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Donne e Resistenza nel Grossetano e nel Senese - 1

Par Luciana Rocchi : Historienne - Istituto storico grossetano della Resistenza e dell'età contemporanea
Publié par Damien Prévost le 03/12/2008
È utile premettere qual è oggi la cornice entro cui si inscrive qualunque ricerca, o anche semplicemente sommaria ricognizione, di carattere locale sul contributo che ha offerto alla Resistenza la presenza delle donne.

Considerazioni sulla scelta

Luciana Rocchi, directrice de l'Istituto storico grossetano della Resistenza e dell'età contemporanea

È utile premettere qual è oggi la cornice entro cui si inscrive qualunque ricerca, o anche semplicemente sommaria ricognizione, di carattere locale sul contributo che ha offerto alla Resistenza la presenza delle donne. Gli elementi di novità scaturiti dalla storiografia più recente sulla Resistenza, il contributo metodologico proveniente dai nuovi studi di genere, le riflessioni sulla memoria di carattere sia storico che antropologico, in Italia e non solo, hanno permesso una ridefinizione del ruolo delle donne nella Resistenza. Una cesura fondamentale è rappresentata dallo studio di Claudio Pavone, che analizza tra gli altri il tema della scelta, quando le italiane e gli italiani si trovarono di fronte a eventi eccezionali, e "il vuoto eccezionale creato dall'8 settembre" li sospinse a "scelte alle quali molti di loro mai pensavano che la vita potesse chiamarli".[1] Sul versante degli studi di genere, in un saggio del 2000 Ersilia Alessandrone Perona[2] disegnava efficacemente i mutamenti di prospettiva degli studi su questo tema nel corso del tempo. Ne tracciava i passaggi, dall'iniziale collocazione all'interno dei tradizionali quadri concettuali maschili, alle nuove puntualizzazioni sulla Resistenza civile, alla introduzione della categoria di maternage, fino alla riflessione sulla "politicità" della scelta delle donne resistenti, in una accezione di politica molto più larga di quella tradizionale e compresa nella nuova categoria generale di "Resistenze". Declinare al femminile la scelta intanto obbliga a mettere in questione l'immagine di un'adesione spontanea e irriflessa e tutta inscritta nel "naturale", che ne offusca i caratteri forti di storicità, e restituisce all'adesione delle donne - Resistenza armata o Resistenza civile - un significato di libertà "implicito nel suo essere atto di disobbedienza" in quanto "disobbedienza a chi aveva la forza di farsi obbedire".[3] Il valore non secondario di questo tipo di approccio si estende alla riflessione sul confine tra Resistenza civile e Resistenza armata, tra i diversi livelli dell'uso della violenza, dal rifiuto delle armi, all'uso della violenza "necessaria", alla violenza "gratuita". La casistica che emerge da molte nuove testimonianze e da alcune storie di vita rende ragione dell'ipotesi di attribuzione ai gesti delle donne di un significato politico, oltre la spontaneità del bisogno di cura tipicamente femminile, oltre il confine della risposta ai bisogni elementari di padri, mariti, fratelli. Dunque permette di declinare non solo ma anche come scelta politica la loro partecipazione alla lotta partigiana, in più, all'interno di un confronto accettato con l'esperienza della violenza della guerra, guerra civile, ma che contiene anche le tracce di un'adesione - pur non sempre consapevole - ad un'etica della responsabilità. Su questo aspetto scontiamo molti silenzi, di cui Anna Rossi Doria coglie implicazioni e conseguenze, quando richiama l'attenzione sul

