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L'Italia in musica - Seconda Parte: Tra le due guerre mondiali (1918-1945)

Par Cesare Grazioli : historien - Istituto storico per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Reggio Emilia, Laboratorio nazionale di didattica della storia
Publié par Damien Prévost le 11/07/2012
Seconda parte dell'articolo "L'Italia in musica".

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2.1) Tra canzone melodica, “all’italiana”, e ritmi americani

gill-armando_1342015240938.jpgSecondo altri storici della musica, le prime vere canzoni italiane, tutte del 1918, furono Come le rose, Cara piccina e Come pioveva, quest’ultima del primo cantautore della storia, Armando Gill (brillante “fine dicitore”, che lanciò anche arie facili come: Chi con le donne vuole avere fortuna). Erano infatti tre canzoni scritte in un italiano (un po’) meno arcaico e letterario, e, musicalmente, costruite con frasi melodiche più brevi, adattate al ballo

 

 

Armando Gill

Esempio riportato:

Come pioveva

annex-baker-josephine-08_1342019859463.jpgIl primo dopoguerra fu segnato da grandi novità: la diffusione delle case discografiche e, soprattutto, l’irruzione dei balli d’Oltreoceano, cioè il tango argentino, la rumba dai Tropici, e dagli Stati Uniti il fox trot e soprattutto il charleston: in origine era il ballo degli scaricatori del porto di Charleston,  che esplose nell’America dei primi “ruggenti anni ‘20”, fu esportato nel 1925 a Parigi da Josephine Baker, la “venere nera” delle Folies Bergères, e venne lanciato in Italia con la canzone Lola (“cover” dell’originale Yes Sir…). Il charleston infranse tutte le regole della danza, e poiché per ballarlo bisognava avere le gambe libere (come il  Black bottom che lo seguì), rivoluzionò anche la moda femminile: emancipò le donne dalla prigione del busto, accorciò le gonne e i capelli, tagliati corti “alla maschietto” come la Baker. Dall’America degli anni ’20 arrivarono non solo nuovi balli, ma soprattutto una nuova musica, il jazz: una musica ritmica, sincopata, a cinque note, che dai locali neri di New Orleans invase tutto l’Occidente.

Josephine Baker
Esempi riportati:

Il Charleston
Yes Sir that’s my baby
Lola

petrolini_1342093562366.jpgLe canzoni italiane del primo dopoguerra, come Vipera (scritta nel 1919 da E.A. Mario, lo stesso autore della Canzone del Piave), Scettico blues (1920) e Addio Tabarin (1922), erano rivolte alla borghesia che affollava i “tabarin”, i locali del teatro di varietà. Vipera, così come la più famosa Creola, esprimevano l’amore masochistico per una donna perfida e dominatrice. Il peggio di quella immagine deteriore della donna, ricorrente in molte canzoni del periodo, fu raggiunto nella famosissima Balocchi e profumi (1929), sempre di E.Mario. L’atmosfera del tabarin divenne presto oggetto di satira nei personaggi del grande attore Ettore Petrolini: Giggi er bullo e Gastone.

 

Ettore Petrolini

Esempi riportati:

Creola
Tango delle capinere
Balocchi e profumi
Gastone

Tra 1358_1342098069894.jpggli anni ‘20 e ‘30 si manifestò una nuova vitalità delle canzoni regionali, in italiano o in dialetto, soprattutto (ma non solo) a Roma e a Milano. A Roma, tra le tante: Nannì (1926) e Tanto pe’ cantà, interpretate da Petrolini; Quanto sei bella Roma (di Bixio); Chitarra romana, Romanina, Come è bello fa’ l’amore quanno è sera (1939). A Milano, soprattutto ad opera di Giovanni D’Anzi: La Balilla (l’auto che la Fiat lanciò nel 1932), Porta romana e Madunina (1937). Ma c’erano anche celebri canzoni genovesi come Ma se ghe pensu (1925), e l’abruzzese Vola vola. Un grande chansonier di quegli anni, di fama internazionale (fu paragonato al francese Maurice Chevalier) fu Odoardo Spadaro, che rinverdì la tradizione canora fiorentina: Firenze sogna, La porti un bacione a Firenze, Il valzer della povera gente. In Romagna, nel 1928 si formò l’orchestra di Secondo Casadei, il più grande creatore di musica da “ballo liscio”. A Napoli nacque allora il genere della sceneggiata napoletana, e fu composta una canzone famosissima: ‘O paese d’o sole (1925). Però la canzone napoletana perse il primato detenuto fino alla Grande Guerra, per i motivi che ora vedremo.

