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Donne e Resistenza nel Grossetano e nel Senese

Par Luciana Rocchi : Historienne - Directrice de l'Istituto storico grossetano della Resistenza e dell'età contemporanea
Publié par Damien Prévost le 12/03/2008
È utile premettere qual è oggi la cornice entro cui si inscrive qualunque ricerca, o anche semplicemente sommaria ricognizione, di carattere locale sul contributo che ha offerto alla Resistenza la presenza delle donne.

Considerazioni sulla scelta

È utile premettere qual è oggi la cornice entro cui si inscrive qualunque ricerca, o anche semplicemente sommaria ricognizione, di carattere locale sul contributo che ha offerto alla Resistenza la presenza delle donne.

Gli elementi di novità scaturiti dalla storiografia più recente sulla Resistenza, il contributo metodologico proveniente dai nuovi studi di genere, le riflessioni sulla memoria di carattere sia storico che antropologico, in Italia e non solo, hanno permesso una ridefinizione del ruolo delle donne nella Resistenza. Una cesura fondamentale è rappresentata dallo studio di Claudio Pavone, che analizza tra gli altri il tema della scelta, quando le italiane e gli italiani si trovarono di fronte a eventi eccezionali, e "il vuoto eccezionale creato dall'8 settembre" li sospinse a "scelte alle quali molti di loro mai pensavano che la vita potesse chiamarli"[1].

Sul versante degli studi di genere, in un saggio del 2000 Ersilia Alessandrone Perona[2] disegnava efficacemente i mutamenti di prospettiva degli studi su questo tema nel corso del tempo. Ne tracciava i passaggi, dall'iniziale collocazione all'interno dei tradizionali quadri concettuali maschili, alle nuove puntualizzazioni sulla Resistenza civile, alla introduzione della categoria di maternage, fino alla riflessione sulla "politicità" della scelta delle donne resistenti, in una accezione di politica molto più larga di quella tradizionale e compresa nella nuova categoria generale di "Resistenze".

Declinare al femminile la scelta intanto obbliga a mettere in questione l'immagine di un'adesione spontanea e irriflessa e tutta inscritta nel "naturale", che ne offusca i caratteri forti di storicità, e restituisce all'adesione delle donne - Resistenza armata o Resistenza civile - un significato di libertà "implicito nel suo essere atto di disobbedienza" in quanto "disobbedienza a chi aveva la forza di farsi obbedire"[3]. Il valore non secondario di questo tipo di approccio si estende alla riflessione sul confine tra Resistenza civile e Resistenza armata, tra i diversi livelli dell'uso della violenza, dal rifiuto delle armi, all'uso della violenza "necessaria", alla violenza "gratuita". La casistica che emerge da molte nuove testimonianze e da alcune storie di vita rende ragione dell'ipotesi di attribuzione ai gesti delle donne di un significato politico, oltre la spontaneità del bisogno di cura tipicamente femminile, oltre il confine della risposta ai bisogni elementari di padri, mariti, fratelli. Dunque permette di declinare non solo ma anche come scelta politica la loro partecipazione alla lotta partigiana, in più, all'interno di un confronto accettato con l'esperienza della violenza della guerra, guerra civile, ma che contiene anche le tracce di un'adesione - pur non sempre consapevole - ad un'etica della responsabilità. Su questo aspetto scontiamo molti silenzi, di cui Anna Rossi Doria coglie implicazioni e conseguenze, quando richiama l'attenzione sul

nesso forte ancora in gran parte da indagare tra il mancato riconoscimento sociale e politico del ruolo svolto dalle donne partigiane e dalle deportate alla fine della guerra e le generali debolezze e difficoltà...della costruzione della cittadinanza delle donne[4].

A questi oggi si corre il rischio di aggiungere altri silenzi, dettati da quell'uso politico della storia che in Italia da tempo sta condizionando il discorso pubblico sulla Resistenza.

Il caso di cui si tratta in queste brevi note è quello della Toscana meridionale, precisamente del territorio delle due province di Siena e Grosseto.

