Vous êtes ici : Accueil / Littérature / Bibliothèque / Michela Murgia, «Accabadora»

Michela Murgia, «Accabadora»

Par Maurizia Morini : Lectrice d'italien MAE et historienne - ENS de Lyon
Publié par Damien Prévost le 12/11/2010
La storia narrata da Michela Murgia è ambientata in Sardegna, tranne una breve parentesi torinese, negli anni cinquanta; ed è la storia della relazione fra le due donne; la piccola Maria e la matura sarta Bonaria. Maria sarà educata e cresciuta per diventare curatrice di Bonaria, quando sarà necessario, potrà studiare e sarà oggetto di rispetto e attenzione da parte della vecchia sarta, nel paesino di Soreni in cui non mancano i commenti malevoli al loro passaggio. Tuttavia c'è qualcosa di strano nelle uscite notturne di Bonaria, in quel suo vestirsi sempre di nero, in quella sua sapienza rispetto alle cose della vita e della morte; ciò che Maria scoprirà, in modo doloroso e casuale, è che Tzia Bonaria quando è necessario è pronta ad entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell' accabadora, l'ultima madre.

bandeau fiche lecture.jpg Michela Murgia è nata a Cabras nel 1972. Ha pubblicato: Il mondo deve sapere, Isbn, 2006 (da cui il film Tutta la vita davanti) e Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell'isola che non si vede, Einaudi 2008.

MURGIA-M_accabadora1.jpg
Premio Città di Cuneo-primo romanzo
Premio letterario Campiello 2010
Fillus de anima.
E' così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un'altra. Di quel secondo parto era figlia Maria Listru, frutto tardivo dell'anima di Bonaria Urrai.
Quando la vecchia si era fermata sotto la pianta del limone a parlare con sua madre Anna Teresa Listru, Maria aveva sei anni ed era l'errore dopo tre cose giuste. Le sue sorelle erano già signorine e lei giocava per terra a fare una torta di fango...
Andò via con Tzia Bonaria quel giorno stesso, tenendo la torta di fango in una mano, e nell' altra una sporta piena di uova fresche e prezzemolo, miserabile viatico di ringraziamento. [pag. 3]

Inizia così la storia narrata da Michela Murgia, ambientata in Sardegna, tranne una breve parentesi torinese, negli anni cinquanta; ed è la storia della relazione fra le due donne; la piccola Maria e la matura sarta Bonaria.

Maria sarà educata e cresciuta per diventare curatrice di Bonaria, quando sarà necessario, potrà studiare e sarà oggetto di rispetto e attenzione da parte della vecchia sarta, nel paesino di Soreni in cui non mancano i commenti malevoli al loro passaggio.

Tuttavia c'è qualcosa di strano nelle uscite notturne di Bonaria, in quel suo vestirsi sempre di nero, in quella sua sapienza rispetto alle cose della vita e della morte; ciò che Maria scoprirà, in modo doloroso e casuale, è che Tzia Bonaria quando è necessario è pronta ad entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell' accabadora, l'ultima madre.

La scoperta inaspettata porterà Maria lontana dalla madre d'adozione, dal paese, dall'isola ma vi ritornerà negli ultimi mesi di vita di Bonaria quando ci sarà bisogno della sua presenza.

Michela Murgia ci offre, con una scrittura pulita e scorrevole un ritratto di comunità con le sue regole ben precise, con patti taciti e condivisi e suggerisce al lettore, oltre alla storia di fondo della relazione principale, la riflessione su alcuni temi problematici e attuali.

Suggerisce, appunto, non dà risposte e non va oltre.

Ad esempio, il legame fra madre e figlio è solo quello biologico, possiamo accettare il valore affettivo di una relazione di tipo sociale e non naturale?

Ed ancora; che posto mentale occupa, per l'uomo d'oggi, il momento della morte, si può incaricare qualcuno per farci morire dignitosamente?

La Murgia affronta temi complessi raccontando di un mondo lontano, con un suo equilibrio segreto e sostanziale, in cui le domande avevano risposte chiare come le tessere di un abbecedario, l'alfabeto elementare di quando gli oggetti e il loro nome erano misteri non ancora separati dalla violenza sottile dell' analisi logica.

***

*Sa femmina accabadora era una donna, in Sardegna, che chiamata dai familiari del malato terminale, provvedeva ad ucciderlo ponendo fine alle sue sofferenze.

Acabar in spagnolo significa finire e in sardo, appunto, accabadora è colei che finisce. Agli occhi della comunità il suo non è il gesto di un'assassina, ma quello amorevole e pietoso di chi aiuta il destino a compiersi.

In Sardegna, soprattutto nella parte centro-settentrionale, ha esercitato fino a qualche decennio fa: gli ultimi episodi documentati avvennero a Luras nel 1929 e a Orgosolo nel 1952; moltissimi sono i casi affidati alla trasmissione orale e alle memorie di famiglia.

 

Pour citer cette ressource :

Maurizia Morini, "Michela Murgia, «Accabadora»", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), novembre 2010. Consulté le 30/11/2020. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/litterature/bibliotheque/michela-murgia-accabadora