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L'Italia in musica - Terza parte: Dal dopoguerra agli anni Settanta (1945-1969)

Par Cesare Grazioli : historien - Istituto storico per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Reggio Emilia, Laboratorio nazionale di didattica della storia
Publié par Damien Prévost le 21/09/2012
Terza parte dell'articolo "L'Italia in musica".
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3.1) Un lungo dopoguerra, anche musicale: la restaurazione della canzone melodica

Nell’immediato dopoguerra, la canzone italiana sembrò travolta dall’invasione della musica e dei balli americani, portati dalle truppe d’occupazione: lo swing, il jazz e il nuovissimo boogie woogie.

Ma durò poco, e la rinascita della canzone italiana avvenne su due direttrici.

Da una parte tornò in auge la canzone regionale: per quella napoletana, sempre in primo piano, nel ’44 uscirono il capolavoro Tammuriata nera (composta dall’intramontabile A.E. Mario), e la famosissima Simmo ‘e Napule paisà; e nel ’45 Dove sta Zazà e Munasterio ‘e Santa Chiara; a Roma, l’astro nascente della canzone melodica, il trasteverino Claudio Villa, lanciò nel ’48 Vecchia Roma; in Romagna Raimondo Casadei, dopo avere composto migliaia di balli lisci, produsse nel 1954 la canzone-simbolo di quel genere: Romagna mia. Dall’altra parte, si riaffermò la tradizionale canzone melodica, “all’italiana”, nella sua intonazione nostalgico-sentimentale e in quella dell’allegria, sia col rilancio di canzoni d’anteguerra (divenute quasi introvabile, per la penuria della lacca dei dischi durante la guerra), sia con nuove canzoni: nel ’47 Eulalia Torricelli e Cantando con le lacrime agli occhi (di Mascheroni); e nel ’48 Amore baciami, Addormentarmi così (Mascheroni-Biri), I pompieri di Viggiù; nel ’49 Nella vecchia fattoria, il primo successo del quartetto Cetra, una delle formazioni italiane più longeve.

Esempi riportati

Tammuriata nera (v.dopo, n.160)
 
Simmo ‘e Napule, paisà
 
Romagna mia
 
Alla Casadei, polka
 
Nella vecchia fattoria
 

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– A.E. Mario
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– – Claudio Villa
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– – –   Vittorio
– – Mascheroni


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– Quartetto Cetra213586-625194-sf04000000-11293840-medium_1348220836970.jpg
– –   Nilla Pizzi
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– – Carla Boni
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– Giorgio Consolini
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– – Nunzio Filogamo
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– – Il duo Fasano

Gli amanti di novità dovevano rivolgersi all’estero: i più raffinati, alla canzone francese, divenuta di moda nel ’47 con nomi come Ives Montand, Juliette Greco, Edith Piaf (col suo successo mondiale di quell’anno: La vie en rose); il pubblico più largo, ai ritmi latino-americani come la rumba, la samba, il bajon, e a canzoni come Brasil, Amor amor amor, Besame mucho, e Amado mio (famosa per la sensualissima interpretazione di Rita Hayworth nel film Gilda del 1947).
Ma l’atmosfera dominante in Italia era molto diversa. Tutto il decennio che iniziò nel 1948 (l’anno della Costituzione repubblicana, ma soprattutto della schiacciante vittoria della Democrazia cristiana contro le sinistre, che inaugurò il decennio del centrismo, nel clima della guerra fredda) vide il trionfo della restaurazione musicale, all’insegna della canzone melodica d’amore, quasi sempre strappalacrime, e in gran parte ispirata a valori tradizionali come la patria, le tradizioni, la mamma (non dissimili dalla triade Dio-patria-famiglia esaltata nel ventennio fascista). Vennero alla ribalta nuovi interpreti come Nilla Pizzi, Claudio Villa e Luciano Tajoli, ma anche Carla Boni, il duo Fasano, Gino Latilla, Giorgio Consolini, Teddy Reno, Achille Togliani. Luogo di consacrazione di quei protagonisti e di quelle canzoni fu il Festival di Sanremo, nato nel 1951, sottotono (con soli tre cantanti a proporre le 20 canzoni in gara, affidate all’orchestra del maestro Angelini, e presentate dal “mitico” Nunzio Filogamo), e vinto da Nilla Pizzi con Grazie dei fiori. Però, grazie al fatto di essere trasmesso dalla radio, e poi dalla Tv, il Festival di Sanremo divenne di lì a poco la più importante vetrina (senza equivalenti di pari importanza in altri paesi) della canzone italiana nella sua versione “nazional-popolare”, per anni intrisa di retorica e di “buoni sentimenti”: tipiche le canzoni vincitrici nel 1953, Vola colomba (espressamente legata alle tormentate vicende politiche della città di Trieste), di Cherubini, cantata da Nilla Pizzi; e del ’54, Tutte le mamme, cantata da Consolini; o Campanaro e Vecchio scarpone del ‘53. Anche quelle del filone allegro e spensierato, come Papaveri e papere (1952) o Casetta in Canadà (1957, entrambe di Mascheroni e Panzeri), non erano “neutre”, ma invitavano esplicitamente ad accettare le inferiorità sociali e di genere (per la donna), e a sopportare pazientemente i soprusi.
Esempi riportati

Papaveri e papere
 
Vola Colomba
 
Vecchio scarpone
 
Tutte le mamme
 
Il pericolo numero uno
 
Piccolissima serenata
 
In quegli anni, voci innovative si ebbero solo in due settori. Uno fu la canzone napoletana, che si rilanciò in forma di canzone da night, con il grandissimo Roberto Murolo e con il sestetto di Renato Carosone, che nel ’55 inaugurò La Bussola in Versilia, e si costruì uno stile originalissimo, basato sull’innesto di codici musicali americani sulla tradizione partenopea, e sulla spettacolarizzazione delle performances, in canzoni come Tu vuo’ fa’ l’americano (1957), Torero, ‘O sarracino, che ebbero fama mondiale. Altri grandi interpreti della canzone napoletana di quegli anni furono Sergio Bruni, Aurelio Fierro, Fausto Ciliano.