Le aree geografiche e sociali senese e grossetana hanno tra loro più di una similitudine: economie rurali e - soprattutto nel grossetano - grandi spazi extraurbani, luoghi ideali per la vita alla macchia; realtà sociali teatro di aspri conflitti che hanno attraversato la prima metà del Novecento, un fascismo robusto che attrasse ceti agrari e non privo di collegamenti tra i due territori - basta pensare alla presenza di Giorgio Alberto Chiurco nelle prime azioni squadristiche a Grosseto. Sono conflitti sociali e politici che si dispiegheranno fin dopo la fine della guerra, sul terreno delle lotte per la terra, con una consistente partecipazione femminile, e anche in questo caso una correlazione di persone, uomini e donne, come Emo Bonifazi a Wanda Parracciani, leader del Partito Comunista Italiano attivi in momenti diversi nelle due aree. Sono anche territori che hanno conosciuto una partecipazione civile alla Resistenza che ha coinvolto ampiamente la campagna: molta "Resistenza taciuta", nessun episodio di memoria divisa, nemmeno sulla strage degli 83 minatori della Niccioleta, uccisi dai nazifascisti nel 1944.

Guardando alle donne che aderirono alla Resistenza: sulle ventidue senesi di cui conosciamo almeno in parte la storia, tre sono di estrazione piccolo-borghese, mentre la maggior parte appartiene a famiglie mezzadrili, di operai e artigiani. Sono storie mai indagate prima, come dimostra un vecchio studio del '78 sulla Resistenza delle donne toscane, che parla di Siena come di zona quasi vuota di partecipazione femminile. Simile la condizione sociale delle grossetane, meno numerose.

Un fenomeno rimasto da sempre nella memoria locale, che la documentazione d'archivio conferma, sono le dimostrazioni di donne, nel senese e nel grossetano, tra fine '43 e estate '44. In molte scesero in piazza per sottrarre le famiglie dei giovani renitenti all'arresto. Chiusdino, Manciano, Massa Marittima vedono donne schierarsi contro le autorità del fascismo repubblicano e compiere un atto di rivolta, cui spesso segue, come premio al loro coraggio, la scarcerazione delle madri arrestate.

Quello che pare delinearsi rispetto alla loro scelta è un intreccio tra dimensione politica, morale e culturale.

Un'analisi comparata tra le diverse storie di vita ricostruite rivela in molti casi all'origine la presenza di un uomo. A Santa Fiora Wanda Parracciani è membro del GAP, al seguito dell'uomo che poi sposerà, il futuro parlamentare comunista Fernando Di Giulio. Con lui lavora all'inizio ad un giornale clandestino e in seguito rifornisce di viveri e armi la banda partigiana dell'Amiata.

Nara Scaloncini, adolescente di 13-14 anni, di fronte ad una condanna del fratello, scarcerato per l'intervento della madre, avverte la necessità di una solidarietà familiare totale - dice: lì o ci si salvava tutti o nessuno. Quando il fratello fa la scelta partigiana, diventa staffetta, porta borse piene di soldi, viveri, informazioni. Le saranno riconosciute due azioni; il suo nome è scolpito nel Palazzo pubblico, a Siena.

Sulle colline del Fiora, nel sud della provincia di Grosseto, la moglie del comandante della BAM, incinta, decide di condividere con il marito la vita alla macchia insieme ad un'altra donna. Tutt'e due rimarranno nella banda fino al suo scioglimento, in seguito ad un rastrellamento fascista.

Licena Boschi, grossetana, dopo aver seguito il marito antifascista al confino negli anni Trenta, rimane sola con due figli, quando lui muore, vittima di un bombardamento alleato. Sfollata con la famiglia in provincia di Lucca, partecipa lì come staffetta alla Resistenza.

Edda Servi, ebrea pitiglianese, quando i genitori vengono internati in un campo di concentramento provinciale, va alla macchia coi fratelli. Qui c'è la somma delle due condizioni: perseguitata come ebrea e ricercata per la compromissione con la Resistenza.

Vera Aldinucci Avanzati ha nel padre un esempio di impegno antifascista e matura la sua partecipazione alla Resistenza dopo l'incontro con Fortunato Avanzati, Viro, comandante della mitica banda Spartaco Lavagnini.

