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Il modello emiliano

Par Maurizia Morini : Lectrice d'italien MAE et historienne - ENS de Lyon
Publié par Damien Prévost le 21/11/2007
All'interno delle ricerche e degli studi sulla storia delle donne in Italia ha trovato spazio un'elaborazione particolare riguardante le specificità locali: è questo il caso della Regione Emilia-Romagna dove il cosiddetto "modello emiliano" non sarebbe tale senza l'apporto delle donne. Occorre risalire all'esperienza socialista degli inizi del Novecento, all'antifascismo, agli anni della Resistenza, all'impegno nella costruzione di un welfare sociale, vale a dire ad una forte presenza delle donne nella politica, nelle associazioni femminili e non, nelle istituzioni per indicare le radici di questa rilevanza.

Emancipazione e liberazione: il laboratorio politico dell'Emilia-Romagna e il femminismo.

All'interno delle ricerche e degli studi sulla storia delle donne in Italia ha trovato spazio un'elaborazione particolare riguardante le specificità locali: è questo il caso della Regione Emilia-Romagna dove il cosiddetto "modello emiliano" non sarebbe tale senza l'apporto delle donne. Occorre risalire all'esperienza socialista degli inizi del Novecento, all'antifascismo, agli anni della Resistenza, all'impegno nella costruzione di un welfare sociale, vale a dire ad una forte presenza delle donne nella politica, nelle associazioni femminili e non, nelle istituzioni per indicare le radici di questa rilevanza. Possiamo parlare, in altri termini, del persistere di tradizioni politiche e familiari coniugate con l'intellettualità e l'ideologia del fare. Proprio in Emilia-Romagna, prima delle relative leggi nazionali, sono stati istituiti i Consultori familiari, gli asili nido, le scuole per l'infanzia e i doposcuola e in questa azione politica un ruolo fondamentale lo hanno avuto le donne. Possiamo ricordare, come esempio, che sul piano della qualità dei servizi, nel novembre del 1991, la rivista americana Newsweek ha definito l'asilo-nido Diana di Reggio Emilia il più bello del mondo ed ancora oggi pedagogisti e gruppi da tutto il mondo lo visitano e ne studiano il modello educativo. Le emiliane sono donne abituate a lavorare: nelle campagne, nelle fabbriche, in casa e nell'impegno politico, in un equilibrio che intreccia tempi del lavoro domestico, extradomestico, militante e di vita. L'uscita dal privato, dall'ambito familiare è un tratto distintivo dell'emancipazione, soprattutto negli anni Cinquanta, e senza dubbio questi comportamenti sono stati anche l'esito di una contrattazione nella coppia e nella famiglia e avvenuti dopo che i doveri femminili di cura e lavoro domestico sono stati svolti. In tal modo la trasgressione può trovare maggiore forza ed è in un certo senso legittimata. Significativo al proposito il ricordo di una testimone, politicamente impegnata:

Tanto per ricordare quello che dicevamo noi donne comuniste, subito i primi anni dopo la Liberazione, cioè: dopo cena in giro c'erano solo i preti, le prostitute, le comuniste e i comunisti.[1]

L'impegno nel pubblico ovviamente non è stato costante e non può essere stato lineare dal dopoguerra fino agli anni Settanta, e sono presenti da parte delle militanti cali di attività e di impegno, tuttavia  non possiamo parlare di un ritirarsi o di un rifluire nel privato quanto di attività che si esprimono nella concretezza, in settori che interessano maggiormente e che sono direttamente gestiti da loro. Si fa riferimento a quelle donne che si sono impegnate in assessorati, enti e associazioni relativi ai servizi sociali, per l'infanzia e hanno interagito con le istituzioni. In questo si potrebbe individuare una sorta di ghettizzazione al femminile: ciò di cui si occupano le donne è per le donne, non è centrale nelle scelte della politica. Tuttavia ci pare, ancora una volta, che le donne dell'Emilia-Romagna rispondano ad una filosofia costruttiva, alla ricerca della  costruzione di una società a loro misura, per lo meno nell'ambito dello stato sociale e in tale direzione hanno fortemente contribuito a caratterizzare il modello di sviluppo della regione. È il principio dell'è giusto che venga fatto, si deve fare, ma anche è stata dura, ma bisogna imparare ad accontentarsi. In ultima analisi, va sottolineato comunque che il rapporto così intenso di queste donne con la politica ha modificato poco i metodi e contenuti della politica stessa. E sia qui che in altre regioni italiane constatiamo

...un mondo che resta maschile nella cultura, nelle regole, nelle strutture di potere, nelle modalità organizzative, nei tempi. E non per giudicarle (ndr. le donne) attraverso parametri e concetti del femminismo attuale e del pensiero della differenza , ma per leggere l'evoluzione del lungo percorso della cittadinanza delle donne italiane, forse non ancora concluso se consideriamo i bassissimi livelli di rappresentanza politica femminile espressa dal nostro paese.[2]