Esempio riportato

Tu vuo’ fa’ l’americano
 
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–   Roberto Murolorenato-rascel_1349439096152.jpg
– Renato Rascel
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– Fred Buscaglione

L’altro settore innovativo fu la commedia musicale, con due grandi soggettisti come Garinei e Giovannini, musicisti come Gorni Kramer e Armando Trovajoli, e cantanti-attori di spessore: il quartetto Cetra, Delia Scala, Renato Rascel, Johnny Dorelli. Rascel in particolare lanciò canzoni di grandissimo successo, come, nel ’55, Arrivederci Roma. Un altro innovatore fu Fred Buscaglione, dal ’56 e al ’60 (quando perì tragicamente), con il suo personalissimo look da “duro” alla Clark Gable e con canzoni da “bulli e pupe” come Che bambola, Teresa non sparare ed Eri piccola così. Buscaglione, così come Carosone, si inserì nel genere della canzone da night, confidenziale, soft, di intrattenimento e al contempo ballabile, spesso sui ritmi jazz e del primo rock americano. Altri protagonisti di quel genere furono: Bruno Martino (Estate, E la chiamano estate); Nicola Arigliano (Amorevole, Carina, I sing ammore), Marino Barreto junior (La più bella del mondo, Arrivederci, Come prima), e qualche anno dopo Fred Buongusto (Una rotonda sul mare). Le canzoni da night contribuirono a traghettare l’Italia canora degli anni ’50 dal… mondo delle vallate alpine e dei campanari a quello del jazz e dello spettacolo moderno.
Esempio riportato

Arrivederci Roma
 
Benché all’insegna della restaurazione, la musica degli anni ’50 fu attraversata da vere e proprie rivoluzioni tecnologiche. Nel 1953 era sbarcata in Italia l’americana Rca, colosso multinazionale della discografia, che introdusse una filosofia del marketing ancora ignota alle nostre case discografiche. Nel 1954 nacque la televisione, e dal ’57 uno dei suoi programmi più popolari (oltre a Carosello, che trattiamo altrove…) fu una gara di riconoscimento di canzoni, “Il musichiere” (sul modello dell’americana “Name this tune”, e nella scia di un’altra popolarissima trasmissione a quiz, “Lascia o raddoppia”, condotta da Mike Bongiorno): lo presentava Mario Riva, con una sigla di Gorni Kramer, Domenica è sempre domenica, che tutti gli italiani canticchiarono. Al Canzoniere, cessato per la scomparsa di Riva nel 1960, seguirono altre popolarissime trasmissioni musicali: “Canzonissima”, dal 1957 al 1975 (come vedremo in seguito), e “Studio Uno” nei primi anni ’60.

Inoltre nel 1955 era sbarcato in Italia, direttamente da Chicago, il juke-box. Collegato ad esso, un’altra rivoluzione, il disco 45 giri in vinile, nato negli Usa nel ’49, arrivò poco dopo in Italia e a metà dei ’50 sorpassò il vecchio 78 giri, per poi soppiantarlo del tutto; e con esso il 33 giri (il 45 giri era il disco piccolo, singolo, il 33 giri era quello grande, con una decina di canzoni).
Esempi riportati

sigla del Musichiere: Domenica è sempre domenica 
 
sigla di Studio Uno: Dadaumpa
 
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– Mike Bongiorno

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– Le Gemelle Kessler

3.2) Nel 1958, all’inizio del boom, Modugno fa "Volare i sogni degli italiani"; poi, gli “urlatori”

Il 1958 fu per l’Italia il primo anno del “boom economico” (1958-1963, quando l’economia crebbe ogni anno del 6%), in un trentennio (dai ’50 ai ’70) eccezionale per lo sviluppo economico e le trasformazioni socio-culturali. Quell’anno un giovane cantautore pugliese, Domenico Modugno, si presentò al Festival di Sanremo con una canzone composta assieme al paroliere Franco Migliacci, Nel blu dipinto di blu, divenuta famosa come Volare: fu un trionfo. Anche se la lingua era ancora tradizionale, cioè lontana dal parlato corrente, c’era molto di nuovo: la voce particolarissima di Modugno, la sua gestualità (le braccia spalancate) così diversa dalla norma, la musica ritmata, con echi del rhythm and blues, le parole liberatorie, eccitanti (con trasparenti significati sessuali, ma di una sessualità naturale, libera, gioiosa) costituirono una miscela esplosiva. Anche nella musica, era di colpo finito il lungo dopoguerra! Modugno non solo fece… volare i sogni degli italiani, ma conquistò il mondo: negli Stati Uniti Volare rimase in testa alle classifiche di vendite per 13 settimane, fu interpretata dai maggiori cantanti (come Frank Sinatra e Dean Martin) e nel mondo vendette 22 milioni di dischi, seconda solo a Bianco Natale di Bing Crosby (fino ad allora).
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– Domenico Modugno

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– Rocco Granata

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– Tony Dallara

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– Adriano Celentano

Non certo paragonabile a Volare per qualità, ma per l’incredibile popolarità riscossa anche a livello internazionale (tradotta in diverse lingue) fu Marina, lanciata nel 1959 da Rocco Granata, un calabrese emigrato in Belgio, dove suo padre lavorava in miniera. Al suono della fisarmonica Marina, pur sgrammaticata, divenne una evergreen nelle balere e nei juke-boxe sulle spiagge.

Sulla scia di Volare, emerse la nuova generazione dei cosiddetti cantanti “urlatori”, che importarono dall’America – molto timidamente, va detto – la rivoluzione musicale del rock ’n roll, la prima corrente musicale specificamente giovanile, con una forte carica di rottura, se non ancora di contestazione, verso il mondo degli adulti; e anche la prima che in America ruppe le rigide divisioni tra i tre generi musicali là presenti, con ascoltatori e canali di distribuzione del tutto separati: la musica commerciale, popolare (pop), per la borghesia urbana; la country music, amata dalle masse contadine del Sud e dell’Ovest; e il rhytm and blues, la musica urbana della popolazione di colore. Il rock si impose subito tra i giovani ascoltatori di tutti questi tre generi, anche perché nasceva dalla loro fusione, a partire dal blues. Inoltre unì i giovani su scala globale: Rock around the Clock, cantata da Bill Haley nei titoli di coda del film del 1955 Il seme della violenza, fece il giro del mondo in pochi giorni, un caso senza precedenti. Quello stesso anno Chuck Berry (forse l’inventore del rock) lanciò Johnny B.Goode, ed esplose la fama di Elvis Presley, che per vent’anni fu poi the King, il re del Rock. Bill Haley non cantava le canzoni, le gridava, cosa funzionale alla novità del juke-bok (pensato per luoghi chiassosi e dispersivi come i bar e le sale da gioco); Elvis Presley, il cantante più idolatrato di sempre, si esprimeva con tutto il corpo, oltre che con una voce sensuale e gutturale capace di incredibili cambiamenti di toni e di ritmi.
Il primo degli “urlatori” nostrani fu Tony Dallara, con Come prima nel ’58, dalla voce gridata e singhiozzante. Altri furono Joe Sentieri, Betty Curtis, Little Tony (che imitava Elvis anche nel ciuffo e nel look), Peppino di Capri, e soprattutto due giovani, Mina e Adriano Celentano, che avrebbero poi avuto carriere prestigiose e lunghissime (fino ai nostri giorni), in direzioni molto diverse.
Esempi riportati