Sarà l'antifascismo del marito, oltre a circostanze particolari, a segnare una svolta nella vita di Lina Pianigiani Orlandini, di famiglia senese benestante e conservatrice.

Mentre per Bruna Talluri, figura di rilievo come intellettuale nell'antifascismo azionista senese durante e dopo la guerra, c'è all'origine dell'impegno ancora prima del 25 luglio '43 una personale riflessione, sollecitata dalla condanna al confino subita dal padre.

La peculiarità di queste storie si rivela se le seguiamo dopo, perché mostrano forme diverse di elaborazione, ma tutte una maturazione che avviene durante e dopo quell'esperienza senza precedenti. Wanda Parracciani e Licena Boschi scelgono subito l'impegno politico comunista. Licena è la prima donna consigliera comunale ed assessore della Grosseto liberata. Di lei articoli pubblicati su un periodico locale mostrano uno straordinario attivismo nella gestione dei servizi sociali, ma anche una consapevolezza precisa dei nuovi compiti politici delle donne, dopo la conquista del diritto di voto.

Di Wanda abbiamo un intervento appassionato dell'agosto 1944 - a due mesi dalla Liberazione di Grosseto - sui compiti politici delle donne, in una conferenza di organizzazione del PCI grossetano. Lì si esprime con chiarezza a favore di un'impostazione larga, come organizzazione di tutte le donne antifasciste, da dare alla neocostituita Unione Donne Italiane, con accenti diversi da quelli che nello stesso contesto esprimeva la Direzione del PCI locale. E dichiara un'intenzionalità politica ferma, quando dice: "La donna non intende fermarsi a quello che ha fatto in circostanze eccezionali". In seguito sarà al fianco delle mezzadre per la conquista di diritti nel lavoro e rispetto al ruolo familiare, prima tra Siena e Grosseto, poi nel Lazio, dove dice di aver fatto la sua più importante conquista cacciando i Torlonia dai loro latifondi.

Sembrano percorsi simili, forse non eccezionali, ma significativi per la capacità di coniugare una dimensione d'impegno politico generale con la maturazione di una  consapevolezza di genere. Soprattutto la Parracciani, che intuisce già nelle lotte agrarie degli anni Cinquanta la necessità di una solidarietà con le donne di diverso orientamento politico (legate alla Democrazia Cristiana) della Coldiretti, su battaglie che riguardano per esempio i rapporti proprietari all'interno del nucleo familiare e la rivendicazione di un ruolo nella produzione di reddito del nucleo familiare: è il problema del lavoro "invisibile" delle donne in agricoltura, rivendicato non intermini di lotta di classe, ma rispetto a padri e mariti. Quello che ho rintracciato nella ricerca sul grossetano è un filo sotterraneo di continuità tra questa impostazione e l'emersione, decenni dopo, di una soggettività femminile più matura. È come un fiume carsico che scorre sotto le battaglie di quelle che ho chiamato donne "che lottano per gli uomini" - le lotte per i minatori, per esempio, che occupano tutti gli anni Cinquanta e buona parte dei Sessanta - per emergere negli anni Settanta, quando le donne "lottano con le donne" su contenuti propri. Come una staffetta tra generazioni.

L'incipit dell'impegno di Bruna Talluri mi è parso avere qualche similitudine con la storia di vita di Rossana Rossanda, per una spinta interiore alla riflessione e la ricerca conseguente di una guida di carattere politico. Nella sua ricostruzione sembra avere avuto idee chiarissime: "Mi interessava la lotta contro i tedeschi, la Repubblica, perché condannavo l'atteggiamento di Sua maestà Vittorio Emanuele III, e mi interessava la democrazia". Da lì l'esperienza di animazione di un nucleo di giovani intorno al Partito d'Azione e un lavoro quotidiano e pericoloso di contatti, proselitismo, attività a fianco degli antifascisti tra città e campagna.