Un'identità femminile questa fin qui delineata che si esprime anche nell'adesione all'UDI in forma  massiccia, per la quale gioca sicuramente un associarsi nato da schieramenti politici ma contemporaneamente c'è uno sforzo continuo di delineare una politica per le donne, in parte autonoma dai partiti di appartenenza.[3] Come nel resto del paese, anche in Emilia-Romagna, la nascita e la crescita visibile del movimento femminista segna un considerevole cambiamento nel rapporto delle donne con le istituzioni, con gli uomini, con se stesse, con il modo di fare politica. Il manifestarsi del femminismo non segue gli stessi tempi e modalità nella regione: a Bologna, grande città, nascono fin dal 1971 Collettivi, legati inizialmente a Potere operaio, allo PDUP e a Lotta Continua, in seguito autonomi, con pratica di autocoscienza, di self-help, per i consultori, ed anche gruppi di lettura, nel 1977 viene aperta la libreria femminista La Librellula, si formano, come in altre province, i Coordinamenti sindacali e nel 1980 il Centro di documentazione, ricerca e iniziativa delle donne. A Piacenza e Ferrara si sentono maggiormente gli influssi dell'area milanese e, per la seconda città, padovana. A Reggio Emilia i gruppi si formano più tardi e qui la presenza delle donne si farà particolarmente incisiva nella partecipazione ai Comitati di gestione dei Consultori, aperti nel 1975 in seguito alla relativa legge regionale e nel Coordinamento unitario sindacale che promuove Corsi 150 per sole donne, che sperimenta e gestisce riunioni, attività separate all'interno delle strutture sindacali. Infine, da segnalare, a Modena l'apertura di una Casa delle donne, con una biblioteca specializzata sui temi femminili. Inevitabile poi l'incontro fra l'UDI che conservava, almeno nella prima metà degli anni Settanta, una linea emancipatoria e sociale e il femminismo orientato all'affermazione della cultura della liberazione. Si può affermare che questo "trovarsi" abbia assunto caratteristiche frastagliate; da una parte le donne dell'UDI non vogliono rinunciare alla difesa di una cultura di emancipazione che le ha viste realizzarsi, anche a costo di sacrifici e rinunce, ma nel contempo, soprattutto fra le più giovani, c'è interesse verso ciò che di nuovo le femministe propongono come modalità politiche e  argomenti. Lo stesso femminismo, d'altronde, ha dovuto misurarsi con una realtà istituzionale e sociale importante che aveva saputo dare risposte ad alcuni problemi concreti delle donne (i già citati servizi per l'infanzia, i consultori, il lavoro) e si manifesterà in modo meno radicale che in altri contesti.

... il femminismo contribuisce a mettere in discussione molti tabù relativi alla famiglia e ad una divisione sessuale dei ruoli; tuttavia è come se quella cultura della conciliazione, che aveva segnato un ruolo forte delle donne emiliane, continuasse a determinare una relazione fra i sessi non dominata dalla conflittualità. Dentro il femminismo diffuso si trasmette un modello che, sia pure con profonde trasformazioni, recupera tratti di quella tradizione emiliana di una donna forte ma equilibrata, più conciliante che estremista.[4]

L'avvicinamento fra le due aree avverrà, in parte, in occasione del referendum abrogativo della legge sul divorzio (1974) e in modo più significativo per gli esiti, sulla questione dell'aborto e del relativo referendum abrogativo della legge sull'interruzione volontaria di gravidanza (1981). Tematiche di rottura e in particolare la discussione sull'aborto implica l'apertura ad altro, cioè tocca i vissuti femminili in relazione al proprio corpo, alla sessualità, alla scelta di maternità. Ed ecco che cultura dell'emancipazione e cultura della liberazione si incontrano convergendo sull'autodeterminazione, vale a dire sulla possibilità della donna di decidere di sé e del proprio corpo. Vale la pena ricordare, ancora una volta, che non si è trattato di un processo facile e lineare ma anche con profondi e reciproci cambiamenti le donne dell'UDI e le femministe hanno interagito, hanno messo insieme elementi di continuità con elementi di innovazione. In Emilia-Romagna, come nel resto del paese, il cambiamento nell'UDI porta allo scioglimento della struttura organizzativa nel 1982 e il documento sostitutivo dello statuto, la Carta degli intenti, opta per il separatismo e mette fine alla struttura piramidale e al ruolo della  dirigente. Il movimento femminista, a sua volta, dagli anni ottanta si trasforma in un movimento "carsico", meno visibile ma impegnato in altre direzioni come Centri di ricerca, di documentazione, studi, associazioni, un "femminismo culturale" che tende alla specificazione della differenza di genere. – –

[1] Testimonianza di L. Gironi in AAVV, Paura non abbiamo... l' Unione donne italiane di Reggio Emilia nei documenti, nelle immagini, nella memoria. 1945-1982, Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna. Soprintendenza per i beni librari e documentari, Il Nove, Bologna 1993: 57

[2] A. Pesce, I° rapporto regionale. Un'altra Emilia-Romagna, Angeli, Milano 1990: 484

[3] A conferma della forte adesione delle donne emiliane consideriamo i dati delle iscritte al primo Congresso UDI nel 1945: in Emilia-Romagna erano 120.000; in Lombardia 70.000; in Piemonte 50.800; in Veneto 20.000 e in Liguria 8.550.

[4] M. G. Ruggerini, La vicenda "aborto": una possibile griglia di lettura del movimento femminista in Emilia-Romagna, in Il movimento delle donne in Emilia-Romagna, Centro di documentazione delle donne di Bologna, Analisi, Bologna 1990: 147

Pour citer cette ressource :

Maurizia Morini, "Il modello emiliano", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), novembre 2007. Consulté le 26/05/2018. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/civilisation/xxe-xxie/le-mouvement-des-femmes/il-modello-emiliano