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Intervista a Marco Pettenello

Par Rosanna Maggiore : Enseignante d'italien et docteur - Université de Bourgogne
Publié par Alison Carton-Vincent le 15/03/2018
In occasione della rassegna "Le cinéma italien d'aujourd'hui", Rosanna Maggiore ha intervistato Marco Pettenello, sceneggiatore del film ((L’ordine delle cose)), presentato a Lione il primo febbraio 2018. Marco Pettenello risponde alle sue domande sulla genesi e le fonti del film, sul rapporto tra cinema e realtà, sul cinema di impegno civile e sulla questione migranti in Italia e in Europa.

 

Rosanna Maggiore : Di cosa parla il film L’ordine delle cose?

Marco Pettenello : È la storia di un poliziotto italiano di alto rango, Corrado Rinaldi, che viene mandato in Libia per organizzare il respingimento dei migranti. È una persona rigida, come molti suoi colleghi, ma non è indifferente all’umanità. Mentre cerca di ottenere il suo risultato, trattando con i vari poteri libici, molto frammentati, incrocia il destino di una donna somala, Swada, che sta cercando di arrivare in Europa. Corrado vorrebbe aiutarla, ma per farlo deve mettere a rischio la sua posizione e i risultati del lavoro svolto per il Ministero. Di fronte a questo dilemma deve prendere una decisione.

R. M. : Ieri lo hai definito un film sul potere. In che senso?

M. P. : Sì, è un film sul potere, sulle persone che lo abitano, che se ne occupano, sui paradossi e le contraddizioni che queste persone vivono. Non sono necessariamente persone indifferenti all’umanità, ma obbediscono all’“ordine delle cose”. Spesso passa tutto attraverso la banalità delle loro scelte. Dopo aver raccontato le storie di chi vorrebbe spostarsi dal sud al nord del mondo, di chi tenta di superare un confine, abbiamo deciso di raccontare la storia di chi questo confine lo difende.

R. M. : Qual è la forza del cinema nel narrare le storie dei migranti?

M. P. : Il cinema, a differenza del giornalismo, ha la capacità di far immedesimare lo spettatore, di farlo entrare nella testa dei personaggi, di fargli vivere le storie raccontate. È una forma artistica popolare e intellettuale al contempo, con una forte capacità di coinvolgere. È anche vero, d’altra parte, che il cinema indipendente non ha una grandissima diffusione. Spesso quelli che vedono i nostri film non sono persone che hanno idee radicalmente diverse dalle nostre. Nel suo piccolo, però, questo film è stato un successo in sala. Mi dispiace dover dire “nel suo piccolo”, ma insomma eravamo coscienti di certi limiti…

R. M. : Ho letto che due giorni fa Andrea Segre lo ha presentato a Bruxelles. Come è andata?

M. P. : Sì, ci siamo sentiti ieri sera. È andata bene, c’era molta gente. Andrea riesce sempre a coniugare cinema e impegno civile o politico. Il film è stato visto anche al Senato. Insomma qualcosa il film ha fatto, in qualche modo credo abbia agito…

R. M. : Il film comincia con una didascalia tratta da Le mani sulla città (1963) di Francesco Rosi: "I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce". Questa citazione non dice soltanto che i fatti sono inventati ma ispirati alla realtà, dice anche che qualcun altro ha detto la stessa cosa. Il film tenta così di definire il proprio rapporto con la realtà e di collocarsi all’interno di una tradizione cinematografica d’inchiesta e di denuncia sociale?

M. P. : Sì, attraverso la didascalia, il film dichiara il proprio rapporto con la realtà. Tre anni fa pensavamo di raccontare un fatto immaginario, che però ci sembrava molto plausibile. Eravamo arrivati a una conoscenza tale delle circostanze che ci siamo sentiti di poter inventare, e abbiamo inventato. In quello stesso periodo, vedevamo i film che ci potevano aiutare, che sentivamo vicini. Tra questi, Le mani sulla città di Rosi, che poco dopo è morto. Abbiamo quindi deciso di usare la sua didascalia per rendergli omaggio ma anche perché diceva esattamente quello che avevamo bisogno di dire, non avremmo saputo scriverla meglio.