Ma la storia più affascinante mi è parsa quella meno "pubblica", la storia dell'adolescente Nara Scaloncini. Finita la guerra, tenta di reinserirsi nella scuola, ma si sente "diversa", emarginata, lei con la sua esperienza precoce. Lotta con atteggiamenti che definisce "fascisti" degli insegnanti e finisce per uscire e non mettere più piede nella scuola. Studia privatamente, diventa insegnate di biologia e vive silenziosamente, con le sue medaglie mai mostrate a nessuno. Fino a quando ci siamo incontrate - è stata lei a cercare l'Istituto storico della Resistenza di Grosseto - e ha raccontato la sua storia, i suoi pudori, le battaglie solitarie a scuola negli anni degli scontri politici con i ragazzi che esibivano croci celtiche. Un giudizio sulla madre mi ha colpito, durante un'intervista di alcuni anni fa, quando racconta il rilascio del fratello, condannato a morte per diserzione, grazie a un incontro della madre con un gerarca del fascismo repubblicano senese. Dice: "Dette qualcosa. Io no so quello che dette, ma qualunque cosa abbia dato fece bene". Questa restituzione di memoria, possibile solo dopo una lunga elaborazione e in un contesto di mentalità e cultura lontano dal 1944, fa riflettere proprio sui percorsi della memoria e su quell'evoluzione delle storie possibili della Resistenza delle donne nel mutare dei contesti storici e culturali.

Io ho visto in queste storie una sintesi tra la risposta all'emergenza della guerra e del fascismo di tipo privato - la spinta della solidarietà familiare, la risposta naturale, spontanea ai bisogni della vita materiale - e la percezione di un nesso tra pubblico e privato, l'intuizione di un significato del loro agire che oltrepassava la sfera dei sentimenti strettamente privati. Sono donne che avevano accanto un uomo, da cui inizialmente aveva avuto origine la scelta, ma in tutte c''è alla fine un protagonismo femminile autonomo e dopo, quasi sempre, una capacità di sfidare condizioni difficili di vita, proprio grazie al valore aggiunto di una coscienza arricchitasi per aver speso in modo "eccezionale" il proprio ruolo femminile. Altra cosa la possibilità che verrà effettivamente data loro di misurarsi con il politico. Io non ho verificato la tesi dell'allontanamento immediato dalla politica, al contrario, una spinta forte all'impegno, ma poi un ripiegamento successivo, dimostrato per esempio dalla diminuzione negli anni Sessanta delle presenze nei consigli, in alcuni comuni. Certo è piuttosto singolare che Bruna Talluri, tra l'altro insegnante di storia e filosofia nei licei senesi, dica  "non ricordo, perché non ho mai pensato a ricostruire questo periodo". Ancora un silenzio, per mancanza di domanda - l'intervista a Bruna è del 1993 - ma anche per una mancata offerta di memoria - oblio/rimozione? Non le è stato chiesto.

La storia più difficile da raccontare è quella di una giovane donna medaglia d'oro al valor militare, uccisa da tedeschi e fascisti insieme nel giugno del '44. Difficile, perché nonostante si siano sprecate lodi all'eroismo - un opuscolo UDI del 1944 è il primo documento; sono seguiti lapidi, intitolazioni di strade nella sua città (Massa Marittima) - di lei sappiamo poco. La sua morte non è stata mai completamente descritta e della sua vita abbiamo ricostruzioni abbastanza generiche. Si è parlato di rimozione della memoria di un evento che segnava la comunità: i fascisti locali ne erano corresponsabili. Ma anche di un'immagine di questa ragazza sfuggente: cattolica, diffondeva volantini con falce e martello, sposata con un figlio, vivace oltre la misura accettabile dall'ambiente, sempre pronta a rischiare senza un minimo di prudenza.

Le poche informazioni contenute nelle pubblicazioni locali e le memorie raccolte però suscitano suggestioni di carattere simbolico. L'ultima provocazione a fascisti e tedeschi di Massa Marittima fu il tentativo di dare sepoltura a partigiani uccisi, nonostante il divieto imposto. Impossibile non evocare la disobbedienza di Antigone e la legge del cuore che sfida il tiranno di Tebe. Una delle più ricche tra le testimonianze di donne della sua città ha raccontato la notte del ritrovamento del cadavere di Norma, la pietas delle donne che silenziosamente lo vanno a recuperare e il funerale: solo donne e bambini, che attraversano veloci le strade di Massa. La testimone era allora una bambina: ricorda le gambe che si muovevano svelte e il silenzio, rotto dal rumore dei passi. Prima la sepoltura dei partigiani, poi quella di Norma: il rito del funerale che si fa evento di significato pubblico. Il tema metastorico del culto dei morti si congiunge col tema politico del contrasto con un potere tirannico che calpesta il dovere della pietà umana, interpretato da queste donne.