Volare
 
Marina
 
Rock around the clock
 
Jailhouse rock
 
Johnny B.Goode
 
Adriano Celentano, il “molleggiato” (1940, milanese figlio di immigrati foggiani) esordì nel 1959 con Il tuo bacio è come un rock, e nel ‘61 cantò a Sanremo Ventiquattromila baci: una bomba, per il testo, per la voce rabbiosa con cui la cantò, per il modo scandaloso di muoversi (nel sacro “tempio” della musica, poi!), addirittura voltando le spalle al pubblico. Costituì il Clan, una “corte” di cui fecero parte molti cantanti poi resisi indipendenti, come Don Backy e Ricky Gianco, e continuò a raccogliere successi, talora assai discussi, alternando canzoni leggere ad altre di tipo “predicatorio” su temi che spaziavano dall’ecologia alla religione (e anche alla polemica contro gli scioperi, al tempo delle lotte operaie del ’68, che lo rese inviso ai giovani di sinistra negli anni ’70). Tra i maggiori successi, negli anni ’60: Stai lontana da me; Pregherò; Grazie, prego, scusi; Il problema più importante; Il ragazzo della via Gluck (che nel ’66 a Sanremo non si qualificò, ma ebbe poi un enorme successo di vendite); Mondo in mi; La coppia più bella del mondo; Azzurro; Una carezza in un pugno; e nei ’70: Chi non lavora non fa l’amore (che, vincitrice a Sanremo nel ’70, venne considerata l’elogio del crumiraggio); Viola; Un albero di trenta piani (contro il “Pirellone” di Milano, si disse); Svalutation; Soli (del ’79), dopo di che conobbe una eclissi negli anni ’80 e ’90, fino alla nuova popolarità televisiva alle soglie del Duemila, dopo il fortunatissimo album Io non so parlar d’amore del 1999 (composto da Mogol e Gianni Bella).

Esempi riportati

24000 baci
 
Stai lontana da me
 
Il ragazzo della via Gluck
 
Azzurro
 

Mina (Mazzini, 1940, cremonese) iniziò a cantare per gioco nel famoso locale notturno La Bussola in Versilia, ove la famiglia passava le vacanze, ed esordì al festival rock di Milano nel ’58 con Nessuno, che poi presentò a ‘Lascia o raddoppia’ e al Musichiere: fu un successo immediato, che proseguì ininterrottamente fino ad oggi, con un numero impressionante di canzoni. Mina accettò una sola volta di partecipare a Sanremo, ma in TV condusse popolari trasmissioni come Studio Uno e poi Canzonissima, fino al clamoroso ritiro dalle apparizioni pubbliche alla fine degli anni ’70. Dotata di un’eccezionale estensione e versatilità vocale, unica nel suo modo di accelerare il ritmo delle canzoni melodiche, fu definita da Armstrong “la cantante bianca più grande del mondo”, e nessun’altra cantante europea è mai stata così apprezzata a livello internazionale. Tra i maggiori successi, come singoli: (negli anni ’60) Tintarella di luna, Il cielo in una stanza, Le mille bolle blu, Renato, Città vuota, È l’uomo per me, Una zebra a pois, E se domani, Brava, Un anno d’amore (del ’65: record di 16 settimane al primo posto nelle vendite); Se telefonando, Sono come tu mi vuoi, La banda, La canzone di Marinella (scritta da un ancora sconosciuto Fabrizio De Andrè), Vorrei che fosse amore, Non credere; (e negli anni ’70) Grande grande grande, E poi, Insieme, Amor mio, Parole parole, Non gioco più, Morirò per te, e molte altre.

Dietro l’inarrivabile Mina, emersero due “regine” della canzone, Milva e Ornella Vanoni, entrambe operanti su un “doppio binario”: uno più leggero, l’altro più colto e impegnato politicamente.

Milva (di Goro di Ferrara, 1939), detta “la rossa” sia per il colore dei capelli che per la sua fede politica, produsse più di un album all’anno dal ’61 al 2000, e altri fino al presente, e un numero impressionante di singoli. Iniziò alternando canzoni leggere di impianto melodico tradizionale, spesso presentate a Sanremo (tra le tante, nei ‘60: Uno a te uno a me e Milord, del ’60; Tango italiano, Quattro vestiti, Nessuno di voi, Little man, Canzone), ad altre su un registro più impegnato, prima reinterpretando gli anni ’20-’30 (l’album Le canzoni del tabarin, 1963) e la canzone politica (Canti della libertà, 1965, tra cui la sua versione di Bella ciao, e de La filanda, e dieci anni dopo l’altro album Libertà); poi interpretò il teatro politico di Bertold Brecht in recital teatrali, tradotti in quattro album Milva canta Brecht. Proseguì con album di grande spessore, che le valsero altissimi riconoscimenti ufficiali anche in Francia e in Germania, ove era popolarissima.

Ornella Vanoni (Milano, 1934), cantante e cantautrice, esordì nell’ambiente milanese del regista Giorgio Strehler e dell’attore Dario Fo, come attrice e cantante di canzoni dialettali di ispirazione sociale: Le canzoni della mala (ad es: Ma mi); poi nei primi anni ’60 l’incontro, anche sentimentale, con Gino Paoli le diede l’opportunità di interpretare alcune sue famose canzoni (Senza fine, Che cosa c’è, Mi sono innamorata di te, e altre), e poi di nuovo negli ’80 di condurre in coppia col lui fortunate tournée; nel frattempo, partecipò a Sanremo dalla metà dei ’60 con canzoni più “facili” ma di grande successo (Abbracciami forte, Senza fine, Io ti darò di più, La musica è finita, Una ragione di più, composta da lei stessa, L’eternità, L’appuntamento, Domani è un altro giorno). Dai ’70 ai nostri giorni il suo repertorio si è ampliato spaziando dal jazz alla musica brasiliana, la Bossanova, alla reinterpretazione di successi italiani e internazionali; ha cantato in coppia con moltissimi famosi cantanti italiani e stranieri, come i brasiliani Vinicius de Moraes e Toquinho, e utilizzato la formula del teatro-canzone (alla Gaber, vedi dopo), fino all’album Scheherazade del ’95, in gran parte da lei stessa composto. Dal 1961 al 2010 ha prodotto in media un album all’anno, oltre a moltissimi singoli.
Esempi riportati