R. M. : L’ordine delle cose è sicuramente un film di finzione che riflette ciò che stiamo vivendo – basti dire che il giorno in cui è stato presentato alla 74esima Mostra d’arte cinematografica di Venezia, l’Ansa riportava una dichiarazione del Ministro della Difesa Roberta Pinotti sulla riduzione di sbarchi e di migranti in Italia nei mesi di luglio e agosto, grazie agli accordi fatti a febbraio con la Libia di Serraj. Puoi raccontarci com’è nata la vostra idea?

M. P. : L’idea è nata dal desiderio di raccontare la storia dei funzionari che si occupano di difendere i nostri confini. Come ricordava ieri Dario Marchiori in modo molto acuto, in un documentario di Andrea (Come un uomo sulla terra) c’è una scena in cui lo stesso Andrea e un ragazzo etiope, che ha subito le più orribili pene prima di arrivare in Europa, vanno a Varsavia per intervistare il direttore di Frontex. Quest’uomo risponde alle loro domande con delle formule da ufficio, poi va in crisi, si imbarazza. Se la cava con un sorriso un po’ fasullo. Però senti l’umanità di questa persona che, in effetti, è messo di fronte al paradosso della propria funzione, di chi vorrebbe essere utile alla società e invece si rende conto di far soffrire delle persone. L’energia che c’era in questa scena ci aveva molto interessato. Mi ricordo che io stesso, da spettatore, avevo suggerito ad Andrea di lavorare su queste persone. La scelta del punto di vista viene da qui.
Abbiamo poi cercato di mettere questo nostro personaggio, con la sua ansia di precisione e di prestazione, con la sua ipocrisia e le sue buone qualità, di fronte a un dilemma. Abbiamo pensato di fargli incrociare il destino di una delle persone che deve fermare. Questo contatto umano doveva creare un cortocircuito tra la sua funzione professionale e la sua umanità.
Inizialmente avevamo pensato che il protagonista potesse essere un tecnico con il compito di mettere dei radar nel deserto. Studiando, intervistando diversi poliziotti, abbiamo preferito che fosse un funzionario del Governo che doveva interagire con le autorità libiche per bloccare l’accesso dei migranti.
Avevamo sentito dire che c’era stato un tentativo in questa direzione all’epoca di Gheddafi. Tentativo abbandonato dopo la sua caduta, perché i funzionari non sapevano più con chi relazionarsi. Ci siamo allora detti: inventiamocelo! Diamo al funzionario un incarico che possa essere coerente e plausibile rispetto a quello che ci è stato raccontato.

R. M. : In effetti, dopo il respingimento in Libia dei migranti che stavano attraversando il canale di Sicilia, voluto da Berlusconi e Maroni nel 2008 e condannato dalla corte europea di Strasburgo nel 2012, il passo successivo dell’Italia e dell’Ue per evitare tali condanne sarebbe potuto essere quello di affidare il compito di respingere i migranti direttamente ai libici, seppur divisi in fazioni…

M. P. : Certo, sì. Infatti in una delle versioni iniziali la storia avveniva in quei giorni lì. Però ci infastidiva il fatto che la protagonista si trovasse in una delle pochissime barche che erano state respinte. Non volevamo limitarci a quel singolo fatto, ci interessava allargare la visione.

R. M. : Quali sono state le vostre fonti? Immagino che abbiate intervistato diversi funzionari di Stato. Tra le tante testimonianze, ce n’è una che ti/vi ha particolarmente colpito o ispirato?