Le donne di Massa Marittima sono state nell'immediato dopoguerra protagoniste vivacissime di una stagione politica: l'UDI, gli incarichi amministrativi, le lotte a fianco dei minatori. È soprattutto qui che ho verificato un iniziale entusiasmo e poi una caduta, misurabile attraverso una scomparsa delle donne dall'amministrazione locale, un apparente paradosso, se misurato con i caratteri originari del movimento

Non era stata solo la storia di Norma a mobilitarle, ma nei racconti di queste donne che ho ascoltato ho avvertito la percezione da parte loro di una scelta che era ricaduta su tutte. La sfida di Norma è la sfida anche di altre (Sartre parlava di scelta dell'individuo che è sempre "scelta per tutti"): la vedova del partigiano che scende in strada, dopo il funerale del marito, con una grembiule rosso fiamma: "La Resistenza si faceva anche così" - mi dice una testimone. Di un'altra categoria di donne ho trovato una traccia interessante: quelle in cui l'impegno concreto sul fronte antifascista si accompagna ad uno spessore culturale che produce riflessioni e giudizi di valore significativi.  Una in particolare, che ha lasciato un diario, pubblicato in Inghilterra e poi tradotto dopo molti anni, con un'introduzione di Piero Calamandrei. È Iris Origo, inglese, sposata ad un italiano, intellettuale raffinata. Ha vissuto in Val d'Orcia, nella provincia di Siena, nella fattoria La Foce, che fu rifugio per sbandati, donne e bambini, ebrei e partigiani fino al passaggio del fronte. Il diario comincia il 30 gennaio del '43 e si conclude il 5 luglio '44. Da una condizione di privilegio economico e sociale, la Origo insieme al marito comincia con un'opera di assistenza per l'emergenza bellica e passa poi con naturalezza al sostegno alla Resistenza e a tutti i perseguitati. La scrittura del diario è motivata nell'introduzione dal desiderio "di lasciare alle nostre bambine, qualora io fossi stata arrestata o deportata in Germania" la vita di quei mesi, quindi una spiegazione tutta privata, ma anche dalla necessità di far conoscere fuori d'Italia la guerra e la Resistenza italiane. C'è un giudizio "a caldo" sull'uccisione di Gentile, giudicata spregevole e "degn[a] di quell[e] commess[e] sull'altro fronte". Subito dopo, nella stessa pagina, la descrizione di una mattinata passata a tentare "di alterare la data di nascita sulla carta d'identità d'un giovane disertore". C'è la condanna dei bombardamenti alleati, accompagnata da una meditazione malinconica sulle ragioni opposte dei fascisti e degli alleati. Già nel maggio del '43, prima della caduta del regime e dell'inizio della Resistenza c'è lo sguardo dall'esterno sugli italiani, vittime della guerra fascista:

Nella gran massa della nazione la nota dominante rimane sempre un'abulia sorda, fatalistica, l'accettazione della sciagura che cade dal cielo, come la  gente che vive all'ombra del Vesuvio o del Fujiyama accetta i fiumi di lava infuocata. Tutto questo - secondo loro - fa parte della guerra, la guerra che non vogliono e non hanno mai voluto. Ma non sono pronti ad agire, o per lo meno, non lo sono ancora.

C'è un precorrimento dell'esplosione della lotta partigiana. Insieme una lucida denuncia di quella che oggi chiamiamo la vasta zona grigia. Anche qui, con il valore aggiunto di una sottile elaborazione intellettuale, nessun vero diaframma tra pubblico e privato, tra sfera dei sentimenti e intenzione politica. Nella estrema diversità degli strumenti e del vissuto precedente, e anche della condizione sociale, c'è qualche analogia nelle aspettative. Le ultime parole del diario sono: "Siamo stati visitati dalla distruzione e dalla morte, ma ora c'è una speranza nell'aria"[5]. La speranza delle donne di Massa Marittima, quella di Wanda Parracciani e delle mezzadre di cui condivide le lotte, quella della giovane studentessa, che rifiuta il "fascismo esistenziale" degli insegnanti di fine anni Quaranta, formulano una richiesta di politica.