Il cielo in una stanza
 
Un anno d’amore
 
Insieme
 
Parole parole
 
Little man
 
La filanda
 
Ma mi
 
Senza fine
 
Domani è un altro giorno
 
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– – – Mina

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– – – Milva

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–   Ornella Vanoni

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3.3) I tanti filoni dei “mitici anni sessanta”, la prima stagione dei giovanissimi


Indice

 


Nel panorama musicale dei primi anni ’60 sbocciarono altre novità, diverse ma spesso intrecciate: l’esplosione della festival-mania; le “canzoni da spiaggia” e i molti nuovi balli giovanili; il successo dei cantanti-ragazzini; le mode effimere dei cinebox (antenati dei videoclip) e dei “musicarelli” (film musicali di infimo livello coi giovani cantanti di successo che… recitavano se stessi); poi la canzone beat e la nascita dei “complessi”; alternativi a queste tendenze e spesso appartati, i cantautori; e, con alcuni di questi ultimi, la rinascita della canzone politica. Un’enorme novità, imposta dalle case discografiche, fu anche l’identificazione tra la canzone e il/la cantante che la lanciava, mentre fino agli anni ’50 la stessa canzone era interpretata indifferentemente da diversi cantanti. Questa personalizzazione dilatò ovviamente il fenomeno del divismo canoro.
Oltre ai due grandi concorsi canori televisivi, il Festival di Sanremo e Canzonissima, si diffuse una vera e propria mania dei concorsi, che si svolgevano a centinaia nelle più remote località della penisola. I più noti furono il Festival di Castrocaro, dal ’57 (dedicato alle voci nuove); il Cantagiro, dal 1962 al 1970, e il Festival degli sconosciuti ad Ariccia; dal ’64 il Festival delle Rose, il Festivabar (basato sul juke-box) e il Disco per l’estate; dal ’65 la Rassegna di Venezia (iniziò inoltre, già nel 1957, lo “Zecchino d’oro”, riservato ai bambini, al Teatro Antoniano di Bologna).


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– Marie Laforêt

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– Françoise Hardy

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– Paul Anka

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– Sylvie Vartan

 

Nel 1959 sui settimanali iniziò la Hit parade (la classifica dei dischi più venduti, nata in America nel 1936), e nel 1967 la radio iniziò Vetrina di Hit parade (dei 45 giri più venduti, trasmessi dal decimo al primo), presentata da Lelio Luttazzi con un enorme ascolto tra i giovanissimi. A quei tempi, per i giovani era normale acquistare mediamente un 45 giri ogni settimana (!), e l’industria discografica segnò incrementi di fatturato vertiginosi, dai 18 milioni di 45 giri del 1959 ai 44 milioni del ’69 (si diffuse in quegli anni il mangiadischi, un giradischi portatile per 45 giri, molto in voga tra i giovani).
Già nel 1960 un’inchiesta accertò che il 40% degli acquirenti di dischi aveva meno di 20 anni, e il 1964 fu l’anno-boom nella vendita di dischi. In quegli anni celebri cantanti stranieri venivano a cantare in Italia, quasi sempre in italiano: Neil Seddhaka (Il re dei pagliacci, Esagerata), Paul Anka (Diana, Ogni volta), Gene Pitney (Quando vedrai la mia ragazza, Un soldino, Amici miei), Richard Anthony (E il treno va, Cin cin), Adamo (La notte, Affida una lacrima al vento), Marie Laforêt (La vendemmia dell’amore), Petula Clark (Ciao ciao, Chariot), Sandie Show (Domani, la danza delle note), Francoise Hardy (Quelli della mia età), Sylvie Vartan (Come un ragazzo, Zum zum zum), Antoine (La tramontana, Pietre), Nino Ferrer (La pelle nera, Agata), Rocky Roberts (Stasera mi butto), George Moustaki (Lo straniero).

Esempi riportati

 

Nel 1961, per la prima volta un 45 giri vendette più di un milione di copie: Legata a un granello di sabbia, cantata da Nico Fidenco, che inaugurò la moda delle canzoni per l’estate, proprio mentre le vacanze al mare stavano diventando costume di massa (almeno per i ceti medi), non più un privilegio di pochi. Fidenco cantò poi Con te sulla spiaggia, ma il campione di quel genere divenne Edoardo Vianello, con canzoni cadenziate, molto orecchiabili, come Con le pinne il fucile e gli occhiali, I Watussi, Guarda come dondolo e altre, tutte associate a un ballo: twist, shake, limbo, hully gully, ye ye, surf, almeno uno nuovo ogni anno. Molte altre furono le “canzoni da spiaggia” di quegli anni, come Stessa spiaggia stesso mare di Piero Focaccia, Sei diventata nera dei Los Marcellos Ferial, Luglio di Riccardo Del Turco. Non erano certo dei capolavori, con l’eccezione di Sapore di sale di Gino Paoli (vedi dopo), ma diedero alla “colonna sonora” degli anni ’60 la sua inconfondibile atmosfera di spensieratezza e di gioiosa vitalità. Tra i tanti nuovi balli, spesso effimeri, il primo e il più in voga fu il twist, made in Usa, che segnò una svolta, perché non veniva ballato in coppia, ma in gruppo. Altrettanto significativo è che da allora iniziarono a differenziarsi i locali da ballo per i giovani (che negli anni ’70 divennero poi le discoteche) da quelli per gli adulti: una distinzione che fino ad allora non esisteva nelle sale da ballo, e nelle più popolari “balere”, i due luoghi pubblici ove si ballava. Oltre a queste canzoni adatte ai balli di gruppo, c’erano poi quelle per i “lenti” (cheak to cheak), come: I tuoi occhi verdi, Cinque minuti e poi, Parole, Monia.

