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Analisi delle modalità di costruzione di un bene seriale in vista di un’iscrizione nella Lista del Patrimonio Mondiale. L’esempio del bene “Siti palafitticoli preistorici dell’arco alpino”

Par Ana Brancelj : Doctorante en géographie - Université Savoie Mont Blanc , Mélanie Duval : Chargée de recherche en géographie - EDYTEM, CNRS - Université Savoie Mont Blanc - Laboratoire EDYTEM UMR 5204 , Christophe Gauchon : Professeur de géographie - Université Savoie Mont-Blanc - Laboratoire EDYTEM
Publié par Alison Carton-Kozak le 08/11/2022
Le palafitte sono dei resti archeologici palustri e lacustri del Neolitico. L’esame dettagliato della maniera in cui sono state iscritte nella Lista del Patrimonio Mondiale come bene seriale transnazionale, mostra quanto un bene patrimoniale sia il risultato di una costruzione. La sua elaborazione è il frutto del lavoro di un largo ventaglio di attori, con i loro negoziati, concessioni, letture diversificate delle norme stabilite dall’UNESCO e con le loro scelte allo stesso tempo scientifiche, politiche o pragmatiche.

Questo testo è la traduzione di un articolo pubblicato in francese sul sito Géoconfluences:
"Analyse des modalités de construction d’un bien sériel en vue d’une inscription sur la Liste du patrimoine mondial.
Exemple du bien « Sites palafittiques préhistoriques autour des Alpes »"
.

Tradotto dal francese da Valentina Mezzina, professoressa d'italiano, Académie de Lyon.

 

Introduzione

Nel giugno 2011, il Comitato del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO iscriveva nella Lista del Patrimonio Mondiale una serie di 111 siti archeologici subacquei, detti “siti palafitticoli”, forme di abitato su palafitta presenti sin dal Neolitico in Europa. Questi siti sono ripartiti fra 6 Paesi dell’arco alpino (Germania, Austria, Francia, Italia, Slovenia, Svizzera). Si tratta di siti lacustri e palustri, costituiti da pali piantati nel suolo e dai resti contenuti negli strati archeologici adiacenti (Boucharlat, 2014). Dal punto di vista delle conoscenze archeologiche, questi siti, che vanno dal 5000 all’ 800 a. C., permettono di studiare gli inizi del Neolitico nelle Alpi – un’epoca cruciale in cui le popolazioni si sono sedentarizzate, in relazione con lo (a seguito dello) sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento (Billaud e Marguet, 2005, 2007). Le caratteristiche dell’ambiente acquatico hanno permesso di conservare strutture abitative, ceramiche ed elementi organici (panieri di vimini, abiti, scarpe, semi conservati nelle ceramiche, ecc.), tutti elementi che, in contesto terrestre, si deteriorano rapidamente (Ramseyer e Vonlanthen, 1987; Horevoets, 2017). Inoltre, mentre gli archeologi dispongono di poche informazioni per ricostituire la vita nel Neolitico nelle pianure o in montagna, i siti palafitticoli permettono di documentare meglio quest’epoca (documento 1).

 

Documento 1. Dei siti archeologici subacquei

Sito palafitticolo lacustre di Conjux, lago del Bourget, fotografia di R. Masson, per gentile concessione dell’autore.
Museo archeologico di Ledro, lago di Ledro, Italia. Nei pressi del museo, dedicato ai siti palafitticoli, sono proposte delle ricostruzioni di strutture abitative. Fotografia di Mélanie Duval, agosto 2017.

 

Documento 2. Ripartizione dei siti palafitticoli selezionati per essere iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale


Ripartizione dei siti che costituiscono il bene seriale transnazionale iscritto al Patrimonio Mondiale dell’UNESCO “Siti palafitticoli preistorici dell’arco alpino”. Cartina libera da diritti per l’uso didattico non commerciale.

 

È grazie al loro valore archeologico che i siti palafitticoli sono stati iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale, sottoforma di bene seriale transnazionale “Siti palafitticoli preistorici dell’arco alpino” (Boucharlat, 2014). Il bene seriale è composto da 111 dei circa 1000 siti oggi identificati attorno e nei laghi alpini, nonché in numerose paludi. I siti sono così ripartiti: Svizzera (56), Italia (19), Germania (18), Francia (11), Austria (5), Slovenia (2). Dal punto di vista teorico, questo caso di studio permette di riflettere sulle modalità di costruzione di un bene seriale; dimostra la dimensione ‘costruita’ del patrimonio (Smith, 2006), e in particolare dei beni iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale (Duval e Gauchon, 2013; Meskell, 2014, 2015).

Complementare ai due primi articoli sulla procedura d’iscrizione di un bene nella Lista del Patrimonio Mondiale e sulle targhe dette “commemorative”, questo articolo mette l’accento sulla fase a monte del processo di iscrizione, concentrandosi particolarmente sullo “stadio 3”. Allo stesso tempo, questo articolo è stato pensato come autonomo, ed offre al lettore la possibilità di scoprire questo caso di studio senza fare riferimento ai due articoli precedenti.

Incentrato sui siti palafitticoli, questo articolo si appoggia su un’analisi globale del bene seriale, e su esempi scelti fra i siti che costituiscono la serie. Prendendo le mosse da precedenti pubblicazioni (Duval et al., 2017, 2018, 2020), utilizza i risultati di ricerca della tesi in geografia di Ana Brancelj (2021, in corso). Un’analisi approfondita dei documenti legati all’iscrizione nella Lista, disponibili sul sito internet del Patrimonio Mondiale, unitamente alle osservazioni ‘sul campo’ e alle interviste semi-strutturate costituiscono la parte essenziale dei dati utilizzati. Dalla nascita del progetto fino alla sua realizzazione con l’iscrizione del bene nel giugno 2021, l’articolo interroga la posta in gioco associata a questo processo. Lungo tutta la dimostrazione, si mettono in evidenza le diverse scelte intervenute nella costruzione del dossier: la scala spaziale a cui è stato costruito il bene, il numero di siti e la loro ripartizione per Paese, i criteri e le logiche di selezione dei siti, le scelte effettuate in materia di zoning per ognuno dei siti che costituiscono la serie.

