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Elena Ferrante, «I margini e il dettato» (2021)

Par Ilaria Moretti : Docteure en Philosophie et enseignante d'italien - Université Jean Moulin Lyon 3
Publié par Alison Carton-Kozak le 13/01/2022
Scheda di lettura del romanzo ((I margini e il dettato)) di Elena Ferrante pubblicato nel 2021 da E/O a Roma.

Agli inizi degli anni Duemila, Umberto Eco – a quel tempo direttore della Scuola Superiore di Studi Umanistici di Bologna – decise di inaugurare una serie di Lectiones Magistrales affidate ad alcune personalità nazionali e internazionali di rilievo. Lo scopo era quello d’aprire la pratica del sapere all’intera città di Bologna. Scompaginare i confini tra cultura accademica e divulgazione scientifica, allo scopo di offrire a chiunque lo desiderasse – cittadini, studenti, semplici curiosi – lezioni di alto livello atte a trasformarsi in incontri, modi per fare della conoscenza un pane necessario al nutrimento di tutti: un pane che non sfama, come suggeriva Bachmann, per desiderarne sempre di più. Questo è il preambolo.
Poi accade che nell’autunno del 2020 il Professor Costantino Marmo, Direttore del Centro Internazionale di Studi Umanistici “Umberto Eco”, scrive una mail alla casa editrice e/o per proporre a Elena Ferrante di tenere un piccolo ciclo di lezioni da inserire nella stessa rassegna. Tre corsi all’Università di Bologna dunque, aperti a specialisti e non-specialisti, nella perfetta tradizione delle Lectiones di Eco. Tre corsi sulla scrittura, sulla poetica, sulla sua attività di scrittrice: la carta è quasi bianca. E Ferrante accetta. Poi arriva il Covid, le chiusure, la sospensione della vita, gli sguardi murati dietro le finestre. Ma Ferrante scrive comunque, si prepara, abbozza e poi strappa: la sua attività quotidiana – lo scontro con la pagina – non si arresta, e così le lezioni sono pronte. Andranno in scena grazie all’attrice Manuela Mandracchia che, nel novembre del 2021, le presta il corpo e la voce al Teatro Arena del Sole di Bologna (in collaborazione con ERT – Emilia Romagna Teatro). Ma ne I margini e il dettato c’è anche un ultimo capitolo. Un’ultima lezione scritta seguendo lo stesso slancio, tra l’accademico e il divulgativo, concepita sotto invito del Professor Alberto Casadei, presidente dell’ADI – l’Associazione degli Italianisti – e letta poi dalla studiosa e critica Tiziana de Rogatis in occasione del convegno Dante e altri classici (29 aprile 2021).
Testo inedito e di natura ibrida, I margini e il dettato è proposto dalle librerie nella sezione “Critica letteraria”. A dimostrazione di come Ferrante continui nel suo lavoro di meta-letteratura, di autrice che non smette di interrogarsi sulla propria opera e sugli ingranaggi della macchina narrativa. Trasportando sulla pagina le sue inquietudini di romanziera, Ferrante rivela un piglio ermeneutico già emerso ne La frantumaglia. La riflessione sulla lingua, sui limiti della narrazione, sugli oscuri ingranaggi dell’ispirazione prosegue qui, restando fedele a un meccanismo che spazia tra il romanzesco e il saggistico. Senza cessare di guardare al passato e alla tradizione, l’autrice interroga il coro delle tante voci letterarie e critiche (Cavarero, Corti, Bachmann, Arendt solo per citarne qualcuna) capaci di nutrire la sua scrittura mettendola poi, rovinosamente, in questione.
La sensazione è quella di un déjà-vu ch’eppure non smette di rinnovarsi, che si nutre di memorie intime e collettive, di scritture altre e di inciampi personali, di affetti trasformati in ispirazione, di oggetti capaci di trascendere il loro valore per farsi strumenti romanzeschi, quasi vittime di un bizzarro incantesimo. E noi, sempre noi, lettori spaesati e curiosi che avevamo amato Frantumaglia, penetriamo ancora nell’atelier di Ferrante in punta di piedi. Vorremmo saperne di più, ma conosciamo le regole. Quando ci sembra d’aver compreso, lei sfugge. S’arresta di colpo, sospingendoci a un passo dall’abisso. E lo fa seguendo l’identico movimento del padre di Delia ne L’amore molesto: l’uomo che, pure facendo male, si blocca prima dello scempio. Così, Ferrante dosa magistralmente la sospensione. Concede e poi ritrae la mano: la si può cogliere ma solo a tratti, solo di sbieco, nella sensazione caleidoscopica che la scrittura, quando riflette su se stessa, altro non può fare che avvitarsi, contorcersi, distorcersi. Come in un percorso già noto, Ferrante ci trasforma in tante Alice nel paese delle meraviglie: tante bamboline tutte bionde pronte a perdersi nella tana del coniglio bianco. Cadiamo nel buco e ci risvegliamo poi, al pari delle sue eroine, "invecchiati" e stupiti, senza sapere più cosa stavamo inseguendo. Ferrante ci prende per mano, si confessa e ci confessa ansie e timori, sbrodolature su lunghe pagine subito cestinate, tentativi andati a vuoto, ripensamenti. Come quello legato a La vita bugiarda degli adulti: nato per essere un lungo romanzo fiume, concepito da un io narrante che finge d’essere Giovanna e che, al contempo, non è lei. Si tratta di un romanzo che doveva pensarsi sulla stregua dell’Amica geniale, concepito in più parti e intitolato – a omaggio di una condizione che, metaforicamente o meno, riguarda tutte le donne – Lo stato vedovile, e poi abbandonato perché troppo lungo: "mi sono mancate la forze" (p. 116).