Esempi riportati

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– Nico Fidenco
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– Edoardo Vianello
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– Gianni Morandi

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– Rita Pavone

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– Little Tony

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– Pino Donaggio

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– Gianni Meccia

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– Bobby Solo

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– Gigliola Cinquetti

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– Catherine Spaak

In quegli anni del “baby boom” demografico, giovanissimi erano non solo i consumatori di dischi, ma anche i nuovi cantanti lanciati dalle case discografiche, primi tra tutti Rita Pavone e Gianni Morandi, ancora adolescenti quando divennero i nuovi idoli della canzone. Apparvero entrambi a 17 anni, nel 1962, nella trasmissione televisiva “Alta pressione” (del neonato secondo canale della Rai), ed avevano in comune un modo di cantare su un unico timbro, senza estensione, che si prestava perfettamente alla nuova tecnica discografica di incidere separatamente la base musicale e la voce: così la voce occupava le frequenze medie, la ritmica quelle basse, violini e/o tastiere quelle alte. Rita Pavone lanciò quell’anno La partita di pallone, cui seguirono Sul cucuzzolo (scritte da Edoardo Vianello), Alla mia età, Cuore, Il ballo del mattone, Datemi un martello, Il geghegè, e altre, tutte concentrate nei successivi 5-6 anni, quelli del suo breve ma strepitoso successo.

Morandi esordì con Andavo a cento all’ora (il nuovo mito della motorizzazione di massa) e con Go-kart twist, cui seguirono Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte, In ginocchio da te (che nel ’64 vinse il Cantagiro, con 1 milione di 45 giri venduti), La fisarmonica, Non son degno di te, tutte sul tema dell’adolescenza, e tutte da vacanze o da festicciole del sabato pomeriggio (magari in casa, con il mangiadischi). Nel 1966 volle cantare C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones, una canzone di forte impegno politico contro la guerra in Vietnam, che venne censurata dalla Rai. Poi tornò al solito repertorio con Scende la pioggia, Ma chi se ne importa, e nel ’70 con Occhi di ragazza, trionfi a Canzonissima. Dopo una eclissi negli anni ’70, l’evergreen Gianni Morandi tornò in auge dagli ’80 (Uno su mille e Si può dare di più).

Molti altri i giovanissimi idoli dei primi anni ’60: Little Tony, che cantò con Celentano 24000 baci (a Sanremo ogni canzone aveva due interpreti), poi Il ragazzo col ciuffo, Riderà, Cuore matto, grandi successi tra il ’66 e il ’70; Pino Donaggio che esordì con il twist Giovane giovane, proseguì con Io che non vivo senza te (che tradotta in inglese divenne un successo mondiale; Donaggio divenne poi autore di fama mondiale di colonne sonore per film); il cantautore Gianni Meccia con Il barattolo, il pullover; Tony Renis, legato alla fama della hit internazionale di Quando quando quando, del ’62; Remo Germani con Baci; Bobby Solo con Una lacrima sul viso, Una granita di limone, Zingara e Domenica d’agosto; Dino con Te lo leggo negli occhi, Il sole è di tutti, Gli occhi miei; Michele con Se mi vuoi lasciare e Dite a Laura che l’amo (cover di una canzone americana, come lo erano moltissime, allora); Don Backy con Canzone; Gianni Pettenati, che lanciò nel ‘66 Bandiera gialla: era la cover di The pied piper, ma anche il titolo dell’ascoltatissimo programma radiofonico di canzoni trasmesso da Rai2 tra il ’65 e il ‘70, condotto da Gianni Boncompagni e Renzo Arbore e riservato ai giovanissimi, tanto che iniziava con un annuncio provocatorio: "A tutti i maggiori degli anni 18: questo programma è rigorosamente riservato ai giovanissimi, ripeto, ai giovanissimi, tutti gli altri sono pregati quindi di spegnere la radio o sintonizzarsi su altra stazione…". Altrettanto popolari di questi cantanti furono le giovanissime cantanti, con stili e look molto diversi: oltre alla “monella” Pavone, c’erano la “ragazza acqua e sapone” Gigliola Cinquetti, che vinse Sanremo e l’Eurofestival del ’64 con Non ho l’età; la sexi e maliziosa Catherine Spaak di Quelli della mia età e L’esercito del surf (che aveva un ritornello emblematico: “Noi siamo i giovani / i giovani più giovani /siamo l’esercito /l’esercito del surf”).

Esempi riportati

 

La partita di pallone

 

Andavo a cento all’ora

 

In ginocchio da te

 

Occhi di ragazza

 

Giovane giovane

 

Io che non vivo

 

Il barattolo

 

Baci

 

Cuore matto Una lacrima sul viso

 

Gli occhi miei

 

Non ho l’età

 

L’esercito del surf

 

Canzone

 

Bandiera gialla

 

The pied piper

3.4) I secondi anni Sessanta: il beat all’italiana, i complessi, e... la canzone più tradizionale

Il clima cambiò in parte nella seconda metà del decennio, quando si imposero due giovanissime, emerse entrambe come “ragazze del Piper” (famosissimo club musicale romano inaugurato nel 1965): la trasgressiva Patti Pravo che esordì con Ragazzo triste e proseguì con successi come Qui e là, Se perdo te, La bambola (nel ’68), Il paradiso, fino a Pazza idea e Pensiero stupendo nei ’70; e Caterina Caselli, il “casco d’oro” (per i capelli a caschetto, a imitazione dei Beatles), che fu prima nelle vendite nel ’66 con Nessuno mi può giudicare, proseguì con Perdono, L’uomo d’oro, Sono bugiarda (cover di I’m a believer dei Monkees), Il volto della vita, Insieme a te non ci sto più (di Paolo Conte), e divenne in seguito una grande talent scout e produttrice discografica, con la Sugar.

Esempi riportati

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– The Beatles

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– The Rolling Stones

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– The Byrds

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– The Beach Boys

Con loro due iniziò in Italia la beat generation, influenzata dalla seconda rivoluzione del pop-rock, quella dei Beatles e dei Rolling Stones in Inghilterra, e dei Byrds e dei Beach Boys in California; seguì poi l’influenza di altri grandi protagonisti del pop-rock internazionale: i due grandi folksingers americani Bob Dylan e Joan Baez, che misero in musica la contestazione giovanile del Sessantotto; e altri cantanti di rottura come Jimy Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison dei Doors, Eric Clapton. In Italia la generazione beat fu quella dei capelli lunghi dei maschi, della minigonna (nata a Londra nel 1964), con sviluppi musicali e di costume in molteplici direzioni, dai “figli dei fiori” all’ideologia del “sex drug ‘nd rock ‘n roll” e all’hard rock degli anni ’70.
Esempi riportati