Odoardo Spadaro

Esempi riportati:

Tanto pe’ cantà
Chitarra romana
Com’è bello fa’ l’amore quanno è sera
Madunina
Vola vola
La porti un bacione a Firenze
Il valzer della povera gente
‘O paese d’o sole

Dal primo gennaio 1925 iniziò a trasmettere la radio, dapprima per poche ore al giorno, ma con un largo spazio alla musica. Gli abbonati (si pagava il canone per la radio) crebbero lentamente, rispetto ad altri paesi, dai 55.000 del 1927, quando l’ente statale radiofonico assunse il nome di Eiar, al milione e mezzo del 1940 (sui circa 10-12 milioni di famiglie dei 40 milioni di italiani), ma essa era molto ascoltata anche nei luoghi pubblici. Contestualmente, acquistarono un grande peso le case discografiche (Ricordi, Fonit-Cetra, La Voce del Padrone), per lo più concentrate a Milano.

Nel 1930 iniziò il cinema sonoro, in Italia con un film musicale: La canzone dell’amore, titolo sia del film che della canzone, questa ad opera di una coppia di autori (napoletani) che segnarono per decenni la canzone italiana: Bixio e Cherubini. All’interno del genere dei “telefoni bianchi” (erano così chiamate le commedie sofisticate, di ambientazione alto-borghese, sullo stile della grande commedia americana degli anni ’30) il filone del film musicale ebbe ampio spazio, con canzoni che divennero famosissime: Violino Tzigano (1934, di Bixio, nel film Melodramma);  Non ti scordare di me (1935, cantata nel film omonimo dal famoso tenore Beniamino Gigli);  Vivere! (1937, di Bixio, cantata da Carlo Buti nel film omonimo); La mia canzone al vento (1939); Mille lire al mese (1939, film omonimo), Voglio vivere così; Ma l’amore no, cantata, o meglio sussurrata, dalla grandissima attrice Alida Valli in un film del 1942, forse l’ultimo della serie dei “telefoni bianchi”. Ma la pietra miliare del genere, che riscosse un immenso successo, fu  Parlami d’amore Mariù (ancora di Bixio), del 1932, nel film Gli uomini che mascalzoni di Mario Camerini: la cantava un giovane cantante già noto, ma che divenne poi il personaggio forse più importante nella storia del cinema italiano, nel duplice ruolo di attore e regista: Vittorio De Sica. Attraverso il cinema musicale i cantanti, che fino ad allora erano solo voci (nei dischi e alla radio), divennero anche volti noti. Molti di questi cantanti-attori provenivano dal genere del teatro di rivista, che in quegli anni soppiantò l’operetta, facendo ricorso da un lato agli sketch comici e alla satira di costume, dall’altro allo spogliarello: regine di quel genere furono Wanda Osiris e Isa Barzizza, protagonisti maschili il già citato De Sica, Macario, Totò, D’Apporto, Rascel.

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Cesare Andrea Bixio

Bixio Cherubini

Carlo Buti

Wanda Osiris

Renato Rascel

Esempi riportati

La canzone dell’amore

Parlami d’amore Mariù

Volino tzigano

Non ti scordar di me

Vivere!

