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L'Italia in musica - Terza parte: Il dopoguerra musicale

Par Cesare Grazioli : historien - Istituto storico per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Reggio Emilia, Laboratorio nazionale di didattica della storia
Publié par Damien Prévost le 21/09/2012
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Cesare Grazioli, storico e docente nei licei italiani

 

Terza Parte:  Dal dopoguerra agli anni Settanta

 

 

 

Un lungo dopoguerra, anche musicale: la restaurazione della canzone melodica


Indice

 

 

 

Nell’immediato dopoguerra, la canzone italiana sembrò travolta dall’invasione della musica e dei balli americani, portati dalle truppe d’occupazione: lo swing, il jazz e il nuovissimo boogie woogie.
Ma durò poco, e la rinascita della canzone italiana avvenne su due direttrici.
Da una parte tornò in auge la canzone regionale: per quella napoletana, sempre in primo piano, nel ’44 uscirono il capolavoro Tammuriata nera (composta dall’intramontabile A.E. Mario), e la famosissima Simmo ‘e Napule paisà; e nel ’45 Dove sta Zazà e Munasterio ‘e Santa Chiara; a Roma, l’astro nascente della canzone melodica, il trasteverino Claudio Villa, lanciò nel ’48 Vecchia Roma; in Romagna Raimondo Casadei, dopo avere composto migliaia di balli lisci, produsse nel 1954 la canzone-simbolo di quel genere: Romagna mia. Dall’altra parte, si riaffermò la tradizionale canzone melodica, “all’italiana”, nella sua intonazione nostalgico-sentimentale e in quella dell’allegria, sia col rilancio di canzoni d’anteguerra (divenute quasi introvabile, per la penuria della lacca dei dischi durante la guerra), sia con nuove canzoni: nel ’47 Eulalia Torricelli e Cantando con le lacrime agli occhi (di Mascheroni); e nel ’48 Amore baciami, Addormentarmi così (Mascheroni-Biri), I pompieri di Viggiù; nel ’49 Nella vecchia fattoria, il primo successo del quartetto Cetra, una delle formazioni italiane più longeve.

Esempi riportati

 

Tammuriata nera (v.dopo, n.160)
 
Simmo ‘e Napule, paisà
 
Romagna mia
 
Alla Casadei, polka
 
Nella vecchia fattoria
 


 

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– A.E. Mario
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– – Claudio Villa
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– – –   Vittorio
– – Mascheroni


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– Quartetto Cetra213586-625194-sf04000000-11293840-medium_1348220836970.jpg
– –   Nilla Pizzi
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– – Carla Boni
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– Giorgio Consolini
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– – Nunzio Filogamo
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– – Il duo Fasano

Gli amanti di novità dovevano rivolgersi all’estero: i più raffinati, alla canzone francese, divenuta di moda nel ’47 con nomi come Ives Montand, Juliette Greco, Edith Piaf (col suo successo mondiale di quell’anno: La vie en rose); il pubblico più largo, ai ritmi latino-americani come la rumba, la samba, il bajon, e a canzoni come Brasil, Amor amor amor, Besame mucho, e Amado mio (famosa per la sensualissima interpretazione di Rita Hayworth nel film Gilda del 1947).
Ma l’atmosfera dominante in Italia era molto diversa. Tutto il decennio che iniziò nel 1948 (l’anno della Costituzione repubblicana, ma soprattutto della schiacciante vittoria della Democrazia cristiana contro le sinistre, che inaugurò il decennio del centrismo, nel clima della guerra fredda) vide il trionfo della restaurazione musicale, all’insegna della canzone melodica d’amore, quasi sempre strappalacrime, e in gran parte ispirata a valori tradizionali come la patria, le tradizioni, la mamma (non dissimili dalla triade Dio-patria-famiglia esaltata nel ventennio fascista). Vennero alla ribalta nuovi interpreti come Nilla Pizzi, Claudio Villa e Luciano Tajoli, ma anche Carla Boni, il duo Fasano, Gino Latilla, Giorgio Consolini, Teddy Reno, Achille Togliani. Luogo di consacrazione di quei protagonisti e di quelle canzoni fu il Festival di Sanremo, nato nel 1951, sottotono (con soli tre cantanti a proporre le 20 canzoni in gara, affidate all’orchestra del maestro Angelini, e presentate dal “mitico” Nunzio Filogamo), e vinto da Nilla Pizzi con Grazie dei fiori. Però, grazie al fatto di essere trasmesso dalla radio, e poi dalla Tv, il Festival di Sanremo divenne di lì a poco la più importante vetrina (senza equivalenti di pari importanza in altri paesi) della canzone italiana nella sua versione “nazional-popolare”, per anni intrisa di retorica e di “buoni sentimenti”: tipiche le canzoni vincitrici nel 1953, Vola colomba (espressamente legata alle tormentate vicende politiche della città di Trieste), di Cherubini, cantata da Nilla Pizzi; e del ’54, Tutte le mamme, cantata da Consolini; o Campanaro e Vecchio scarpone del ‘53. Anche quelle del filone allegro e spensierato, come Papaveri e papere (1952) o Casetta in Canadà (1957, entrambe di Mascheroni e Panzeri), non erano “neutre”, ma invitavano esplicitamente ad accettare le inferiorità sociali e di genere (per la donna), e a sopportare pazientemente i soprusi.
Esempi riportati