Michelle
 
Help
 
Let it be
 
Satisfaction
 
Blowing in the wind
 
Mr.Tambourine
 
Surfin Usa
 
San Francisco
 

Anche in Italia, i maggiori esponenti di queste tendenze pop-rock furono i “complessi” (così erano allora chiamati i gruppi musicali), che si moltiplicarono negli anni ’60, a partire da gruppi stranieri che vennero a cantare in Italia in italiano. Però, la trasgressività delle intenzioni e del look venne stemperata verso soluzioni molto rassicuranti, nella musica e nei testi delle canzoni. I più celebri di quei complessi beat-pop-rock, molto spesso interpreti di cover di successi americani, o di brani composti da cantautori, erano: i Ribelli, dapprima all’interno del Clan di Celentano (Pugni chiusi); i Rokes (È la pioggia che va, Ma che colpa abbiamo noi); Mal and The Primitives (Yeeeeeeeh! ; Bambolina; Pensiero d’amore; Occhi neri occhi neri); l’Equipe 84 (Io ho in mente te, Bang bang, 29 Settembre, Auschwitz, Tutta mia la città, Pomeriggio: ore 6); I Nomadi (vedi dopo), i Corvi (Un ragazzo di strada); i Giganti (Proposta; Tema); i Camaleonti e i Dik Dik, che ebbero vendite di dischi altissime tra fine ’60 e primi ’70 (i Camaleonti con: L’ora dell’amore, Io per lei, Applausi, Viso d’angelo, Mamma mia, Eternità, Come sei bella; i Dik Dik con Sognando California, Senza luce, Il primo giorno di primavera, Io mi fermo qui, L’isola di Wight, Viaggio di un poeta); i Profeti (Ho difeso il mio amore, Gli occhi verdi dell’amore, Eri bella, Lady Barbara).
Esempi riportati

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– The Rokes
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– Equipe 84
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– I Camaleonti

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– Massimo Ranieri

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– Nicola di Bari

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– Jimmy Fontana

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– Dalida

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– Wilma Goish

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– Orietta Berti

La nuova canzone pop dei complessi e dei giovanissimi non cancellò però la tradizionale canzone melodica “all’italiana”, sia perché, ovviamente, non erano solo i giovani ad ascoltare, cantare e ballare musica; sia perché anche tra i giovani vi erano diversi gusti musicali, con vistose differenze, ad esempio, tra le aree metropolitane e la provincia. Molti tra gli stessi cantanti finora citati, venuti alla ribalta come innovatori o “trasgressivi”, rientrarono nell’alveo della tradizione: così fu, in modi diversi, per Modugno, Celentano, Mina, Morandi, Peppino Di Capri, Betty Curtis. Inoltre, continuarono ad avere successo cantanti che si ponevano in continuità con la tradizione melodica, sia pur con un forte ricambio generazionale. Tra i “grandi” degli anni ’50, pochi rimasero in auge, e tra questi l’unico in primo piano fu Claudio Villa (che nel ’67 vinse Sanremo con Non pensare a me e Canzonissima con Granada), spesso in competizione per il primato a Canzonissima con Morandi e con il giovane napoletano Massimo Ranieri (Rose rosse, Vent’anni, Se bruciasse la città e diverse altre, sia in italiano sia della tradizione napoletana). Oltre a Ranieri, molte voci nuove si inserirono nell’alveo della tradizione, più o meno rinnovata: Nicola Di Bari (La prima cosa bella, Vagabondo); Jimmy Fontana (Il mondo; Che sarà; Pensiamoci ogni sera); Mario Tessuto (Lisa dagli occhi blu). Tra le cantanti: Dalida, la prima donna a vincere, nel ’64, il disco di platino per un milione di dischi venduti (I ragazzi del Pireo, La danza di Zorba, Bang bang, Ciao amore ciao, Dan dan dan); Gigliola Cinquetti (Non ho l’età [vedi prima], Dio come ti amo! La pioggia); Anna Identici (Quando mi innamoro, Era bello il mio ragazzo); Wilma Goich (Le colline sono in fiore); le reggiane Iva Zanicchi (Come ti vorrei, Non pensare a me, Zingara, Un fiume amaro, Ciao cara come stai?) e Orietta Berti, forse la più tipica esponente della canzone tradizionale, sia nella versione sentimentale (Tu sei quello, Io tu e le rose…) sia in quella allegra (Fin che la barca va, Tipitipiti). I palcoscenici di quella vecchia e nuova canzone all’italiana erano le gare canore di Sanremo e Canzonissima: quest’ ultima, amata anche per le coreografie, i balletti e le sigle musicali (delle gemelle Kessler, poi dell’esordiente conduttrice-ballerina Raffaella Carrà)
Esempi riportati

Rose rosse

 

Vagabondo

 

Il mondo

 

Che sarà

 

Ciao amore ciao

 

Le colline sono in fiore

 

Un fiume amaro

 

Fin che la barca va

 

La notte è piccola per noi (sigla)

 

Zum zum zum (sigla)

 

Quelli belli come noi (sigla)

 

Ma che musica maestro (sigla)

 

3.5) L’altra canzone, dei cantautori:  De André e gli altri genovesi

Tutt’altro mondo era quello dei cantautori, tra i quali il gruppo più consistente era la cosiddetta “scuola genovese”: Gino Paoli, Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Umberto Bindi, Fabrizio De Andrè, oltre a Sergio Endrigo (non genovese ma ad essi assimilabile). Intellettuali prima che cantanti, si ispiravano al jazz, alla filosofia esistenzialista e ai cantautori francesi ad essa legati; erano alternativi nei valori e negli stili, e nelle loro canzoni denunciavano il conformismo e l’ipocrisia della società borghese, oltre a toccare temi più intimi, come la difficoltà della relazione, il “male di vivere”, espressi in un linguaggio quotidiano, disadorno: insomma, erano l’opposto delle superficiali “canzonette” all’italiana, anche quelle delle nuove generazioni.

Gino Paoli (1934), il prototipo del cantautore “esistenzialista”, oltre a scrivere canzoni importanti per Mina e soprattutto per Ornella Vanoni (vedi sopra), compose e cantò brani di grande spessore poetico, soprattutto negli anni ’60, tra i quali: nel 1960 La gatta, Sassi e Il cielo in una stanza (vedi Mina, la prima canzone italiana non in rima, una rivoluzione linguistica) che, interpretata da Mina, lo rese celebre; nel ’63 Sapore di sale (forse la canzone più rappresentativa del decennio), e Che cosa c’è; poi Ieri ho incontrato mia madre, Albergo a ore, e nel ’72 Non si vive in silenzio; dopo un’eclissi nei ’70, ebbe una nuova popolarità, in tournée in coppia con la Vanoni, e con canzoni come Una lunga storia d’amore, Questione di sopravvivenza, Cosa farò da grande.