1. Dall’idea all’architettura alpina del progetto (2003-2005)

Questa parte presenta le principali tappe della prima fase del progetto, dall’elaborazione dell’idea e dagli obiettivi previsti alla definizione del quadro e della scala spaziale alla quale si effettuerà la costruzione di questo bene seriale.

1.1. La nascita del progetto di iscrizione

Il progetto d’iscrizione dei beni palafitticoli nella Lista del Patrimonio Mondiale prende forma nel contesto elvetico all’inizio degli anni Duemila. In Svizzera, alcuni archeologi cantonali, principalmente della Regione dei Tre Laghi, si organizzano per montare un progetto d’iscrizione dei siti palafitticoli nella Lista del Patrimonio Mondiale.

Questo progetto si spiega alla luce della convergenza di tre principali fattori. Il primo concerne la notorietà in Svizzera di questi siti, che sono utilizzati come elementi federatori nella costruzione simbolica della Confederazione (Kaeser, 2000, 2010). Da questo punto di vista, la situazione osservata in Svizzera è molto diversa da quella incontrata in Francia, dove i siti palafitticoli sono (molto) poco conosciuti dal grande pubblico (Duval et al., 2017). Il secondo fattore è quello delle minacce che pesano, anche a seguito di campagne di scavi archeologici su larga scala (Kaenel, 2002), quando si solleva la questione della conservazione degli oggetti recuperati dall’acqua. Per alcuni degli archeologi interrogati, è meglio lasciare i siti nel loro stato di conservazione attuale (sott’acqua) piuttosto di sottoporli a scavi archeologici. Il terzo fattore punta sulla capacità che un’iscrizione UNESCO ha di limitare le modifiche dannose per la conservazione di questi siti (cfr 2.3 in Duval et al., 2021).

L’obiettivo perseguito dagli archeologi svizzeri è dunque quello di garantire la protezione dei siti palafitticoli a lungo termine. Approfittando dell’attenzione portata su questi siti in occasione del 150esimo anniversario della scoperta dei siti lacustri elvetici (1854-2004), si organizzano delle riunioni, in occasione delle quali gli archeologi cantonali della Regione dei Tre Laghi creano la fondazione “Palafitte”. Sostenuta da alcune personalità politiche, quest’ultima si adopera per la redazione del dossier di candidatura (la fondazione è stata disciolta dopo l’iscrizione, nel 2011).

1.2. L’entrata nella Lista indicativa svizzera 

Prima tappa del processo: rientrare nella Lista indicativa svizzera (cfr lo “stadio 2” in Duval et al., 2021). A differenza di altri Paesi, che registrano una grande quantità di siti (a titolo di esempio, nel novembre 2021, la Lista indicativa della Francia ne conta 34), la Lista indicativa svizzera è selettiva, ed ammette solo i beni il cui dossier è sufficientemente avanzato perché siano iscritti rapidamente nella Lista del Patrimonio Mondiale. A questo primo stadio, gli archeologi cantonali incaricati del dossier capiscono rapidamente che il dossier deve essere concepito sulla scala dell’intera Confederazione. Il tempo stringe: la Confederazione aveva annunciato di voler fissare la Lista indicativa della Svizzera a fine 2004, giusto il tempo di fare iscrivere i siti già registrati prima di riaprire la Lista alle nuove iscrizioni: “siamo andati ad una velocità pazzesca, perché avevamo dei tempi estremamente stretti, dell’ordine di 6-8 mesi, perché il nostro progetto fosse incluso fra quelli della Confederazione Svizzera. Avevamo giusto questo lasso di tempo per convincere le autorità svizzere che il gioco valeva la candela” (intervista a Arnold Béat, 14/06/2017, Neuchâtel).

A fine 2004, un dossier sui siti palafitticoli presenti in 15 cantoni (su un totale di 26) è depositato dal servizio cantonale di archeologia del cantone di Berna all’Ufficio Federale della Cultura, che lo registra sulla Lista indicativa.

1.3. L’apertura agli altri Paesi alpini

Nel corso del 2005-2006, inizia un periodo di consultazione con la commissione svizzera per l’UNESCO e con gli esperti del Consiglio Internazionale per i Monumenti e i Siti (ICOMOS). È in occasione di queste discussioni che è stata presa la decisione di aprire il progetto di iscrizione agli altri Paesi dell’arco alpino, e di rivolgersi agli archeologi dei Paesi vicini per arricchire il dossier di candidatura.