M. P. : Il nostro modo di lavorare è fondato sulla ricerca, su interviste e sopralluoghi. Lo faccio anche con gli altri registi, ma in modo particolare con Andrea.
Come prima cosa abbiamo scritto una mail al Ministero dell’Interno per chiedere di parlare con alcuni funzionari. Dopo un paio di settimane ci è arrivata una risposta cortese ma implacabile: niente da fare. Probabilmente nel frattempo si erano informati su di noi e sul tipo di lavoro che volevamo fare. Anche perché, in altri casi, per lavori meno scomodi (serie sulla polizia per esempio), mi è capitato di intervistare alcuni funzionari di Stato.
Quindi siamo passati alle vie informali. Un amico giornalista, Stefano Liberti, ci ha messo in contatto con alcuni poliziotti di Siracusa che si occupavano essenzialmente di mafia e di immigrazione. Abbiamo passato tanti giorni con loro, abbiamo assistito a diversi sbarchi e intervistato anche molti migranti. Avevamo con i poliziotti un rapporto di reciproca stima e rispetto. Molti di loro sono persone aperte anche da un punto di vista politico, ma certo vincolate dal fatto di dover obbedire a degli ordini.
Un po’ per volta ci andavamo avvicinando al personaggio che più ci interessava, un uomo che esisteva nella realtà. Era una via di mezzo tra il personaggio di Battiston e quello di Pierobon, perché stava in Libia ma si muoveva spesso. Era un funzionario legato ai Servizi Segreti e non siamo riusciti a parlare direttamente con lui, ma abbiamo incontrato il suo assistente, abbiamo cenato con lui e lo abbiamo intervistato. Lo ascoltavamo come fosse l’oracolo di Delfi.

R. M. : A proposito dei personaggi, dei funzionari di Stato, uno dei meriti del film mi sembra quello di far vacillare l’idea di ordine o di legalità. Corrado incarna questi principi, ma rispetta alcune leggi, ne ignora altre (se pensiamo ai diritti fondamentali dell’uomo e ai trattati che li regolano). Più la storia va avanti, più si sente l’esigenza di mettere queste parole, legalità e ordine, tra virgolette.

M. P. : L’ordine che Corrado incarna è ordine per chi pensa egoisticamente, chiuso nella propria casa e nella propria sicurezza, senza mai chiedersi cosa avviene fuori.
Quanto alla legalità, ultimamente in Italia c’è stata molta enfasi su questa parola. Enfasi che forse nasce ai tempi di Berlusconi, quando, di fronte a una serie di situazioni di dubbia moralità, il versante progressista si appellava appunto al principio della legalità. La parola è stata poi ripresa dalle forze politiche più reazionarie, viene evocata ogni qual volta si parla di ordine pubblico, sicurezza, occupazioni o sgomberi (penso a quello avvenuto a Roma, in piazza Indipendenza). È un concetto sopravvalutato e spesso usato in modo demagogico, a mio avviso inutile se non ci si chiede prima rispetto a quale legge.

R. M. : Naturalmente la presenza di parole dal significato ambivalente favorisce l’ironia, che a sua volta richiede la partecipazione attiva dello spettatore, il quale può identificarsi o meno con il protagonista. Il film non racconta infatti la storia dei migranti, ma la nostra storia. Invece di condurci in una realtà altra, lo schermo si fa specchio, sottolinea lo scarto esistente tra ciò che pensiamo o sentiamo di fronte ai fatti e ciò che facciamo (o non facciamo) concretamente.

M. P. : Sì, partecipiamo emotivamente, ma nei fatti diamo il nostro consenso. Proprio come Corrado. Il suo paradosso è il nostro paradosso. Per questo abbiamo cercato di mettere lo spettatore nella condizione di identificarsi con il protagonista, che sta facendo una cosa assurda, in fondo anche contro la sua volontà.
Posso aggiungere che, nelle prime stesure del soggetto, avevamo pensato a due storie parallele, quella di Corrado e quella di Swada. Il racconto era strutturato in modo binario un po’ come per le storie d’amore: una scena per l’uno, una scena per l’altra, e ogni tanto le storie si incrociavano. Poi ci siamo detti che dovevamo concentrarci su Corrado. La sua storia è meno coinvolgente emotivamente, ma è più interessante, stimolante, inedita, perché mette in scena un paradosso che appartiene a tutti noi.

R. M. : Al di là degli accordi Italia-Libia, è pur vero che le politiche di integrazione messe in atto in Italia e in Europa hanno mostrato di non essere all’altezza della situazione determinata dai flussi migratori. I profughi vivono spesso in veri e propri ghetti o in centri di accoglienza alquanto carenti. Questo stato di cose aumenta nella popolazione autoctona la percezione di un rischio legato alla presenza stessa di migranti sul territorio. D’altro canto, l’idea di aumentare le risorse economiche dedicate all’accoglienza genera avversione nell’opinione pubblica italiana che si sente penalizzata. Stando così le cose, accogliendo altri migranti non si rischia di aumentare la ghettizzazione, il conflitto sociale, di rafforzare i partiti politici che alimentano le paure della gente? Quali sono, concretamente, le soluzioni per contraddire l’ordine delle cose?