Di Bruno Lauzi, poeta e narratore oltre che cantante, ebbero successo soprattutto Ritornerai, Il poeta, Genova per noi e Amore caro amore bello, oltre a diverse canzoni dialettali. Umberto Bindi, che esordì già nel ’59 con la bellissima Arrivederci, seguita da Il nostro concerto, fu soprattutto un raffinatissimo compositore (sua La musica è finita cantata dalla Vanoni) e arrangiatore.

Luigi Tenco (1938-67) lasciò un segno indelebile nella storia della canzone italiana, e non solo per la tragedia del suicidio a San Remo nel ’67: sia i temi di denuncia, sia i toni introspettivi delle sue canzoni erano assolutamente “fuori dal coro”, come ben riassumono i versi iniziali di Io sono uno del ’66 (“Io sono uno / che sorride di rado, / questo è vero / ma in giro ce ne sono già tanti / che ridono e sorridono sempre / però poi non ti dicono mai / cosa pensano dentro ). Tra le sue tante canzoni: Mi sono innamorato di te, Angela, Cara maestra (censurata dalla Rai, che lo allontanò per due anni), Un giorno dopo l’altro (sigla del popolarissimo sceneggiato tv “Le inchieste del commissario Maigret”), Ognuno è libero, Lontano lontano, Ragazzo mio, E se ci diranno, fino all’ultima Ciao amore ciao del ’67, cantata con Dalida e bocciata dalle giurie. In suo onore fu poi istituito il prestigioso premio Tenco.

Sergio Endrigo, oltre che compositore di canzoni di successo per altri, per tutti i ’60 produsse brani quasi sempre malinconici e molto poetici, tra i quali: Io che amo solo te, Aria di neve, Maddalena, La rosa bianca, Te lo leggo negli occhi, Mani bucate, Teresa, Era d’estate, Girotondo intorno al mondo, Dove credi di andare, Il treno che viene dal sud, Perché non dormi fratello, Canzone per te (vincitrice a Sanremo nel ’68), Lontano dagli occhi, L’arca di Noè; poi nei ’70 anche fortunatissime filastrocche per bambini (tratte da fiabe di Gianni Rodari), come Ci vuole un fiore.

Fabrizio De Andrè (Genova, 1940-1999) è stato autorevolmente definito, dalla storica della letteratura Fernanda Pivano, il più grande poeta italiano degli ultimi 40 anni del ‘900: un poeta, dunque, prima ancora che un cantautore, un chansonnier che ha messo in musica vere poesie, spesso nell’antica forma di “ballate”, straordinariamente cantabili, quasi sempre incentrate su figure di antieroi, vinti, disadattati, emarginati, ribelli, prostitute, sulla base della sua ideologia anarchico-libertaria. Così erano le sue canzoni degli anni ’60, rimaste quasi ignote al grande pubblico, finché l’interpretazione di Mina della sua La canzone di Marinella gli diede improvvisa notorietà. Tra le più celebri, oltre a questa, vi furono: Nuvole barocche; E fu la notte; La ballata del Miché; La ballata dell’eroe; Carlo Martello; Il testamento; La guerra di Piero; Valzer per un amore; Per i tuoi larghi occhi; Fila la lana; La città vecchia; La canzone dell’amore perduto; Geordie; la ballata dell’amore cieco; Amore che vieni amore che vai; Bocca di Rosa; Via del Campo; La guerra di Piero; Leggenda di Natale; Inverno; Il pescatore; La stagione del tuo amore. Con i primi due album, del ’66 e del ‘67, trovò un pubblico appassionato, anche se non di massa, e così anche coi successivi: Tutti morimmo a stento (’68), La buona novella (’70), Non al denaro né all’amore né al cielo (’71); Storia di un impiegato del ’73 (sul Sessantotto); Canzoni, del ’74, Volume VIII del ’75, Rimini del ’78. In seguito, De Andrè si cimentò  nella ricerca sulle forme musicali e linguistiche delle culture mediterranee, nelle sue raccolte degli anni ’80 e ’90 quando utilizzò le lingue locali genovese, napoletana, gallurese (negli album Creuza de ma del 1983, Nuvole dell’’89, e l’ultimo capolavoro: Le anime salve del ’96, due anni prima della morte). Fu il personaggio più schivo della musica italiana: non andava in televisione né ai festival canori, rilasciava pochissime interviste, e per la sua timidezza rifiutò anche di fare concerti, fino all’esperienza del 1978 con il gruppo PFM.

Esempi riportati

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– Luigi Tenco

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– Sergio Endrigo

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– Fabrizio De Andrè

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3.6) I cantautori milanesi e la canzone sociale e politica, prima e dopo il Sessantotto; Guccini

Dalla fine degli anni cinquanta Milano, fulcro del boom economico, si impose anche come capitale discografica e musicale. Tra le nuove case discografiche, la Ricordi si propose come coraggiosa talent scuot, dando spazio ai cantautori genovesi, all’epoca ben lontani dai gusti del grande pubblico. In quell’ambiente emersero anche due cantautori milanesi molto particolari, Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci, che esordirono in coppia come roker sotto il marchio dei Due Corsari (Una fetta di limone), accompagnarono per un breve periodo Celentano, poi proseguirono in direzioni diverse. Gaber (Milano 1939-2003) ebbe diverse evoluzioni: dagli esordi come chitarrista jazz e urlatore roch’n’roll (il primo totalmente italiano), ad autore di ballate su figure marginali (Il Riccardo, La ballata del Cerruti, e altre), alla canzone di più facile consumo (Mai mai Valentina, E allora dai, Goganga), fino alla svolta dalla fine degli anni ‘60, quando prese il sopravvento la dimensione teatrale della sua musica (per la verità presente già dagli esordi, all’interno del vivacissimo ambiente del cabaret milanese, con Giorgio Strehler, Dario Fo, Maria Monti, i Gufi, Cochi e Renato), in una personalissima forma di teatro-canzone in cui alternava monologhi e canzoni di forte valenza sociale, politica, esistenziale. Alla figura de il Signor G, lanciata nel 1969, seguirono negli anni ’70 recital memorabili come: Dialogo di un impiegato e un non so, Far finta di essere sani, Anche per oggi non si vola, Libertà obbligatoria, Polli d’allevamento. Alcune canzoni di quei recital divennero popolarissime tra il pubblico più politicizzato: La libertà, Si può, I borghesi, Shampoo, La nave. Gaber proseguì poi con la stessa formula del recital anche negli anni ’80, con temi più individuali, poi nei ’90, quando tornò a temi politici ma con toni disillusi e critici anche verso la sinistra (Qualcuno era comunista, 1992).