Confrontando le interviste con gli attori del progetto riguardo a questo periodo, emergono varie ragioni per spiegare la scelta di allargare la candidatura su scala alpina. La prima ragione è tattica: la Lista del Patrimonio Mondiale è già satura di beni culturali, e il Comitato del Patrimonio Mondiale è più incline a iscrivere dei beni seriali e transnazionali. Si è voluta quindi giocare la carta di costruire un dossier seriale, che raggruppasse vari Paesi. I beni seriali transnazionali rispondono in effetti all’obiettivo dell’UNESCO di partire dalla questione patrimoniale per tessere dei legami fra differenti Paesi, e favorire la condivisione d’esperienza. La seconda ragione è scientifica: gli insediamenti lacustri sono presenti nell’insieme dei laghi alpini e, soprattutto, fra gli archeologi che lavorano su questi siti esistono delle abitudini di lavoro comuni e dei legami interpersonali. I colloqui del 1994 e del 2004 hanno permesso loro di discutere della posta in gioco della conservazione (Ramseyer e Roulière-Lambert, 1994, 2006) e gli atti del colloquio del 2004 menzionano una potenziale iscrizione dei siti palafitticoli nella Lista del Patrimonio Mondiale. La terza ragione è legata ad una questione di immagine, ed ha anche una dimensione tattica. Le Alpi, con la loro visibilità topografica e la loro leggibilità geografica, costituiscono un comune denominatore pratico e appropriato, che si presta alla costruzione di un dossier di candidatura allo stesso tempo ambizioso (perché va al di là del solo quadro elvetico) e gestibile dal punto di vista della governance (quadro alpino con sei Paesi già portati a collaborare su differenti tematiche, ad esempio nel quadro della Convenzione delle Alpi). Inoltre, al momento della costruzione di questo dossier, la Lista del Patrimonio Mondiale non comprendeva nessun bene concepito su scala alpina. In una certa misura, questo quadro spaziale inedito ha contribuito alla costruzione dell’eccezionalità del bene, in vista del conseguimento della sua iscrizione alla Lista (cfr su questo tema le analisi di Igor Babou sulla costruzione dell’esemplarità, 2015). La delimitazione del bene “attorno alle Alpi” ha dato luogo a diverse interpretazioni sul suo perimetro, e l’elasticità della nozione ha permesso agli attori del dossier d’includere o no certi siti per facilitare la governance futura dell’insieme.

La scelta della categoria “bene culturale” è stata poco esplorata, malgrado il fatto che l’importanza dell’ambiente per la conservazione e l’interpretazione dei siti dimostri l’interdipendenza degli approcci culturale e naturale, ed avrebbe potuto spingere gli attori a scegliere la categoria di “bene misto”, proposta dall’UNESCO. Questa assenza di riflessione sulla categoria d’iscrizione è già stata notata per altri beni (Duval e Gauchon, 2013). Per una delle responsabili del dossier, la scelta di limitarsi a un bene culturale si spiega alla luce della posta in gioco (e delle realtà) di governance, con la preoccupazione che il piano di gestione potesse essere effettivamente applicato. Ora, fare dialogare gli organismi culturali di sei Paesi era già una sfida in sé; associare loro gli attori del mondo dell’ambiente sembrava troppo arduo, e addirittura controproduttivo: “non volevamo un bene che funzionasse solo sulla carta, era necessario che il progetto potesse essere messo in opera, e che servisse concretamente alla protezione dei siti ed alla conoscenza archeologica”, spiega l’archeologa cantonale di Berna, Cynthia Dünning (intervista del 26/11/2015, Neuchâtel).

2. La costruzione di un bene seriale transnazionale

Ufficializzata l’apertura in direzione degli altri Paesi dell’arco alpino, a fine 2005 comincia un periodo di riunioni con gli archeologi dei Paesi interessati e di selezione dei siti palafitticoli che faranno parte del bene seriale.

Questa selezione parte da un inventario dell’insieme dei siti palafitticoli, con una forchetta temporale compresa fra il 5000 a.C. e la fine dell’Età del Bronzo (800 a.C.). I siti palafitticoli di altri periodi storici (come quelli di epoca medievale) sono quindi esclusi da questa selezione, e ciò solleva la questione dei siti che hanno conosciuto vari periodi di occupazione. Torneremo su questo punto nel seguito dell’articolo. Ogni Paese fu sollecitato a fornire i dati afferenti al proprio territorio. Sin dall’inizio, si osservano delle distorsioni nella costruzione della banca dati. Ad esempio, per il lago di Annecy: sulle 46 entità palafitticole identificate nel 2005, solo 12 sono state comunicate dagli attori francesi, senza che questa scelta sia stata motivata. A gradi diversi, la stessa distorsione e la stessa opacità si osservano anche per altri laghi. Alla fine, 937 siti figurano nella banca dati, ed è a partire da questa base che si intraprende un lavoro di selezione, perché è risaputo che i beni seriali composti da troppi elementi funzionano a fatica (come l’esempio del bene seriale spagnolo “Pitture rupestri del bacino del Mediterraneo nella penisola iberica”, iscritto nel 1998, e composto da 758 elementi).

Alla scala del bene, e dall’inizio dell’apertura all’arco alpino, sono state decise delle modalità di ripartizione per Paese, in modo da garantire una certa rappresentatività e da assicurarsi tutte le chances di riuscita. Arnold Béat, l’archeologo cantonale di Neuchâtel, lo dice chiaramente, sono state fissate delle quote: “Il funzionario incaricato delle questioni UNESCO all’Ufficio federale della Cultura ci ha detto: “100 siti al massimo per il vostro progetto” (…) Se lavorate con un sistema multi-Paese, non potete prendere il 95% e lasciare il 5% agli altri. Bisogna trovare un rapporto accettabile. Ha quindi detto “50% per la Svizzera e 50% per gli altri Paesi”. E questo 50% per gli altri Paesi, dovevano ripartirselo fra loro nel quadro della coordinazione internazionale, per non oltrepassare questa quota”. A partire da queste logiche numeriche, è stato stabilito l’ordine di grandezza del numero di siti per Paese. Ed è in questo quadro che dei criteri di selezione vengono fissati, in maniera più o meno omogenea, dai diversi partners.

In rapporto con l’articolo sull’elasticità delle norme nel processo di iscrizione di un bene nella Lista del Patrimonio Mondiale, le due sotto-parti che seguono dimostrano come i differenti criteri dello stadio 3 sono in interazione, concentrandosi particolarmente sulle scelte effettuate nello stadio 3b: “definizione del perimetro e del tipo di sito”.

