenza quotidiana con altre ragazze e il contatto quasi esclusivo con donne (quasi tutto il personale insegnante era femminile) ha favorito la consapevolezza delle mie esigenze e dell'affermazione dei miei diritti che probabilmente, in un'altra situazione, non avrei avuto così profonda. Anche la scuola di ostetricia, frequentata a Pavia, è stata una bella palestra rispetto alla mia crescita sui bisogni delle donne, soprattutto sanitari e legati alla gravidanza e al parto, e sulla possibilità di ottenere risposte adeguate da parte delle istituzioni

Finita la scuola nel '68 ho seguito l'amore e mi sono trasferita a Roma dove ho cominciato a lavorare come ostetrica nelle varie cliniche private (allora era impossibile lavorare in ospedali pubblici senza raccomandazioni...) facendo orari terribili tipo 24 ore di fila in turno e 24 ore di riposo in cui non avevo nemmeno il tempo di guardarmi attorno... L'anno dopo, il '69, ho iniziato una collaborazione con l'AIED (Associazione Italiana Educazione Demografica) per favorire l'utilizzo del diaframma come contraccettivo; facevo la volontaria anche in ambulatori autogestiti (organizzati da studenti in medicina e giovani medici volenterosi) che si erano aperti in quegli anni in alcune borgate romane in cui si visitavano gli abitanti senza assistenza sanitaria; la mia attività principale era organizzare con le donne delle borgate incontri di informazione e promozione all'uso della contraccezione. Erano donne che avevano molti figli e che ricorrevano all' aborto clandestino per il controllo delle nascite: in Italia era ancora in vigore il codice Rocco che impediva la propaganda e l'uso di contraccettivi. All'AIED incontravo soprattutto donne borghesi, nelle borgate donne sottoproletarie ma tutte avevano il bisogno di controllare la propria fertilità... intanto facevo l'ostetrica in cliniche private e mantenevo me e mio marito studente.

A Roma non ho frequentato il movimento delle donne in modo specifico: stavano nascendo vari collettivi e con vari indirizzi, io ho partecipato, nella fase iniziale, all'esperienza degli ambulatori autogestiti riguardante la salute riproduttiva.

- E in seguito?

Dal '71 sono venuta a Reggio Emilia, luogo di sperimentazione di nuovi modelli di salute e medicina (dalla chiusura dei manicomi ai servizi di medicina del lavoro, all'apertura dei consultori familiari). Nel '72 è nato il primo embrione di Collettivo femminista, senza nome; eravamo tutte donne che si conoscevano e lavoravano nei servizi sociali o frequentavano l'università. A Reggio Emilia era molto forte la presenza dell'UDI frequentata soprattutto dalle donne del PCI che portavano avanti battaglie di tipo "emancipatorio" e l'ambiente era un po' chiuso rispetto alle donne giovani, non iscritte al PCI e provenienti da altre città. Noi non abbiamo fatto molto per incontrarle e confrontarci dando per scontato un'arretratezza di obiettivi su cui mai ci siamo realmente misurate. Eravamo un po' prevenute e forse preoccupate di essere fagocitate da un'organizzazione consolidata e forte: forse speravamo di incontrarci una volta che avessimo delle proposte nostre autonome.

Il nostro gruppo raccoglieva vari bisogni: di autonomia dai partiti rivendicando una specificità di presenza politica, di approfondimento e conoscenza che sarebbe sfociata nell'autocoscienza, di rivendicazione di salario al lavoro domestico. Inoltre donne che militavano nella sinistra extraparlamentare si confrontavano per cercare di capire come rispondere ad un disagio percepito e non risolto in un momento di grande fermento collettivo e sociale.

Intanto facevo il primo bambino: mi sentivo un po' sola e isolata, le riunioni si facevano a casa mia per darmi la possibilità di partecipare ma non ero più molto attiva.

Nel '74 ho scelto l'impegno politico nel PDUP che sentivo più rispondente ai miei bisogni poiché il gruppo femminista si stava orientando verso l'autocoscienza. Iniziava così il confronto fra gruppi di donne dei vari partiti della sinistra (anche "extraparlamentare"), il collettivo femminista, l'UDI, le donne della CGIL, sul problema dei servizi per l'infanzia, sul salario al lavoro domestico, sulla funzione dei consultori, sulla presenza o meno delle donne nella gestione dei servizi, sulle "nuove povertà", ecc.

- Tu dov'eri impegnata esattamente?