M. P. : Purtroppo il modo di ragionare più diffuso tra i politici è stato questo: l’opinione pubblica non vuole gli stranieri, quindi evitiamo di farli entrare. Questo paradigma l’hanno seguito tanto la destra quanto il centro sinistra, italiano ed europeo. Invece di assecondare l’opinione pubblica, si poteva pensare di spostarla. È insomma grave che ci si preoccupi del disturbo recato dai migranti per strada e non della gente che sta morendo nei centri di detenzione libici. Anche perché se la gente si sposta non è un caso. Ci sono delle ragioni storiche ben precise, abbiamo anche delle responsabilità.

R. M. : In merito allo stile del film, alcuni giornalisti hanno criticato le scene “poco ficcanti o troppo diluite”, la mancanza di immagini che impressionino o sconvolgano lo spettatore. Che ne pensi?

M. P. : Questo discorso l’ho sentito fare da qualcuno del pubblico, non ricordo di averne letto sulle critiche, tutte molto favorevoli almeno in Italia. Comunque direi che abbiamo voluto evitare il rischio di essere troppo emotivi o manipolatori. E che le emozioni del film sono in fondo quelle di Corrado, che non è un tipo così emotivo. C’era un discorso preciso da fare, che richiedeva una “lucidità cartesiana”, come ha scritto Paolo Mereghetti, il critico del Corriere della Sera, e quindi credo che il film stesso lo richiedesse. Altra cosa è l’andamento molto asciutto del film e le sue pochissime deviazioni dall’asse principale, scelta che forse è maturata soprattutto durante le riprese e il montaggio.

R. M. : Il film è stato accompagnato da un pamphlet dal titolo Per cambiare l’ordine delle cose, contenente diversi contributi (di Igiaba Scego, Luigi Manconi, Ilvo Diamanti, Andrea Baranes, Pietro Massarotto). Un modo per prolungare la riflessione oltre il film, per coinvolgere ancora di più gli spettatori, invitati a rispondere online alle riflessioni contenute nel pamphlet. Com’è nata questa idea?

M. P. : Devo dire che di questo si è occupato Andrea. Ha coinvolto diversi intellettuali e diverse associazioni (Banca etica, Amnesty International, NAGA onlus, Medici per i Diritti Umani, ZaLab, Medici Senza Frontiere) per stimolare il dibattito. È possibile trovare l’opuscolo, interagire e avere aggiornamenti attraverso il sito web del film, www.lordinedellecose.it, che raccoglie anche le testimonianze e le riflessioni di tutti coloro che vogliono contribuire al progetto. Per Andrea, narrazione cinematografica e intervento politico, etica ed estetica sono fatte della stessa materia. Io sostengo sempre volentieri queste iniziative, anche se per me è un po’ diverso, ho un’altra formazione. L’idea del libretto non è stata dunque mia, ma mi è sembrata un’ottima idea e l’ho accolta senza esitare.

R. M. : Anche La prima neve e Io sono Li è stato scritto a quattro mani, da te e da Segre. Qual è il filo che lega questi tre lavori ?

M. P. : Chiaramente l’immigrazione, la riflessione sul fatto che non tutti possono essere dove vorrebbero essere. E come in questo tentativo di dislocarsi o ricollocarsi si racconti sempre, in fondo, la ricerca della felicità. Singolarmente, poi, tutti e tre i film hanno al centro due persone culturalmente lontane che tentano di avvicinarsi, e il cui avvicinamento ne sconvolge i destini.

R. M. : Adesso state lavorando a un quarto film. Puoi anticiparci qualcosa?

M. P. : Ci lavoriamo da poco, quindi non posso dirti molto, se non che è ambientato a Venezia.

Pour citer cette ressource :

Rosanna Maggiore, "Intervista a Marco Pettenello", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), mars 2018. Consulté le 26/04/2018. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/arts/cinema/intervista-a-marco-pettenello