2.1. I criteri di selezione

Le distorsioni tra una procedura presentata come molto inquadrata e l’applicazione effettiva di tutti questi criteri sono importanti. In sé, nessun criterio è stato sufficiente per selezionare un sito, ed è la combinazione di più criteri e la loro ponderazione relativa, che hanno portato alla selezione. Questa constatazione mette in evidenza il ruolo che hanno giocato gli archeologi responsabili della selezione, che hanno dovuto fronteggiare i contesti amministrativi dei rispettivi Paesi oltre ai differenti contesti locali. L’archeologo incaricato della selezione dei siti in Francia lo esprime in questi termini: “C’era un dossier internazionale, pilotato dalla Svizzera, ma ciascuno dei Paesi aveva una certa autonomia per definire quelli che considerava i siti più importanti, i siti da preservare in maniera assoluta, ed altri su cui si poteva discutere” (intervista con André Marguet, 15/04/2016, Annecy).

 

Documento 3. Quali criteri di selezione per i siti ?

Cinque criteri sono stati presi in considerazione in maniera trasversale, ed hanno pesato in varia misura nelle decisioni. Questi cinque criteri sono ripresi nel documento 3 qui sopra. Per farne una breve lista, si trattava di fare attenzione ai seguenti criteri:

  • La ripartizione geografica e amministrativa.
  • La rappresentatività temporale dei tre periodi della Preistoria, Neolitico antico, Neolitico inferiore, Età del bronzo, anche se, davanti alla realtà archeologica, questa questione è stata soprattutto analizzata nell’argomentazione sfoderata nel dossier di candidatura, mostrando come l’insieme di questi siti su scala alpina permetteva di comprendere meglio questi tre periodi.
  • Lo stato di conservazione del sito, in base alla presenza di scavi archeologici o meno, e in funzione delle due letture differenziate dei testi dell’UNESCO sulla questione della preservazione dei siti. In effetti la ricerca archeologica, appoggiandosi su metodi distruttivi, si situa in una zona intermedia fra preservazione stricto sensu dei siti archeologici (“sotto campana di vetro”) da un lato, e dall’altro l’apporto di conoscenze scientifiche che questi siti possono fornire, lasciando aperto uno spiraglio agli scavi archeologici.
  • L’analisi delle minacce che pesano sui siti, sia escludendo un sito, pur di alto valore archeologico, perché si sa che la sua ubicazione renderà praticamente impossibile la sua salvaguardia, per via del suo valore immobiliare per delle estensioni urbane a breve termine, sia al contrario per preservarlo da appetiti futuri.
  • L’accessibilità per il pubblico e soprattutto l’esistenza di dispositivi di valorizzazione.

 

Documento 4. Due siti iscritti, ma ancora oggetto di scavi archeologici 

Sito palafitticolo lacustre di Lucone, a sud del Lago di Garda (Italia), cantiere permanente di scavi archeologici aperto alla visita. Fotografia di Ana Brancelj, agosto 2017.
Intervista agli archeologi del sito di Olzreute-Enzisholz a Bad Schussenried al nord del lago di Costanza, che è oggetto di scavi archeologici occasionali. Fotografia di Mélanie Duval, agosto 2017.

Riquadro 1. Chi è dentro? Chi è fuori? Il caso delle palafitte di Paladru (Isère)

Sebbene il film Parole, parole, parole d’Alain Resnais (1997) abbia reso popolari i cavalieri-contadini dell’anno Mille del lago di Paladru (soprattutto in questa scena), come spiegare l’assenza dei siti di Paladru dal bene seriale iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale ? Infatti il sito di Colletières, anche se bisogna ben distinguerlo dal sito Neolitico dei Bagnanti, che dista soltanto qualche decina di metri, ha guadagnato una notorietà ben superiore rispetto a quella di tutti gli altri siti palafitticoli francesi.

In un’opera recente pubblicata dalla DRAC* (Billaud et al., 2021), la mancata selezione di Paladru è giustificata da quattro argomenti (pp. 59-60), ciascuno dei quali, però, può essere relativizzato:

1. Il sito non godeva di una protezione regolamentare: è esatto, ma parecchi dei siti palafitticoli selezionati nella serie sono stati classificati come monumenti storici il 24 ottobre 2011, ossia 5 mesi dopo la loro iscrizione nella Lista del Patrimonio Mondiale (27 giugno 2011). Niente impediva che anche il sito neolitico di Paladru facesse parte di questa tornata di classificazione.

2. Sul sito ci sono stati scavi archeologici, e i reperti non sono più visibili sul posto : tuttavia questo è anche il caso del sito di Chalain (Jura), di cui 30 ettari sui 42 totali sono stati oggetto di scavi, e talvolta di saccheggi.

3. Il lago di Paladru “non è un lago demaniale” e il suo statuto fondiario è complesso : certo, ma lo stesso problema tocca il lago privato di Aiguebelette, e non ha nemmeno impedito la classificazione dei due siti palafitticoli come monumenti storici, come previsto dalla legge del 1913.

4. Le attività balneari estive si svolgono in prossimità del sito: queste stesse attività, e la frequentazione turistica che le accompagna, si ritrovano nella maggior parte dei laghi selezionati (Aiguebelette, Chalain, Clairvaux…).

Le vere ragioni della mancata selezione di Paladru sono da cercarsi piuttosto nell’interpretazione delle aspettative del progetto UNESCO da parte degli attori francesi, come evidenziato dalle interviste semi-strutturate condotte nel quadro nelle nostre ricerche.

I sostenitori del progetto hanno in effetti temuto che la compresenza dei due siti, quello neolitico e quello medievale, potesse provocare una confusione dannosa, perturbando il quadro cronologico del dossier di candidatura.