Ulteriore riflessione, che investe i caratteri della scelta: quasi sempre in queste storie si esprime un'adesione morale all'uso della violenza necessaria. Bruna Talluri dice "non ho sparato nemmeno una fucilata", ma le obiezioni di un "benpensante cattolico" perché "i partigiani avevano ucciso" le ricorda così: "A me mi cascarono le braccia. Dico: ma che credono che la Resistenza si faccia con le avemarie?" In Iris Origo, dopo la severa condanna dell'uccisione di Gentile e dei bombardamenti alleati, quell'espressione di un'impazienza personale, che si oppone al fatalismo di chi guarda alla guerra come a una catastrofe naturale e la piena accettazione della necessità di agire, evidentemente con un'opposizione concreta al fascismo.  La Origo non è una partigiana, ma la sua è una scelta netta e consapevole fuori dalla zona dell'attendismo, esercitata con l'azione prima e poi con il contributo della testimonianza.Una testimone mi parla di un giorno, appena liberata la città, in cui fu linciato un repubblichino che aveva commesso atrocità in una guerra partigiana che a Massa Marittima fu la più intensa di tutta la provincia. La sua mamma e le altre donne, le stesse che poi saranno il nucleo forte dell'UDI, contestarono aspramente la vendetta dei loro uomini. Un'altra donna mi ha raccontato il suo pianto per la bastonatura di un repubblichino: sono queste rappresentazioni di un invito a collocarsi dalla parte giusta, come dice Anna Bravo, a "non ridursi come loro"[6]. È qui che io credo si possa intravedere un esercizio spontaneo di un'etica della responsabilità, non il ritrarsi della violenza tout court, ma il rifiuto della violenza "gratuita", di quel sovrappiù di conservazione della categoria di "nemico" che si ha dove e quando la guerra civile non finisce con la conclusione ufficiale della guerra. Un dato di cui tener conto è che  la Resistenza della Toscana meridionale è stata relativamente più breve. La popolazione si è dovuta misurare con la violenza delle stragi soprattutto nell'inizio dell'estate del '44, ma altri territori sono stati devastati molto di più e hanno conservato ferite e rancori più profondi, oltre la fine della guerra.

Nel clima difficile dei nostri anni hanno avuto grande risonanza le riflessioni su donne e violenza negli anni Settanta, sollecitate qualche tempo fa da Anna Bravo: non sono un tema facile. E non possono non toccare l'inizio del percorso dell'Italia repubblicana, dunque coinvolgere la lettura della Resistenza. Le donne negli anni Settanta, le donne nella Resistenza. Anche se sono esperienze lontane e profondamente diverse. C'è un passaggio nel saggio di Anna Bravo su Genesis in cui è adombrata la ricostruzione di una genealogia dell'accettazione della violenza. Vale la pena citarlo:

È stata maschile anche la rilettura del passato... Rosa Luxemburg in qualità di teorica, Dolores Ibarruri di capopopolo, e la splendida ragazza col fucile del manifesto sulla liberazione di Milano in veste di icona da appendere formato poster alle nostre pareti. Se la "Resistenza taciuta", con le sue vite di partigiane comuniste, 10 su 12 disarmate, fosse uscita un anno prima, forse non ce ne saremmo accorte[7].

Si può osservare che il riconoscimento della storicità degli eventi di cui le donne citate furono protagoniste impone quella forma particolare di strabismo, cui gli storici sono abituati. Da domande intimamente connotate dai caratteri del presente all'immersione totale nel clima che connota il passato. Con la consapevolezza che l'intervallo che ce ne separa produce effetti a volte dirompenti. Voglio dire che la comprensione della Resistenza, della Resistenza civile o armata, della Resistenza degli uomini e delle donne, non può assumere la lente dei problemi che la cultura attuale pone rispetto agli anni Settanta.