nesso forte ancora in gran parte da indagare tra il mancato riconoscimento sociale e politico del ruolo svolto dalle donne partigiane e dalle deportate alla fine della guerra e le generali debolezze e difficoltà...della costruzione della cittadinanza delle donne.[4] A questi oggi si corre il rischio di aggiungere altri silenzi, dettati da quell'uso politico della storia che in Italia da tempo sta condizionando il discorso pubblico sulla Resistenza. Il caso di cui si tratta in queste brevi note è quello della Toscana meridionale, precisamente del territorio delle due province di Siena e Grosseto. Le aree geografiche e sociali senese e grossetana hanno tra loro più di una similitudine: economie rurali e - soprattutto nel grossetano - grandi spazi extraurbani, luoghi ideali per la vita alla macchia; realtà sociali teatro di aspri conflitti che hanno attraversato la prima metà del Novecento, un fascismo robusto che attrasse ceti agrari e non privo di collegamenti tra i due territori - basta pensare alla presenza di Giorgio Alberto Chiurco nelle prime azioni squadristiche a Grosseto. Sono conflitti sociali e politici che si dispiegheranno fin dopo la fine della guerra, sul terreno delle lotte per la terra, con una consistente partecipazione femminile, e anche in questo caso una correlazione di persone, uomini e donne, come Emo Bonifazi a Wanda Parracciani, leader del Partito Comunista Italiano attivi in momenti diversi nelle due aree. Sono anche territori che hanno conosciuto una partecipazione civile alla Resistenza che ha coinvolto ampiamente la campagna: molta "Resistenza taciuta", nessun episodio di memoria divisa, nemmeno sulla strage degli 83 minatori della Niccioleta, uccisi dai nazifascisti nel 1944. Guardando alle donne che aderirono alla Resistenza: sulle ventidue senesi di cui conosciamo almeno in parte la storia, tre sono di estrazione piccolo-borghese, mentre la maggior parte appartiene a famiglie mezzadrili, di operai e artigiani. Sono storie mai indagate prima, come dimostra un vecchio studio del '78 sulla Resistenza delle donne toscane, che parla di Siena come di zona quasi vuota di partecipazione femminile. Simile la condizione sociale delle grossetane, meno numerose. Un fenomeno rimasto da sempre nella memoria locale, che la documentazione d'archivio conferma, sono le dimostrazioni di donne, nel senese e nel grossetano, tra fine '43 e estate '44. In molte scesero in piazza per sottrarre le famiglie dei giovani renitenti all'arresto. Chiusdino, Manciano, Massa Marittima vedono donne schierarsi contro le autorità del fascismo repubblicano e compiere un atto di rivolta, cui spesso segue, come premio al loro coraggio, la scarcerazione delle madri arrestate. Quello che pare delinearsi rispetto alla loro scelta è un intreccio tra dimensione politica, morale e culturale. Un'analisi comparata tra le diverse storie di vita ricostruite rivela in molti casi all'origine la presenza di un uomo. A Santa Fiora Wanda Parracciani è membro del GAP, al seguito dell'uomo che poi sposerà, il futuro parlamentare comunista Fernando Di Giulio. Con lui lavora all'inizio ad un giornale clandestino e in seguito rifornisce di viveri e armi la banda partigiana dell'Amiata. Nara Scaloncini, adolescente di 13-14 anni, di fronte ad una condanna del fratello, scarcerato per l'intervento della madre, avverte la necessità di una solidarietà familiare totale - dice: lì o ci si salvava tutti o nessuno. Quando il fratello fa la scelta partigiana, diventa staffetta, porta borse piene di soldi, viveri, informazioni. Le saranno riconosciute due azioni; il suo nome è scolpito nel Palazzo pubblico, a Siena. Sulle colline del Fiora, nel sud della provincia di Grosseto, la moglie del comandante della BAM, incinta, decide di condividere con il marito la vita alla macchia insieme ad un'altra donna. Tutt'e due rimarranno nella banda fino al suo scioglimento, in seguito ad un rastrellamento fascista. Licena Boschi, grossetana, dopo aver seguito il marito antifascista al confino negli anni Trenta, rimane sola con due figli, quando lui muore, vittima di un bombardamento alleato. Sfollata con la famiglia in provincia di Lucca, partecipa lì come staffetta alla Resistenza. Edda Servi, ebrea pitiglianese, quando i genitori vengono internati in un campo di concentramento provinciale, va alla macchia coi fratelli. Qui c'è la somma delle due condizioni: perseguitata come ebrea e ricercata per la compromissione con la Resistenza. Vera Aldinucci Avanzati ha nel padre un esempio di impegno antifascista e matura la sua partecipazione alla Resistenza dopo l'incontro con Fortunato Avanzati, Viro, comandante della mitica banda Spartaco Lavagnini. Sarà l'antifascismo del marito, oltre a circostanze particolari, a segnare una svolta nella vita di Lina Pianigiani Orlandini, di famiglia senese benestante e conservatrice.

Mentre per Bruna Talluri, figura di rilievo come intellettuale nell'antifascismo azionista senese durante e dopo la guerra, c'è all'origine dell'impegno ancora prima del 25 luglio '43 una personale riflessione, sollecitata dalla condanna al confino subita dal padre.

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Note

[1] C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991: 23.

[2] E. Alessandrone Perona, Donne guerra politica: le provocazioni di una ricerca, in D. Gagliani, E. Guerra, L. Mariani e F. Tarozzi, Donne guerra politica, CLUEB, Bologna 2000: 287-302.

[3] C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, cit.: 25.

[4] A. Rossi Doria, Intervento, in  Resistenze. Soggettività delle donne tra passato e presente, a cura di L. Ronchetti, V. Serafini e M. Tola, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento delle Pari Opportunità, Roma 2001: 85.

Pour citer cette ressource :

Luciana Rocchi, "Donne e Resistenza nel Grossetano e nel Senese - 1", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), décembre 2008. Consulté le 19/09/2018. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/civilisation/xxe-xxie/seconde-guerre-mondiale/donne-e-resistenza-nel-grossetano-e-nel-senese-1