Dal 2011, gli attori del territorio di Voiron hanno sollevato la questione dell’integrazione del sito di Paladru nel bene seriale, ma la DRAC* Alvernia-Rodano-Alpi ha opposto loro la difficoltà tecnica di questo allargamento, che la Francia ha in realtà già praticato (la denominazione di “torri civiche (beffrois) delle Fiandre” estesa nel 2005 alla Piccardia). Su scala mondiale, 56 beni seriali hanno conosciuto allargamenti simili senza che fosse necessario rimaneggiare l’insieme del dossier poiché, per l’UNESCO, si tratta di un “cambiamento minore dei confini”.

Certo, nel caso del bene seriale “Siti Palafitticoli”, l’allargamento della serie non potrebbe senza dubbio limitarsi a Paladru: sulla base delle quote provenienti dalla fase di selezione, gli altri Stati facenti parte del bene sarebbero legittimati a chiedere l’aggiunta di nuovi siti, e nessuno vuole essere il responsabile della riapertura del vaso di Pandora.

Paradossalmente, è proprio a Paladru che aprirà prossimamente il primo museo archeologico di Francia dedicato all’archeologia subacquea (apertura prevista nel 2022). Ne deriva un’incoerenza sorprendente fra un bene seriale UNESCO che soffre di scarsa visibilità e di debole appropriazione in Francia (Duval et al.,2017) ed il sito di Paladru, chiamato a diventare il principale luogo di valorizzazione di questo patrimonio, nonostante sia rimasto fuori dal bene UNESCO…

*DRAC: Direzione Regionale degli Affari Culturali

2.2. Contrazione della lista e utilizzazione dello zoning come strumenti di aggiramento

Questa tappa di selezione durerà quattro anni (2006-2009). Di pari passo all’avanzamento della riflessione in ciascuno dei Paesi Alpini, il dossier è stato registrato nelle Liste indicative dei Paesi coinvolti. Alla vigilia della presentazione del dossier (26 gennaio 2010), la Slovenia è l’ultimo Paese a far entrare i siti palafitticoli nella sua Lista indicativa.

  • Svizzera: 28 dicembre 2004
  • Austria e Italia: 28 gennaio 2009
  • Germania: 6 ottobre 2009
  • Francia: 5 novembre 2009
  • Slovenia: 12 gennaio 2010

Nella versione presentata per la valutazione nel gennaio 2010, il dossier presenta un bene seriale composto da 156 siti. Al termine della fase di valutazione (dicembre 2021), gli esperti dell’ICOMOS (Consiglio internazionale per i monumenti e i siti) chiedono una riduzione del numero di siti. In media, ogni Paese partner deve allora ridurre il suo numero di siti dell’ordine del 20-30%, ad eccezione della Slovenia che può mantenere i due siti inizialmente selezionati (documento 5).

 

Documento 5. Processo di riduzione del numero dei siti per Paese fra 2010 e 2011

Sulla carta, le attese dell’istituzione sono state soddisfatte, con una riduzione del numero dei siti. Nei fatti, una strategia di associazione dei siti tramite il loro zoning ha permesso di aggirare il numero chiuso raccomandato dagli esperti dell’UNESCO, e di includere nel bene UNESCO addirittura più siti rispetto ai 111 ufficialmente registrati (riquadro 2).

 

Riquadro 2. Zone centrali e zone tampone: principi generali e piccole sottigliezze

La definizione di uno zoning fa parte delle aspettative imprescindibili per l’iscrizione di un bene nella Lista del Patrimonio Mondiale. Questa operazione consiste nell’individuare lo spazio al quale si applica una protezione legislativa, regolamentare o istituzionale e che diventa, dopo l’iscrizione nella Lista del Patrimonio Mondiale, uno spazio operativo. Nel caso dei beni seriali transnazionali, e in assenza di una procedura unificata, le delimitazioni restano a discrezione di ogni Paese, secondo i contesti topografici fisici, ma anche politici e sociali.

I testi dell’UNESCO trattano la questione dei confini dei beni in questo senso: “la delimitazione dei confini è una condizione essenziale per attuare una protezione efficace dei beni proposti all’iscrizione. Dei confini devono essere fissati per inglobare tutti gli attributi portatori del valore universale eccezionale, ivi comprese l’integrità o l’autenticità del bene” (Linee guida operative, 2019, art. 99), disposizione completata da “per i beni proposti all’iscrizione in base ai criteri da (i) a (vi), i confini devono essere fissati per includere la totalità delle aree e degli attributi che sono espressione materiale diretta del valore universale eccezionale del bene, così come le aree che, alla luce della possibilità di ricerche future, contribuirebbero e valorizzerebbero potenzialmente la loro comprensione”(Linee guida operative, 2019, art. 100). Questa definizione è particolarmente interessante nel caso dei siti archeologici poco o affatto visibili, perché integra la raccomandazione di proteggere, anticipatamente, delle aree che potrebbero rivelarsi ricche di reperti e portatrici di valore patrimoniale nel futuro. Questo paragrafo, e la lettura differenziata che i diversi attori coinvolti nel dossier “Siti palafitticoli” ne hanno dato, spiegano in parte le disparità nella concezione delle zone centrali, che sono o strettamente delimitate alla presenza materiale comprovata dei reperti, o designate in maniera molto più arbitraria.