Papaveri e papere
 
Vola Colomba
 
Vecchio scarpone
 
Tutte le mamme
 
Il pericolo numero uno
 
Piccolissima serenata
 


In quegli anni, voci innovative si ebbero solo in due settori. Uno fu la canzone napoletana, che si rilanciò in forma di canzone da night, con il grandissimo Roberto Murolo e con il sestetto di Renato Carosone, che nel ’55 inaugurò La Bussola in Versilia, e si costruì uno stile originalissimo, basato sull’innesto di codici musicali americani sulla tradizione partenopea, e sulla spettacolarizzazione delle performances, in canzoni come Tu vuo’ fa’ l’americano (1957), Torero, ‘O sarracino, che ebbero fama mondiale. Altri grandi interpreti della canzone napoletana di quegli anni furono Sergio Bruni, Aurelio Fierro, Fausto Ciliano.
Esempio riportato

Tu vuo’ fa’ l’americano
 


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–   Roberto Murolorenato-rascel_1349439096152.jpg
– Renato Rascel
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– Fred Buscaglione

L’altro settore innovativo fu la commedia musicale, con due grandi soggettisti come Garinei e Giovannini, musicisti come Gorni Kramer e Armando Trovajoli, e cantanti-attori di spessore: il quartetto Cetra, Delia Scala, Renato Rascel, Johnny Dorelli. Rascel in particolare lanciò canzoni di grandissimo successo, come, nel ’55, Arrivederci Roma. Un altro innovatore fu Fred Buscaglione, dal ’56 e al ’60 (quando perì tragicamente), con il suo personalissimo look da “duro” alla Clark Gable e con canzoni da “bulli e pupe” come Che bambola, Teresa non sparare ed Eri piccola così. Buscaglione, così come Carosone, si inserì nel genere della canzone da night, confidenziale, soft, di intrattenimento e al contempo ballabile, spesso sui ritmi jazz e del primo rock americano. Altri protagonisti di quel genere furono: Bruno Martino (Estate, E la chiamano estate); Nicola Arigliano (Amorevole, Carina, I sing ammore), Marino Barreto junior (La più bella del mondo, Arrivederci, Come prima), e qualche anno dopo Fred Buongusto (Una rotonda sul mare). Le canzoni da night contribuirono a traghettare l’Italia canora degli anni ’50 dal… mondo delle vallate alpine e dei campanari a quello del jazz e dello spettacolo moderno.
Esempio riportato