La mia canzone al vento

Mille lire al mese

Nel 1930 nacquero anche le grandi orchestre, che suonavano o nelle più rinomate sale da ballo, soprattutto a Milano e a Torino,  o negli studi della radio (che aveva il suo centro di produzione a Torino, mentre gli studi cinematografici erano a Roma, ove nel 1937 nacque Cinecittà). Le orchestre più importanti furono quelle di tre direttori di grandissimo valore: Tito Petralia, Cinico Angelini e Pippo Barzizza. Negli anni ’30 si aprì l’era dello swing, ballo di provenienza americana, e riemerse l’influenza del jazz, sia pur contrastato dal regime fascista. Negli anni ’30 emerse così, per la prima volta, una contrapposizione tra la canzone italiana tradizionale, melodica, sentimentale, con temi spesso patetici e lacrimosi e ambientazioni intimistiche e piccolo-borghesi, influenzata dalla tradizione folcloristica, in particolare dalla canzone napoletana; e, dall’altra parte, la canzone innovativa, più ritmica, influenzata dallo swing e dal jazz. Dei grandi direttori d’orchestra sopra citati, Angelini fu il campione del primo filone, Barzizza del secondo. Fra gli interpreti della canzone melodica sentimentale, “all’italiana”, il più celebre fu Carlo Buti (che ebbe poi molti eredi nel secondo dopoguerra, da Claudio Villa fino ad Andrea Bocelli). Tra i primi a esibirsi alla radio, Buti fu il primo “divo” della canzone italiana, e incise ben 5000 dischi, con un repertorio imperniato sulla triade amore-patria-nostalgia. Canzoni celebri di questa tendenza furono: Tango della gelosia (Mascheroni, 1930), Lucciole vagabonde (Bixio, ‘30), Spazzacamino (’31); Bambina innamorata (’34), Non dimenticar le mie parole e Tornerai (’37), Un’ora sola ti vorrei (‘38), Mamma (Bixio 1940, cantata da B.Gigli).

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Tito Petralia

Pippo Barzizza

Cinico Angelini

Esempi riportati:

Tango della gelosia

Bambina innamorata

Tornerai

Mamma

Pioniere dello stile ritmico, swing fu il genovese Natalino Otto,  che nel 1937, con il musicista Gorni Kramer, presentò un repertorio all’americana, tra cui Polvere di stelle, Mamma voglio anch’io la fidanzata, Ho un sassolino nella scarpa. Un altro grande interprete fu Alberto Rabagliati, che nel ’26 aveva vinto un concorso indetto dalla Fox in America per sostituire lo scomparso Rodolfo Valentino, ma non ebbe  fortuna, per cui tornò in Italia, dove alla fine dei ’30 esplose lo “stile Rabagliati”, con Ba..baciami piccina, Quando canta Rabagliati, e varie altre. Però il principale protagonista dello swing italiano fu il Trio Lescano, composto da tre sorelle olandesi, ex acrobate, con Arriva Tazio, Ma le gambe, Signorina grandi firme (‘38); La gelosia non è più di moda, Maramao… perché sei morto (’39) e molte altre di enorme successo. 

Esempi riportati
[§ Fred Astaire ]

Lo swing in America

Mamma voglio anch’io la fidanzata

Ba...baciami piccina

Ma le gambe

La gelosia non è più di moda

Maramao…perché sei morto

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Natalino Otto Alberto Rabagliati Il trio Lescano

In entrambi i filoni vi erano anche canzoni molto leggere, talora di intonazione comica o surreale, giocate sul non-sense o su doppi sensi, come Adagio, Biagio (1930); Bombolo (’32); Quel motivetto che mi piace tanto (’34). Questo repertorio di canzoni di pura evasione, allegre e orecchiabili, spesso costruite per il ballo, proseguì e si accentuò nei primi anni di guerra (quasi per farla dimenticare), così come proseguirono le canzoni ispirate all’esaltazione della campagna, delle tradizioni rurali, della vita all’aria aperta, nel contesto di una polemica ricorrente in quegli anni fra campagna e città, tra “Strapaese” e “Stracittà”. Ad esempio:Tic-tì, tic-tà; Canta lo sciatore; Se vuoi godere la vita; Reginella campagnola; Evviva la torre di Pisa; È arrivato l’ambasciatore; Tulipan; C’è una chiesetta; Voglio vivere così; RosamundaIl tamburo della banda d’Affori.

Nell’insieme, il panorama della canzone italiana degli anni ’30 si presentava perciò assai ricco e articolato, per merito di grandi parolieri, compositori, direttori d’orchestra/ arrangiatori, alcuni dei quali sarebbero poi rimasti protagonisti fino agli anni ’60. 