Ricordo vari impegni: nei comitati di gestione degli asili nido e scuole materne dei figli in cui forte era la presenza maschile pur essendo quotidiano e costante il rapporto madri-insegnanti; delegata sindacale nei nuovi Coordinamenti femminili; nel gruppo delle donne del PDUP, e mi stavo professionalmente formando poiché si stavano aprendo i consultori, e si doveva cominciare a delineare il rapporto fra operatori, amministratori e utenza. Ricordo tanta energia e anche tanta fatica, però mi sentivo protagonista di un cambiamento in atto sia sociale che personale. Per esempio: i consultori si aprono in una situazione in cui la donna usciva da lunghi anni in cui per salvaguardare la propria vita e quella del bambino, aveva accettato intrusioni mediche eccessive senza opporsi. In quegli anni stava diventando patrimonio delle donne la conoscenza e la consapevolezza (con conseguente maggiore responsabilizzazione delle scelte) della propria salute e del proprio corpo che non passava più esclusivamente attraverso atti medici "acritici". Fondamentale è stata anche la consapevolezza che procreazione e sessualità fossero due ambiti separati e i consultori lo riconoscessero. Inoltre si riportava a esperienza "normali" fasi della vita della donna che venivano considerati patologici e per questo era necessario il medico: accettandoli come momenti fisiologici anche il mio ruolo di ostetrica era riconosciuto e legittimato. Facevo non solo incontri di informazione individuale e di coppia ma anche di gruppi che favorivano lo scambio di esperienza ed una maggiore conoscenza e consapevolezza del proprio corpo e delle proprie specificità, dei veri "gruppi omogenei" per problematica.

- Ma le donne non facevano contraccezione prima?

L''anno sembra fatta in modo empirico, tramandando da donna a donna anche se delegavano al marito "il controllo" sapendo che in caso di fallimento sarebbero ricorse all'aborto clandestino; con i consultori si amplia la scelta dei metodi contraccettivi e si aumenta la consapevolezza dell'uso soprattutto da parte delle donne che non necessariamente devono coinvolgere il partner.

- E rispetto all'aborto?

Per prima cosa è crollato il business degli aborti clandestini! Cioè si è data visibilità e risposta ad una delle maggiori cause di morti e conflitti che le donne hanno pagato per anni; e su questo tema il movimento delle donne a livello nazionale è stato grande interlocutore nel difendere la legge approvata nel 1978 e che a sua volta ha aperto importanti polemiche tra cattolici e non, ma meno tra le donne cattoliche e non.

L'altra parte del mio lavoro è stato contribuire ad una maggiore consapevolezza e ascolto del proprio corpo rispetto alla gravidanza e al parto: ho seguito donne in gravidanza assistendole poi al parto a domicilio verificando come si possono ridurre le patologie specifiche se si riesce a stabilire una buona relazione restituendo competenza alle madri. Gli ospedali pubblici si sono dovuti adattare alle nuove richieste delle donne nel partorire, per es provare nuove posizioni durante il parto, rispettando maggiormente i tempi, favorire le relazioni (col partner, col bambino, ecc.) Questa strada è stata aperta dal movimento delle donne negli anni Settanta e poi è andata avanti anche su altre problematiche come la menopausa.

- A distanza di circa 30 anni come si è evoluta l'esperienza dei consultori?

Oggi a Reggio Emilia purtroppo i consultori sono usati soprattutto dalle donne straniere e dalle meno abbienti perché le donne "garantite" cercano un rapporto privilegiato con il medico. Solo alcune donne per scelta ideologica continuano a frequentarlo per cui io penso che la scarsa visibilità del movimento delle donne degli ultimi dieci anni abbia influito sia sulla qualità dei servizi che sulla loro accessibilità.

- Oggi di che cosa ti occupi?

Milito nel sindacato pensionati della CGIL e faccio la segretaria di lega della mia circoscrizione: sono particolarmente attenta ai nuovi bisogni: la solitudine delle anziane, la difficoltà di relazione nelle famiglie, la mancanza di spazi per incontrarsi. Mi piacerebbe passare il testimone alle donne giovani, non perchè voglia ritirarmi ma perchè credo che la consapevolezza dei propri diritti non possa avere un'unica stagione od essere delegata. Dobbiamo riprenderci TUTTE gli spazi che in questi anni si sono un po' ristretti chiudendoci nelle nostre case. Io ci sono ma vorrei anche vivere in modo meno frenetico e godermi tranquillamente gli altri "regali" che la vita mi sta offrendo, per esempio fare la nonna senza fretta e imparare a percorrere vie nuove.

Pour citer cette ressource :

Maurizia Morini, "Entretien avec Vanna Calvi", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), novembre 2007. Consulté le 20/10/2018. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/civilisation/xxe-xxie/le-mouvement-des-femmes/entretien-avec-vanna-calvi