Arrivederci Roma
 


Benché all’insegna della restaurazione, la musica degli anni ’50 fu attraversata da vere e proprie rivoluzioni tecnologiche. Nel 1953 era sbarcata in Italia l’americana Rca, colosso multinazionale della discografia, che introdusse una filosofia del marketing ancora ignota alle nostre case discografiche. Nel 1954 nacque la televisione, e dal ’57 uno dei suoi programmi più popolari (oltre a Carosello, che trattiamo altrove…) fu una gara di riconoscimento di canzoni, “Il musichiere” (sul modello dell’americana “Name this tune”, e nella scia di un’altra popolarissima trasmissione a quiz, “Lascia o raddoppia”, condotta da Mike Bongiorno): lo presentava Mario Riva, con una sigla di Gorni Kramer, Domenica è sempre domenica, che tutti gli italiani canticchiarono. Al Canzoniere, cessato per la scomparsa di Riva nel 1960, seguirono altre popolarissime trasmissioni musicali: “Canzonissima”, dal 1957 al 1975 (come vedremo in seguito), e “Studio Uno” nei primi anni ’60.

Inoltre nel 1955 era sbarcato in Italia, direttamente da Chicago, il juke-box. Collegato ad esso, un’altra rivoluzione, il disco 45 giri in vinile, nato negli Usa nel ’49, arrivò poco dopo in Italia e a metà dei ’50 sorpassò il vecchio 78 giri, per poi soppiantarlo del tutto; e con esso il 33 giri (il 45 giri era il disco piccolo, singolo, il 33 giri era quello grande, con una decina di canzoni).
Esempi riportati

sigla del Musichiere: Domenica è sempre domenica 
 
sigla di Studio Uno: Dadaumpa
 

 

 


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– Mike Bongiorno

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– Le Gemelle Kessler

 

 

 

Nel 1958, all’inizio del boom, Modugno fa "Volare i sogni degli italiani"; poi, gli “urlatori”


Indice

 

Il 1958 fu per l’Italia il primo anno del “boom economico” (1958-1963, quando l’economia crebbe ogni anno del 6%), in un trentennio (dai ’50 ai ’70) eccezionale per lo sviluppo economico e le trasformazioni socio-culturali. Quell’anno un giovane cantautore pugliese, Domenico Modugno, si presentò al Festival di Sanremo con una canzone composta assieme al paroliere Franco Migliacci, Nel blu dipinto di blu, divenuta famosa come Volare: fu un trionfo. Anche se la lingua era ancora tradizionale, cioè lontana dal parlato corrente, c’era molto di nuovo: la voce particolarissima di Modugno, la sua gestualità (le braccia spalancate) così diversa dalla norma, la musica ritmata, con echi del rhythm and blues, le parole liberatorie, eccitanti (con trasparenti significati sessuali, ma di una sessualità naturale, libera, gioiosa) costituirono una miscela esplosiva. Anche nella musica, era di colpo finito il lungo dopoguerra! Modugno non solo fece… volare i sogni degli italiani, ma conquistò il mondo: negli Stati Uniti Volare rimase in testa alle classifiche di vendite per 13 settimane, fu interpretata dai maggiori cantanti (come Frank Sinatra e Dean Martin) e nel mondo vendette 22 milioni di dischi, seconda solo a Bianco Natale di Bing Crosby (fino ad allora).


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– Domenico Modugno

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– Rocco Granata

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– Tony Dallara

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– Adriano Celentano

 

Non certo paragonabile a Volare per qualità, ma per l’incredibile popolarità riscossa anche a livello internazionale (tradotta in diverse lingue) fu Marina, lanciata nel 1959 da Rocco Granata, un calabrese emigrato in Belgio, dove suo padre lavorava in miniera. Al suono della fisarmonica Marina, pur sgrammaticata, divenne una evergreen nelle balere e nei juke-boxe sulle spiagge.

 