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Ferruccio Tagliavini Enzo Aita Beniamino Gigli Fernando Crivel

Esempi riportati

Adagio, Biagio
Bombolo
Quel motivetto che mi piace tanto
Tic-tì, tic-tà
Canta lo sciatore
Se vuoi godere la vita
Reginella campagnola
Evviva la torre di Pisa
È arrivato l’ambasciatore
Tulipan
C’è una chiesetta
Voglio vivere così
Rosamunda
Il tamburo della banda d’Affori

2.2) L'influenza del fascismo, le canzoni politiche

È superfluo ricordare che i decenni qui ripercorsi furono quelli della dittatura fascista. Prima ancora della presa del potere, negli anni dello squadrismo (1920-1922), il movimento fascista fece ampio ricorso alle canzoni, in continuità con la tradizione dei canti di guerra. Il suo inno più famoso,  Giovinezza, era nato in realtà come canzone goliardica (cioè degli studenti universitari) ai primi del secolo; poi divenne l’inno degli “Arditi” nelle trincee della Grande Guerra, e fu adottato dalle squadre fasciste. Ebbe infine una riscrittura ufficiale, da parte di Salvator Gotta, con un testo un po’ meno… bellicoso, che lo rese l’inno ufficiale del Pnf (versione ufficiale): la radio, che il fascismo seppe sfruttare abilmente a fini propagandistici, lo trasmetteva ogni giorno. Ogni settore del regime aveva almeno un suo canto o inno: nel 1923 Giuseppe Blanc (che era stato autore della versione goliardica di Giovinezza) compose Balilla! per l’organizzazione dei fanciulli, come poi ci fu quello delle donne fasciste. Seguirono molte altre canzoni dichiaratamente di regime, soprattutto dal 1935 (l’anno della guerra d’Etiopia), che spaziarono su tutti i toni e i registri, sia nei testi che nelle musiche: da quello solenne e aulico, a quello elegiaco, quasi patetico di Sole che sorgi, a quello della canzonetta, e perfino al registro comico-satirico da teatro d’avanspettacolo (O morettina). Esemplare è il caso della canzone più celebre (dopo Giovinezza): Faccetta nera, che divenne popolarissima per l’interpretazione in romanesco di Carlo Buti, ed era canticchiata come tante altre canzoni non politiche. Ma oltre che nelle canzoni dichiaratamente politiche – o in quelle che lo erano indirettamente, come Ma cos’è questa crisi e altre simili – l’influenza del fascismo si esercitò nell’incoraggiare la tradizione nazional-popolare della “canzone all’italiana”, impregnata di valori tradizionali e piccolo-borghesi come la casa, la famiglia (esemplari i testi di Mille lire al mese (vedi prima) o di C’è una casetta piccina: “Sposi, oggi si avvera il sogno e siamo sposi”), la virtuosa vita di campagna, la mamma, secondo un mammismo tipicamente italiano che trovò ampia espressione in tutta la storia della nostra canzone: vedi il caso di Mamma (vedi prima), del 1940, affidata a Beniamino Gigli, che è tuttora una delle tre canzoni italiane più famose nel mondo (per curiosità: le altre due sono: ‘O sole mio, e Volare di Modugno). Il fascismo cercò anche di ostacolare e limitare il più possibile l’influenza di stili e correnti musicali di altri paesi, in particolare del jazz americano  (lo stesso faceva anche in letteratura). Ben prima della “autarchia” del 1935, già a metà degli anni ’20 il fascismo impose la traduzione dei testi delle canzoni straniere, e anche dei nomi dei cantanti: fino al grottesco di presentare il grande Louis Armstrong, alla sua prima tournée in Italia nel ’35, come Luigi Braccioforte.

Esempi riportati:

Giovinezza (vers. Arditi)
Giovinezza (vers. ufficiale)
Ma cos’è questa crisi
Faccetta nera
Ti saluto vado in Abissinia
La canzone del volontario
O morettina
All’armi
Vincere!

Dopo vent’anni di censura assoluta di ogni forma di opposizione, durante la Resistenza (1943-1945) rinacque una canzone politica di segno antifascista, legata all’esperienza della guerra partigiana, i cui esempi più famosi furono Fischia il vento e Bella ciao (vedi le diverse versioni riportate) famosa in tutto il mondo.
Esempi riportati :

Fischia il vento
Bella ciao (a)
Bella ciao (b)
Bella ciao (c)
Bella ciao (d)
 
Pour citer cette ressource :

Cesare Grazioli, "L'Italia in musica - Seconda Parte: Tra le due guerre mondiali (1918-1945)", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), juillet 2012. Consulté le 24/10/2018. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/arts/musique/l-italia-in-musica-seconda-parte-tra-le-due-guerre-mondiali-1918-1945-