Lo statuto delle zone tampone resta abbastanza vago: anche se le Linee guida operative non le presentano come uno zoning obbligatorio, la loro assenza deve essere giustificata all’occorrenza (Linee guida operative, 2019, art. 106). Il paragrafo 104 fissa i seguenti elementi di definizione: “una zona tampone è un’area che circonda il bene proposto all’iscrizione, i cui uso e pianificazione territoriale sono sottoposti a restrizioni giuridiche e/o consuetudinarie, al fine di assicurare una protezione supplementare al bene. Questa zona deve includere i dintorni immediati del bene proposto all’iscrizione, le prospettive visive importanti e le altre aree o caratteristiche che hanno un ruolo funzionale importante rispetto al bene ed alla sua protezione. Lo spazio che costituisce la zona tampone deve essere determinato di volta in volta in base a meccanismi appropriati (...)”.

Per i beni seriali, nessun testo precisa se la zona supplementare di protezione, detta “zona tampone”, deve essere pensata sulla scala di un singolo elemento, o se può essere comune a vari elementi, soprattutto in caso di beni seriali geograficamente vicini. Su grande scala, la discontinuità o addirittura la dispersione geografica dei diversi elementi della serie sembra imporre una definizione di zona tampone attorno ad ogni singolo elemento, anche se lo studio del caso dei siti palafitticoli mostra come svariati elementi di una serie possono essere associati ad una stessa zona tampone.

In assenza di precisazioni supplementari nei testi dell’UNESCO, la necessità di concepire un tal tipo di zoning, coniugata alle protezioni legislative e regolamentari proprie di ciascuno Stato membro, dà luogo a svariate configurazioni possibili, le più comuni delle quali sono 1) un elemento corrisponde a una zona centrale 2) un elemento corrisponde ad una zona centrale con la rispettiva zona tampone 3) un elemento corrisponde a più zone centrali con una zona tampone comune.

 

Le zone centrali e le zone tampone sono state definite in base alla superficie coperta dai resti archeologici, con la volontà di proteggere un massimo di siti, sempre tenendo in conto i vincoli fondiari e la posta in gioco relativa all’assetto territoriale. Le zone tampone in particolare riflettono bene queste preoccupazioni. Il loro tracciato punta allo stesso tempo ad assicurare una protezione supplementare rispetto alle zone centrali, senza tuttavia arrivare al punto di prendere in considerazione l’insieme della superficie lacustre o palustre in cui si trova il sito palafitticolo. Un tale approccio estensivo avrebbe in effetti portato ad una maggiore complessità delle poste in gioco politiche, economiche e sociali sul posto, con il rischio di rendere queste zone tampone poco operative.

Sul piano fondiario, si tratta soprattutto di evitare di stabilire uno zoning che includerebbe delle proprietà private. D’altronde, é proprio questa realtà fondiaria che avrebbe in parte escluso il sito del lago di Paladru (cfr riquadro 1). Questa stessa logica si ritrova in Svizzera: “per esempio, ad Auvernier, il limite del sito era ai piedi della vecchia spiaggia, dove terminavano tutti i confini delle parcelle costruite. Avanzare di un metro in queste zone vuol dire confrontarsi con centinaia di proprietari” (intervista ad Arnold Béat, 14 giugno 2017, Neuchâtel).

Allo stesso tempo, gli archeologi vorrebbero proteggere un numero massimo di siti, perché sono i siti nel loro insieme che permettono di comprendere il processo di sedentarizzazione intorno alle Alpi. Inoltre, nella composizione del dossier, appare evidente una tensione fra, da una parte, le aspettative degli esperti dell’UNESCO con la riduzione del numero dei siti che costituiscono la serie e, dall’altra parte, la volontà degli archeologi di prendere in considerazione il maggior numero di siti possibile. L’archeologo francese incaricato della selezione esprime la questione in questi termini: “bisognava fare una scelta, ed é là che le cose si sono messe male, perché in effetti gli archeologi dicevano ‘noi non possiamo scegliere’ e l’amministrazione UNESCO diceva ’bisogna assolutamente scegliere’. Quindi ciascuno dei Paesi ha cercato di classificare i siti a cui pensava” (intervista a André Marguet, 15 aprile 2016, Annecy). In realtà certi siti sono un raggruppamento di due siti distinti, in maniera da proteggere il maggior numero possibile di siti senza aumentare ufficialmente il loro numero. Così nella baia di Grésine, nel lago del Bourget, a Brison-Saint-Innocent, due villaggi distinti occupati alla stessa epoca ma separati da 300 metri, sono diventati un solo sito per l’UNESCO. Insomma, la lista dei 111 siti rinvia a realtà archeologiche differenti: un sito menzionato nella lista dei 111 può corrispondere ad un insediamento lacustre, come nel caso, relativamente semplice, del sito “Hautecombe”, vicino al lago del Bourget, con un insediamento neolitico in zona centrale ristretta ed una zona tampone limitata tutt’intorno alla zona centrale. Ma può anche inglobare più insediamenti di periodi differenti, associati tramite la creazione di zone centrali e/o zone tampone (documento 6) come nel caso estremo del sito denominato “Il Grande Lago di Clairvaux” (Jura), che conta 19 insediamenti occupati dal Neolitico alla fine dell’età del Bronzo (dal 3800 all’800 a.C.).

 

Documento 6. Strategia d’associazione dei siti palafitticoli tramite la definizione di uno zoning

Questa strategia che punta ad associare più insediamenti in uno stesso sito non é esclusiva della Francia, e gli altri cinque Paesi hanno ugualmente proceduto a questo tipo di associazione con delle varianti in funzione del contesto topografico, archeologico e fondiario.