Sulla scia di Volare, emerse la nuova generazione dei cosiddetti cantanti “urlatori”, che importarono dall’America – molto timidamente, va detto – la rivoluzione musicale del rock ’n roll, la prima corrente musicale specificamente giovanile, con una forte carica di rottura, se non ancora di contestazione, verso il mondo degli adulti; e anche la prima che in America ruppe le rigide divisioni tra i tre generi musicali là presenti, con ascoltatori e canali di distribuzione del tutto separati: la musica commerciale, popolare (pop), per la borghesia urbana; la country music, amata dalle masse contadine del Sud e dell’Ovest; e il rhytm and blues, la musica urbana della popolazione di colore. Il rock si impose subito tra i giovani ascoltatori di tutti questi tre generi, anche perché nasceva dalla loro fusione, a partire dal blues. Inoltre unì i giovani su scala globale: Rock around the Clock, cantata da Bill Haley nei titoli di coda del film del 1955 Il seme della violenza, fece il giro del mondo in pochi giorni, un caso senza precedenti. Quello stesso anno Chuck Berry (forse l’inventore del rock) lanciò Johnny B.Goode, ed esplose la fama di Elvis Presley, che per vent’anni fu poi the King, il re del Rock. Bill Haley non cantava le canzoni, le gridava, cosa funzionale alla novità del juke-bok (pensato per luoghi chiassosi e dispersivi come i bar e le sale da gioco); Elvis Presley, il cantante più idolatrato di sempre, si esprimeva con tutto il corpo, oltre che con una voce sensuale e gutturale capace di incredibili cambiamenti di toni e di ritmi.
Il primo degli “urlatori” nostrani fu Tony Dallara, con Come prima nel ’58, dalla voce gridata e singhiozzante. Altri furono Joe Sentieri, Betty Curtis, Little Tony (che imitava Elvis anche nel ciuffo e nel look), Peppino di Capri, e soprattutto due giovani, Mina e Adriano Celentano, che avrebbero poi avuto carriere prestigiose e lunghissime (fino ai nostri giorni), in direzioni molto diverse.
Esempi riportati

Volare
 
Marina
 
Rock around the clock
 
Jailhouse rock
 
Johnny B.Goode
 

Adriano Celentano, il “molleggiato” (1940, milanese figlio di immigrati foggiani) esordì nel 1959 con Il tuo bacio è come un rock, e nel ‘61 cantò a Sanremo Ventiquattromila baci: una bomba, per il testo, per la voce rabbiosa con cui la cantò, per il modo scandaloso di muoversi (nel sacro “tempio” della musica, poi!), addirittura voltando le spalle al pubblico. Costituì il Clan, una “corte” di cui fecero parte molti cantanti poi resisi indipendenti, come Don Backy e Ricky Gianco, e continuò a raccogliere successi, talora assai discussi, alternando canzoni leggere ad altre di tipo “predicatorio” su temi che spaziavano dall’ecologia alla religione (e anche alla polemica contro gli scioperi, al tempo delle lotte operaie del ’68, che lo rese inviso ai giovani di sinistra negli anni ’70). Tra i maggiori successi, negli anni ’60: Stai lontana da me; Pregherò; Grazie, prego, scusi; Il problema più importante; Il ragazzo della via Gluck (che nel ’66 a Sanremo non si qualificò, ma ebbe poi un enorme successo di vendite); Mondo in mi; La coppia più bella del mondo; Azzurro; Una carezza in un pugno; e nei ’70: Chi non lavora non fa l’amore (che, vincitrice a Sanremo nel ’70, venne considerata l’elogio del crumiraggio); Viola; Un albero di trenta piani (contro il “Pirellone” di Milano, si disse); Svalutation; Soli (del ’79), dopo di che conobbe una eclissi negli anni ’80 e ’90, fino alla nuova popolarità televisiva alle soglie del Duemila, dopo il fortunatissimo album Io non so parlar d’amore del 1999 (composto da Mogol e Gianni Bella).
Esempi riportati

24000 baci
 
Stai lontana da me
 
Il ragazzo della via Gluck
 
Azzurro
 

 