Certo non è facile misurarsi oggi con la retorica dell'eroismo per la patria e con gli stereotipi del '44 e '45. Due immagini prodotte dalla cultura di allora fanno riflettere. La prima: Norma Parenti in opuscoli e poesie del '44:

mentre sul litorale maremmano infieriva la rabbia tedesca e fascista...piegò la sua volontà di soccorritrice di animatrice di combattente di martire...donò coraggio ai timorosi e accrebbe audacia ai forti e fu martoriata dalla feroce bestialità dei suoi carnefici.

Seconda: il partigiano raccontato da una mostra del '45 come l'eroe della stagione resistenziale.... colui che dopo la tempesta ha consentito ai "primi lembi di terra" di "risvegliarsi al sole della libertà". La figura materiale del partigiano è gigantesca, "avanza riconoscibile a qualsiasi sguardo come un vero soldato: il volto severo, lo sten e al collo il fazzoletto colorato, simbolica mostrina di questo nuovo esercito di popolo". È la retorica dell'eroismo per la patria che è nelle lapidi o nei cippi ottocenteschi, come nei monumenti ai caduti della Grande guerra, ma quello che dobbiamo capire è che lì ha un sovrappiù di senso perché l'immagine del partigiano o della partigiana si deve liberare prepotentemente della definizione di "bandito" per assumere quella opposta di eroe o di eroina.  

Mi chiedo se proseguire ed allargare le ricerche regionali - addirittura per microaree territoriali, come suggeriva Ersilia Alessandrone Perona - utili a costruire una mappatura analitica e seguire percorsi soggettivi non possa aiutare a  restituire storicità a queste immagini, fuori dai giudizi morali astratti che spesso prevalgono. Ulteriore contributo credo possa venire dal dare anche voce a storie difficili. Penso, fuori dai territori di cui si tratta qui, a quella narrata da Maria Bacchi su una donna mantovana - Morire d'agosto. E sarebbe bene anche riproporre l'ascolto di voci importanti  che "fanno scandalo", perché hanno la forza di mostrarci quanto la violenza subita possa sconvolgere e contaminare le coscienze, come quella della Margherite Duras dei cosiddetti "testi segreti", quando racconta la storia di Thérèse, la torturatrice di un collaborazionista, che è rielaborazione di un segmento della sua autobiografia. E che va letto, come lei stessa suggerisce, insieme ad un altro - Il dolore - che è il diario dell'attesa e del ritorno dalla deportazione ad Auschwitz del marito, Robert Antelme.  La pubblicazione dei Cahiers de la guerre, edizione critica di testi editi e di inediti, disponibile per ora solo in francese, esibisce una storia di vita, una memoria e una scrittura di straordinaria forza. Ma non appartiene solo alla storia della letteratura o alla biografia di Duras "personaggio", se propone temi e interrogativi dotati di senso per andare più a fondo nella comprensione dei climi in cui agirono -  in qualche caso per la prima volta rifiutando di "essere agite" - le resistenti.

Notes

[1] C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991: 23.

[2] E. Alessandrone Perona, Donne guerra politica: le provocazioni di una ricerca, in D. Gagliani, E. Guerra, L. Mariani e F. Tarozzi, Donne guerra politica, CLUEB, Bologna 2000: 287-302.

[3] C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, cit.: 25.

[4] A. Rossi Doria, Intervento, in  Resistenze. Soggettività delle donne tra passato e presente, a cura di L. Ronchetti, V. Serafini e M. Tola, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento delle Pari Opportunità, Roma 2001: 85.

[5] I. Origo, Guerra in Val d'Orcia, Vallecchi, Firenze 1968, passim.

[6] A. Bravo, Donne e uomini nelle guerre mondiali, Laterza, Roma-Bari 1991: 114.

[7] A. Bravo, Noi e la violenza. Trent'anni per pensarci,"Genesis" II, 2004: 17-56.

 
Pour citer cette ressource :

Luciana Rocchi, "Donne e Resistenza nel Grossetano e nel Senese", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), mars 2008. Consulté le 23/02/2019. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/civilisation/xxe-xxie/seconde-guerre-mondiale/donne-e-resistenza-nel-grossetano-e-nel-senese