2.3. Le ripercussioni sulla protezione dei siti palafitticoli

L’associazione dei siti in questi diversi tipi di zoning è stata accompagnata, in base ai contesti regolamentari dei diversi Paesi, dall’adozione di misure di protezione. In Francia, l’effetto è stato importante, nella misura in cui le zone centrali sono state rinforzate dalla classificazione dei siti come monumenti storici. Più precisamente, le zone centrali sono venute a costituire il perimetro dei siti classificati come monumenti storici, classificazione necessaria alla loro selezione nella lista francese. In effetti, per poter essere iscritto nella lista del Patrimonio Mondiale, sia come bene unico, sia come bene seriale, l’elemento spaziale deve beneficiare a monte del più alto livello di protezione disponibile nel Paese. In Francia, i beni culturali devono essere classificati come monumenti storici per poter essere successivamente iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale. Nel caso dei siti palafitticoli, pochi siti beneficiavano di questa classificazione prima della presentazione del dossier UNESCO, e questo progetto ha portato ad allargare il numero di siti che ne beneficiavano, andando al di là degli 11 siti selezionati nel quadro del dossier di candidatura al patrimonio mondiale (documento 7).

 

Documento 7. Effetto del dossier UNESCO sulla classificazione dei siti palafitticoli come monumenti storici nei dipartimenti di Savoia, Alta Savoia e Jura

Con l’avanzare della costruzione del bene seriale, non tutti i siti classificati come monumenti storici saranno selezionati. Ciononostante, lo statuto di monumenti storici assicura loro una protezione, in particolare con la presa in considerazione di questi siti nei regolamenti di navigazione. Così, per il lago del Bourget, il nuovo regolamento specifico della sicurezza della navigazione (adattato il 18 maggio 2015) comporta due punti in rapporto con i siti palafitticoli: un divieto d’ancoraggio e un divieto di immersione. Queste due restrizioni si applicano per i siti palafitticoli classificati come monumenti storici, indipendentemente dal fatto che questi ultimi facciano parte della lista dei 111. Così, per il sito di Conjux, che non figura più nella lista dei 111, né in nessuno zoning, lo statuto di monumento storico garantisce comunque un livello di protezione al luogo.

Per completare e complicare il tutto, le carte regionali di localizzazione dei siti selezionati per fare parte del bene nella prima parte del dossier UNESCO, menzionano dei “siti associati”. Alcuni di essi, pur non facendo parte dei 111 siti ufficialmente selezionati, sono effettivamente associati a questi ultimi grazie alla loro integrazione nelle zone centrali o tampone. Per altri, come il sito neolitico di Paladru, i siti sono qualificati come “siti associati” sebbene non facciano parte di nessuno zoning. Tramite questa visualizzazione e questa forma di associazione, gli archeologi coinvolti nel montaggio del dossier intendono sensibilizzare più largamente gli attori territoriali ed i poteri pubblici sulla realtà dei siti palafitticoli. Tutto questo è anche legato al contesto federale svizzero ed alla volontà iniziale degli archeologi promotori del dossier di utilizzare l’iscrizione nella Lista del Patrimonio mondiale in maniera da mettere la Confederazione in una posizione di obbligo di protezione di questi siti archeologici gestiti dai Cantoni.

Questa strategia estensiva non è priva di effetti sulla comprensione che i gestori hanno oggi di questo bene seriale (riquadro 3). In archeologia, due siti separati, anche se solo a una cinquantina di metri, sono considerati come due siti diversi. Qui, dei siti talvolta di epoche diverse sono stati iscritti insieme sulla lista, in qualità di “siti collegati”. Quando dei nuovi attori gestiscono i dossier (soprattutto perché molti degli attori presenti all’inizio sono oggi in pensione) hanno talvolta molte difficoltà a comprendere le modalità in base alle quali i siti sono stati iscritti, talvolta in forte discrepanza con le prassi a cui i loro percorsi li avevano abituati.

 

Riquadro 3. Le strutture di gestione di questo bene seriale

Nell’intento di gestire questo bene transnazionale seriale che coinvolge sei Paesi, gli attori coinvolti nella composizione del dossier hanno pensato alla creazione di un “gruppo di coordinazione internazionale”. Con un ritmo di una, poi due riunioni all’anno, questo gruppo è composto da uno o due rappresentanti di ogni Paese. I loro statuti e competenze sono direttamente legati all’organizzazione del settore culturale nel loro Paese rispettivo. Per la Francia, i siti palafitticoli selezionati si suddividono in due regioni: 9 siti in Alvernia-Rodano-Alpi e 2 siti in Borgogna-Franca Contea. Designato da un decreto interministeriale del 2013 come coordinatore per la Francia, il prefetto della regione Alvernia-Rodano-Alpi è l’interlocutore istituzionale per questo bene UNESCO. Sotto la sua autorità, i funzionari della Direzione Regionale degli Affari Culturali (DRAC, servizio regionale d’archeologia), partecipano alle riunioni del gruppo di coordinamento internazionale, qualche volta accompagnati dai loro omologhi della regione Borgogna-Franca Contea. Per la Confederazione Elvetica, un archeologo cantonale eletto dagli archeologi cantonali competenti per questo bene UNESCO e un rappresentante dell’Ufficio Federale della Cultura presiedono l’organo di gestione. Gli statuti dei rappresentanti degli altri quattro Paesi variano in base alle modalità di gestione della Cultura propria di ogni Paese.

Il dossier di candidatura del bene evidenzia la volontà di fare di questo gruppo di coordinamento internazionale un organismo non soltanto di monitoraggio, ma anche di gestione e di animazione del bene seriale. Nei fatti, le azioni trasversali sono fortemente limitate dalle difficoltà di dotare questo gruppo di finanziamenti propri. Finanziate dai partner svizzeri, le missioni di segreteria sono oggi condivise con quelle della società archeologica svizzera. In discussione dal 2017, un accordo è sul punto di essere trovato, secondo il quale ogni Paese partner parteciperebbe finanziariamente al funzionamento del gruppo di coordinamento internazionale ed al finanziamento di azioni trasversali, in misura proporzionale al numero di siti palafitticoli presenti nella lista dei 111.