Mina (Mazzini, 1940, cremonese) iniziò a cantare per gioco nel famoso locale notturno La Bussola in Versilia, ove la famiglia passava le vacanze, ed esordì al festival rock di Milano nel ’58 con Nessuno, che poi presentò a ‘Lascia o raddoppia’ e al Musichiere: fu un successo immediato, che proseguì ininterrottamente fino ad oggi, con un numero impressionante di canzoni. Mina accettò una sola volta di partecipare a Sanremo, ma in TV condusse popolari trasmissioni come Studio Uno e poi Canzonissima, fino al clamoroso ritiro dalle apparizioni pubbliche alla fine degli anni ’70. Dotata di un’eccezionale estensione e versatilità vocale, unica nel suo modo di accelerare il ritmo delle canzoni melodiche, fu definita da Armstrong “la cantante bianca più grande del mondo”, e nessun’altra cantante europea è mai stata così apprezzata a livello internazionale. Tra i maggiori successi, come singoli: (negli anni ’60) Tintarella di luna, Il cielo in una stanza, Le mille bolle blu, Renato, Città vuota, È l’uomo per me, Una zebra a pois, E se domani, Brava, Un anno d’amore (del ’65: record di 16 settimane al primo posto nelle vendite); Se telefonando, Sono come tu mi vuoi, La banda, La canzone di Marinella (scritta da un ancora sconosciuto Fabrizio De Andrè), Vorrei che fosse amore, Non credere; (e negli anni ’70) Grande grande grande, E poi, Insieme, Amor mio, Parole parole, Non gioco più, Morirò per te, e molte altre.

Dietro l’inarrivabile Mina, emersero due “regine” della canzone, Milva e Ornella Vanoni, entrambe operanti su un “doppio binario”: uno più leggero, l’altro più colto e impegnato politicamente.
Milva (di Goro di Ferrara, 1939), detta “la rossa” sia per il colore dei capelli che per la sua fede politica, produsse più di un album all’anno dal ’61 al 2000, e altri fino al presente, e un numero impressionante di singoli. Iniziò alternando canzoni leggere di impianto melodico tradizionale, spesso presentate a Sanremo (tra le tante, nei ‘60: Uno a te uno a me e Milord, del ’60; Tango italiano, Quattro vestiti, Nessuno di voi, Little man, Canzone), ad altre su un registro più impegnato, prima reinterpretando gli anni ’20-’30 (l’album Le canzoni del tabarin, 1963) e la canzone politica (Canti della libertà, 1965, tra cui la sua versione di Bella ciao, e de La filanda, e dieci anni dopo l’altro album Libertà); poi interpretò il teatro politico di Bertold Brecht in recital teatrali, tradotti in quattro album Milva canta Brecht. Proseguì con album di grande spessore, che le valsero altissimi riconoscimenti ufficiali anche in Francia e in Germania, ove era popolarissima.
Ornella Vanoni (Milano, 1934), cantante e cantautrice, esordì nell’ambiente milanese del regista Giorgio Strehler e dell’attore Dario Fo, come attrice e cantante di canzoni dialettali di ispirazione sociale: Le canzoni della mala (ad es: Ma mi); poi nei primi anni ’60 l’incontro, anche sentimentale, con Gino Paoli le diede l’opportunità di interpretare alcune sue famose canzoni (Senza fine, Che cosa c’è, Mi sono innamorata di te, e altre), e poi di nuovo negli ’80 di condurre in coppia col lui fortunate tournée; nel frattempo, partecipò a Sanremo dalla metà dei ’60 con canzoni più “facili” ma di grande successo (Abbracciami forte, Senza fine, Io ti darò di più, La musica è finita, Una ragione di più, composta da lei stessa, L’eternità, L’appuntamento, Domani è un altro giorno). Dai ’70 ai nostri giorni il suo repertorio si è ampliato spaziando dal jazz alla musica brasiliana, la Bossanova, alla reinterpretazione di successi italiani e internazionali; ha cantato in coppia con moltissimi famosi cantanti italiani e stranieri, come i brasiliani Vinicius de Moraes e Toquinho, e utilizzato la formula del teatro-canzone (alla Gaber, vedi dopo), fino all’album Scheherazade del ’95, in gran parte da lei stessa composto. Dal 1961 al 2010 ha prodotto in media un album all’anno, oltre a moltissimi singoli.
Esempi riportati

Il cielo in una stanza
 
Un anno d’amore
 
Insieme
 
Parole parole
 
Little man
 
La filanda
 
Ma mi
 
Senza fine
 
Domani è un altro giorno
 


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– – – Mina

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– – – Milva

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–   Ornella Vanoni

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Pour citer cette ressource :

Cesare Grazioli, "L'Italia in musica - Terza parte: Il dopoguerra musicale", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), septembre 2012. Consulté le 23/06/2018. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/arts/musique/l-italia-in-musica-terza-parte-br-il-dopoguerra-musicale