Nelle lezioni per la città di Bologna, Ferrante rievoca ancora frantumaglie e vecchi dolori, si concentra su dettagli apparentemente insignificanti come "l’acquamarina" di sua madre, oggetto "vero, verissimo, e tuttavia […] fluttuante", capace di farsi ora pietra ora garbuglio metaforico di "dialetto e lingua", "spazio e tempo", "figura […] nitida" e "confusa", luogo della memoria eppure gioiello "cangiante", impossibile da rappresentare a parole. Perché la sfida, per Ferrante, è quella di un idioma che, attinto dal "secchio" della testa – ce lo insegnava già Lila, magicamente, nell’Amica geniale – riesce a imprimere sulla pagina la complessità di immagini e pensieri autentici. Eppure la scrittura, Ferrante lo ammette di continuo, fallisce. Non intrappola il vero: lo mima stancamente. E allora bisogna provare e riprovare, coscienti dell’impotenza a cui la penna ci condanna, sempre pronta a dilungarsi, a divagare, a impigliarci nei suoi zig-zag, illudendoci di esprimere l’esistenza ma restituendoci solo il bagliore stanco di un artificio. Si può scrivere, per esempio, che l’acquamarina della propria madre è "cianotica" (p. 51)? No, non si può, perché non funziona: l’aggettivo è fallace, suona guasto. Eppure, quel "cianotico" pareva renderne così esattamente la complessità: ne rappresentava l’attrito, ne restituiva la metonimia del suo essere madre napoletana, sarta, donna sensuale e feroce, intrico d’amore e risentimento, frantumaglia – ancora – del vivere.
La scrittura, non smette di insegnarci Ferrante, non esiste. Si fa. Sbagliando, cancellando, strappando. Si fa, come tentava di fare Lenù, adoperandosi verso la bella forma, ma poi, come suggeriva Lila, si perfeziona con l’errore, con la veemenza di parole capaci di saltare per aria, di disgregarsi e dissolversi, ricadendo poi a casaccio sul foglio, vittime e insieme figlie di un "atto convulso" (p. 39). Per scrivere-vero, per tentare di fare mimesis del nostro sentire, è necessario smettere di seguire i margini, quelli stessi – rossi, solidi, invalicabili – presenti nei quaderni delle elementari. Muti, ci indicavano un freno, ci impedivano di precipitare nella palude del disordine. Ma quei margini, Lila docet, esistono per essere "smarginati": sono un paletto da seguire e sfidare; colonne d’Ercole che attraggono proprio in virtù del loro limite. Così, solo spingendoci verso il baratro, possiamo recuperare l’eco di quel "frastuono ordinato-disordinato" (p. 41) che si fa poesia, dunque letteratura. La penna è sempre una pena, ci insegna Ferrante, uno scontro quotidiano che non dà soddisfazioni, perché tra la scrittura piana di Lenù, e quella invisibile di Lila, ci passa tutto il tremendum di cui siamo fatti, il mistero del nostro essere sulla terra.
Per dire il vero, allora, bisogna avere la forza di "disgregarsi", di proporre una forma capace di "deformare" la pagina. Si deve "spremere" l’esistenza a furia di "ammaccature" e "distorsioni" e in quest’operazione che suona come un terreno agonico, un campo di battaglia fatto di scazzottate e colpi bassi, l’autore emerge, azzoppato dalla fatica, "schizzato" sul foglio, eppure vivo, nonostante le ecchimosi (pp. 60-61). Perché al fondo, Ferrante lo sa. Il suo gioco è sempre identico, da più di trent’anni: esistere nel frastuono di altre voci e al contempo perdersi in un gorgo di "niente voce, niente mimesi di voci". Tentare di sopravvivere nella "prima persona femminile" di un io che è "tutta scrittura". Esistere è perdersi, ce lo ha insegnato tante volte. E vivere è sempre un tormento che ci porta, come insegnava Luisa Muraro ((Luisa Muraro, L'ordine simbolico della madre [1992], Roma, Editori Riuniti, 2006)), a essere genitrici di noi stesse. Quel che resta, al fondo di questa guerra, sono loro, i personaggi, o – come direbbe Giulia Caminito – le personagge ((Sull'espressione "personagge", cf. Nadia Setti, « Personaggia, personagge », Altre modernità, Università degli studi di Milano, 2014, pp. 204-213  ;  Bia Saracini et al., L'invenzione delle personagge, Guidonia, Iacobellieditore, 2016.)) Delia, Olga, Leda, Giovanna, Lila e Lenù, tutte le altre, tutte quelle identità che, suggerisce Ferrante, nella loro realtà letteraria si fanno spazio d’incontro per altre voci. Perché se Ferrante dà loro vita, è la loro stessa vita che diviene, sulla pagina, "la sua". In un vortice in cui la legge è sempre quella di "un’autrice che generando la scrittura […] genera se stessa" (p. 63). 

 

Notes

Pour citer cette ressource :

Ilaria Moretti, "Elena Ferrante, «I margini e il dettato» (2021)", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), janvier 2022. Consulté le 28/05/2022. URL: https://cle.ens-lyon.fr/italien/litterature/bibliotheque/elena-ferrante-i-margini-e-il-dettato-2021