Enzo Iannacci, cresciuto alla scuola del teatro politico di Dario Fo, e spesso in collaborazione con lui, costruì canzoni tematicamente incentrate su disadattati ed emarginati, uniche per il peculiare intreccio tra parola, musica e la mimica stralunata con cui le interpretava, passando dal registro drammatico o patetico a quello surreale o comico, sempre trasgressivo e irriverente, nella forma della ballata folk: da Veronica, L’Amando, Faceva il palo, Ho visto un re, alla fortunatissima Vengo anch’io, no tu no, e tante altre nei decenni successivi, come Quelli che, le due canzoni di Paolo Conte Bartali e Sudamerica, e Ci vuole orecchio. Un altro cantautore milanese dello stesso ambiente, Ricky Gianco, fu soprattutto autore di canzoni talora da lui stesso interpretate (ad es. Il vento dell’est, Occhi pieni di vento), ma più spesso cantate da altri (per primo Celentano), come Pietre (grande successo di Antoine a Sanremo nel ’67) o Pugni chiusi dei Ribelli.

Esempi riportati


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– Giorgio Gaber
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– Enzo Jannacci
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Gaber e Jannacci si erano formati nell’ambiente del teatro politico di Strehler e di Dario Fo, ma ci furono altre esperienze di musica alternativa politicamente impegnata, come il gruppo torinese di Cantacronache. Al suo interno, Fausto Amodei compose nel 1960 la più bella canzone politica del dopoguerra: Per i morti di Reggio Emilia, che celebrava la manifestazione popolare repressa nel sangue dalla polizia il 7 luglio (un evento che contribuì alle dimissioni del governo Tambroni e alla nascita dei governi di centro-sinistra). Cantacronache si fuse poi con un gruppo milanese di ricerca sul canto e le tradizioni popolari, e ne nacque “Il nuovo canzoniere italiano”, che promosse alcuni folk festival alla metà dei ’60, ed ebbe come esponenti (oltre alla reggiana Giovanna Daffini, ex mondina e partigiana) Giovanna Marini, Ivan della Mea e Paolo Pietrangeli: quest’ultimo compose la più celebre canzone della contestazione studentesca, Contessa, scritta nel ’66 in occasione della prima occupazione studentesca dell’università di Roma, che divenne la canzone del Sessantotto.
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– Fausto Amodei
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– Paolo Pietrangeli
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– New Trolls
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– Francesco Guccini
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– I Nomadi
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Censurato da Sanremo, il clima del Sessantotto emerse a livello di musica commerciale in pochi casi, tra i quali due canzoni del gruppo dei New Trolls: Signore io sono Irish, e Una miniera. Ma i temi politici o comunque “impegnati” divennero familiari al grande pubblico soprattutto attraverso Guccini, e poi nella seconda generazione dei cantautori (dei ’70, vedi dopo).

Francesco Guccini (Modena, 1940) sta tra la prima e la seconda generazione dei cantautori. Come De Andrè, è un poeta prima che autore (già dai primi anni ’60) e cantautore (dalla fine dei ’60, fino al presente): le sue sono poesie o racconti in musica, cantate con la sua inconfondibile voce baritonale; i testi (che alternano i registri alto-colto e quello popolare-comico, e intrecciano questioni sociali e private) nascono prima della melodia, che ha quasi sempre la struttura della ballata folk. Nei ’60 compose alcune delle sue canzoni più impegnate politicamente, rese inizialmente celebri dalle interpretazioni di due gruppi con i quali collaborò a lungo, quello modenese dell’Equipe 84 (di cui fece parte egli stesso, all’inizio) e quello reggiano dei Nomadi: L’antisociale, Auschwitz, Noi non ci saremo, Dio è morto. Poi, nel ’72, creò la canzone-simbolo dell’impegno politico del “lungo Sessantotto”: La locomotiva. Nel suo caso, però, l’impegno politico non si spense con il “riflusso nel privato” degli anni ’80: ne sono esempio canzoni come Piazza Alimonda (del 2004, dedicata ai fatti del G8 del 2001, o Su in collina, del tour 2008-11, dedicata ai partigiani). Al primo album, Folk-beat n.1 (’67), e al primo concerto (1969), seguirono nel ’70 le raccolte Due anni dopo e L’isola non trovata, poi nel corso degli anni ’70 RadiciOpera buffa, Stanze di vita quotidiana, Via Paolo Fabbri 43, Amerigo, Album concerto (nel ’79, con i Nomadi); poi un album ogni due o tre anni, fino al 2010: quasi cinquant’anni di musica! E tra i singoli più celebri, oltre a quelli sopra citati: Vedi cara, Piccola città, Un altro giorno è andato, La collina, Piccola storia ignobile, Il pensionato, Canzone per un’amica, Canzone per Piero, Autogrill. –

Tra i gruppi coi quali collaborò inizialmente Guccini, l’Equipe 84 ebbe una fortuna effimera nei secondi ’60. All’opposto, i Nomadi (fondati da Beppe Carletti e Augusto Daolio di Novellara nei primi anni ’60) divennero il gruppo più attivo e longevo della canzone italiana, a partire dal loro primo successo, nel ’66: Come potete giudicar, seguito da molti album e singoli (tra gli altri: Noi non ci saremo, Auschwitz, Dio è morto, Per fare un uomo, Mille e una sera, Io vagabondo, Crescerai, Tutto a posto), e soprattutto da una serie interminabile e fittissima di concerti e tour in Italia e nel mondo, spesso organizzati per cause umanitarie e di solidarietà sociale e politica, che continuano tuttora: una media di 130 concerti l’anno, fino a oggi, e addirittura 220 in un anno degli ’80: davvero… Nomadi di nome e di fatto! E questo, nonostante le vicissitudini del gruppo, colpito nel 1992 dalla morte di Augusto Daolio, la prima, inconfondibile voce solista.
Esempi riportati

Per i morti di Reggio Emilia

 

Contessa

 

Una miniera

 

Auschwitz

 

Vedi cara

 

Un altro giorno è andato

 

La locomotiva

 

Dio è morto

 

Io vagabondo

 

Pour citer cette ressource :

Cesare Grazioli, "L'Italia in musica - Terza parte: Dal dopoguerra agli anni Settanta (1945-1969)", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), septembre 2012. Consulté le 13/11/2018. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/arts/musique/l-italia-in-musica-terza-parte-dal-dopoguerra-agli-anni-settanta-1945-1969-