A parte qualche progetto trasversale, le missioni di ricerca e di animazione rientrano soprattutto nell’ambito decisionale degli Stati membri. Ogni Stato membro è responsabile della gestione dei siti palafitticoli situati nel proprio territorio, e produce i rapporti di sintesi annuali che il gruppo trasmette alla Segreteria del Patrimonio Mondiale nel quadro della procedura usuale di monitoraggio dei siti (Duval et al., 2020). Le azioni intraprese a livello nazionale e regionale dipendono dunque dalle capacità dei funzionari coinvolti di incanalare sovvenzioni sui siti palafitticoli nell’ambito delle rispettive amministrazioni . Per esempio, in Francia, la persona incaricata del monitoraggio dei siti palafitticoli è più ampiamente incaricata dei 5 siti culturali della regione Alvernia-Rodano-Alpi iscritti nella Lista del Patrimonio mondiale, e ciò implica necessariamente delle scelte a livello del budget.

Considerando la dimensione seriale del bene, l’obbligo di gestione imposto agli Stati membri si accompagna ad un’idea di corresponsabilità, riconosciuta come principio nelle mentalità degli uni e degli altri (cfr parte 2.3, Duval et al., 2021). Alimentata dai discorsi degli alti funzionari francesi che lavorano per l’UNESCO, questa idea è fortemente ancorata nella mentalità dei funzionari dei beni culturali, e trasmessa da loro nei discorsi agli attori locali: “Il giorno in cui uno dei siti pone un problema, sono tutti i 111 siti che vengono radiati. L’UNESCO non prevede la configurazione in cui ce ne sarebbe uno che sia rovinato, che sia escluso dall’insieme e che il bene sia ormai composto da 110 siti” (dichiarazioni pronunciate durante una riunione degli attori alla Casa del Lago, Comunità di comuni del lago d’Aiguebelette, 24 settembre 2020). L’analisi della Lista del patrimonio mondiale porta a relativizzare tali propositi, in particolare con l’esempio delle modificazioni del bene seriale georgiano inizialmente denominato "Cattedrale di Bagrati e monastero di Ghélati". Rimaneggiato nel 2017, in maniera da escludere la cattedrale, giudicata come danneggiata, è ormai un bene culturale unico che figura sulla Lista, e denominato "Monastero di Ghélati" (riquadro 6 in Duval et al., 2021).

 

Conclusione

Questo caso di studio sulle modalità di costruzione del bene seriale “Siti palafitticoli preistorici dell’arco alpino” dimostra la dimensione “costruita” del processo di iscrizione nella Lista del Patrimonio mondiale. Non esistono beni patrimoniali per essenza, ma delle costruzioni socio-spaziali fatte di scelte, allo stesso tempo successive e interconnesse, in materia di tipo di categoria, di scala spaziale, di rappresentatività e di zoning. Variabili in base agli attori coinvolti nel dossier, queste scelte sono il risultato di una griglia di lettura complessa, che mescola diverse interpretazioni delle aspettative dell’UNESCO, differenti tipi di posta in gioco (di salvaguardia, di sensibilizzazione, di cooperazione, di governance) così come i vincoli fondiari e di assetto territoriale diversamente percepiti dagli attori coinvolti nella creazione del dossier.

Questo caso di studio dimostra ugualmente la tensione che può esistere tra due polarità al momento della costruzione di un bene UNESCO, da una parte le aspettative degli esperti dell’UNESCO (ridurre il numero dei siti), dall’altra la volontà degli archeologi di proteggere un numero massimo di siti. L’analisi delle zonizzazioni ha dimostrato come gli archeologi hanno tentato di rispondere a questa ingiunzione restrittiva inglobando il maggior numero di siti nel bene seriale.

In parte, questa strategia estensiva ha avuto degli effetti sulla leggibilità e sulla comprensione del bene seriale per come è iscritto nella Lista del Patrimonio mondiale. Allo stesso tempo, questa ambizione di coprire l’insieme dei siti palafitticoli dell’arco alpino ha portato ad una presa di coscienza da parte dei poteri pubblici circa l’interesse di questi siti, con una moltiplicazione del 3,6 del numero di siti palafitticoli classificati come monumenti storici nei dipartimenti francesi interessati dal bene seriale.

Per concludere, la costruzione di questo bene seriale solleva la questione degli effetti di quest’ultimo in materia di presa di coscienza del valore di patrimonio di questo tipo di siti da parte degli attori territoriali e dei comuni cittadini. Alcune ricerche svolte sui laghi savoiardi ed alto-savoiardi dimostrano che il lago di Aiguebelette riesce oggi a inserire i suoi siti palafitticoli facenti parte del bene seriale nelle proprie logiche patrimoniali e turistiche, mentre i vicini laghi del Bourget, d’Annecy e di Ginevra (Lemano) hanno molte difficoltà ad appropriarsi di queste dinamiche (Wdowiak e Jobert, 2021 ; Duval e Brancelj, 2021). Questi posizionamenti differenziati invitano a proseguire la ricerca sulle ragioni che permettono ai beni iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale di diventare dei vettori di sviluppo territoriale oppure no.

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Pour citer cette ressource :

Ana Brancelj, Mélanie Duval, Christophe Gauchon, "Analisi delle modalità di costruzione di un bene seriale in vista di un’iscrizione nella Lista del Patrimonio Mondiale. L’esempio del bene “Siti palafitticoli preistorici dell’arco alpino”", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), novembre 2022. Consulté le 02/12/2022. URL: https://cle.ens-lyon.fr/italien/se-former/dnl/dnl-geographie/siti-palafitticoli-unesco