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Una lotta per la memoria

Par Massimo Storchi : Historien, directeur des Archives municipales - Reggio Emilia
Publié par Damien Prévost le 09/02/2008
A partire dal 1990, dalla vicenda al limite del grottesco definita “Chi sa parli”, non casualmente sviluppatasi proprio a Reggio Emilia, le vicende legate all’uso della violenza durante e dopo la Resistenza sono divenute, in maniera ricorrente ed estesa, uno degli oggetti di scontro e propaganda politica, in quella vera e propria «lotta per la memoria» che ha segnato questo ultimo quindicennio.

Massimo Storchi, directeur des Archives municipales de Reggio Emilia

«I fatti separati dalle opinioni», era il motto di «Panorama», diretto negli anni Settanta da Lamberto Sechi. Oggi sulle questioni e le problematiche che questa ricerca vuole affrontare siamo ormai «alle opinioni a prescindere dai fatti». A partire dal 1990, dalla vicenda al limite del grottesco definita Chi sa parli, non casualmente sviluppatasi proprio a Reggio Emilia, le vicende legate all'uso della violenza durante e dopo la Resistenza sono divenute, in maniera ricorrente ed estesa, uno degli oggetti di scontro e propaganda politica, in quella vera e propria «lotta per la memoria»[1] che ha segnato questo ultimo quindicennio. Ricorrenti tempeste mediatiche, legate a operazioni editoriali di grande impatto e successo o alla scoperta di nuovi episodi di violenza sommaria, iniziative politiche volte a equiparare fascisti e resistenti, richieste di ritrovamento di salme di scomparsi, sono tutti elementi che hanno contribuito a impedire che quelle vicende potessero uscire dalla polemica per essere ricomprese, finalmente, in una riflessione storiografica che ne facesse parte integrante di una storia condivisa all'interno dello spazio della comune cittadinanza repubblicana. La Resistenza, in questo senso, possiamo dire non sia mai entrata nella storia, ma sia rimasta sempre oggetto/soggetto di scontro politico. In questo contesto le polemiche hanno ormai assuefatto appassionati e addetti ai lavori a un uso pubblico della storia che vede sempre relegati gli storici in un ruolo marginale entro un agone dove sono politici, giornalisti, operatori della comunicazione in genere a proporre, gestire, di volta in volta, l'agenda delle polemiche, a costruire, appunto, «opinioni a prescindere dai fatti». Questa «lotta per la memoria» è ancora particolarmente viva a Reggio Emilia per una serie di motivazioni storiche oggettivamente intuibili: questa è la terra dei fratelli Cervi, di don Pasquino Borghi, di Giuseppe Dossetti. È una terra dove non solo la Resistenza ha avuto dimensioni di massa ma ha anche fornito alla Repubblica una classe dirigente, in gran parte comunista, che ha governato fino agli anni Ottanta e che da quella esperienza politica e militare traeva la propria legittimazione democratica. La Resistenza è stata elemento identitario fortissimo non solo a Reggio ma in tutta l'Emilia, una regione che si è definita, in qualche modo, proprio intorno al mito della lotta antifascista.[2] Nel momento in cui, dopo il 1989, entrava in crisi una intera costruzione ideologica che faceva della Resistenza uno dei suoi momenti fondanti, la polemica riprendeva gli spazi, i temi ma, soprattutto, i linguaggi che erano stati utilizzati negli anni Cinquanta in funzione antipartigiana e, quindi, naturaliter, anticomunista.[3] Ma mentre quaranta anni prima la polemica sul «triangolo della morte», sull'Emilia «Messico d'Italia», sulla «grande mattanza» al termine del conflitto, vedeva gli schieramenti compattamente schierati sui due versanti del conflitto politico, ora, di fronte alla sostanziale coerenza dei postfascisti (indipendentemente dal passaggio di Fiuggi) e al rinnovato ardore di nuove forze politiche che trovavano ancora nell'anticomunismo un elemento accattivante nel marketing politico nazionale, quelli che erano gli eredi dei valori e dell'esperienza resistenziale risultavano afasici o ritualmente vincolati a schemi ormai superati. Incerti su tutto, incapaci di aprire una riflessione a tutto campo dopo il 1989, in termini non solo storici ma culturali in senso ampio, scontavano in pieno quella crisi dell'antifascismo che Luzzatto ha ben descritto.[4] Spinti dall'immediata necessità di un galleggiamento politico che faceva della modernità, della capacità di adeguarsi alle mode passeggere elementi di pseudoinnovazione, hanno più o meno coscientemente operato un «taglio delle radici» che ha portato a un sostanziale svuotamento ideale e ideologico attraverso un progressivo oblio di un passato divenuto improvvisamente ingombrante e molesto. L'abbandono del mito resistenziale anche da parte della sinistra, di governo da sempre in terra reggiana, era del resto già un fatto compiuto. Un abbandono silenzioso, maturato nella sostanziale indifferenza collettiva negli anni Ottanta, un abbandono che, pur mantenendo le forme della ritualità pubblica (celebrazioni, discorsi, ricorrenze) si sostanziava in gesti e operazioni concrete, attuate non tanto per un preciso progetto culturale ma per una progressiva decostruzione-ricostruzione identitaria più in sintonia con i tempi. Sono gli anni in cui, nel reggiano, di fronte alla chiusura e alla dispersione del Museo della Resistenza, al sostanziale abbandono di Casa Cervi, prendono forma due nuovi modelli identitari che rapidamente vanno a sostituire il mito resistenziale, invecchiato prima e screditato dal 1990 in poi. Il Tricolore e Matilde di Canossa divengono i due nuovi miti unificanti ma, soprattutto, tranquilizzanti e davvero, super partes. Un passato pacificato e sanato da conflitti e moderne complessità. Miti spendibili in termini di modernità, appeal e potenzialità di facile commercializzazione. Due miti così provvidenziali da essere gestiti, non casualmente, dallo stesso personale politico che sulla Resistenza e sull'antifascismo aveva costruito la propria carriera politica. In questo percorso la «lotta per la memoria» è stata progressivamente marginalizzata in una nuova fase asimmetrica dove a una continua attività delle forze politiche della destra fascista ha corrisposto un abbandono del campo da parte degli eredi, di diverso colore e ispirazione ideale, della lotta antifascista.

In tale contesto si inserisce questa ricerca: ridare spazio ai fatti, ripartendo dalle fonti, utilizzando quelle prodotte in anni lontani - divenute per questo ormai inedite - e mettendo in evidenza, per la prima volta, nuove fonti, soprattutto giudiziarie, relative all'azione della Corte di Assise Straordinaria (CAS), che consentono una ricapitolazione di alcuni fra i più tragici crimini compiuti dai fascisti repubblicani. Ripercorrere alcune delle tragedie di quella «guerra inespiabile»,[5] durata venti mesi, che innescarono quel di più di violenza che la giustizia sommaria della Liberazione e dintorni produssero. «Quelle uccisioni furono tanto tragiche quanto inutili»,[6] ci ricorda De Luna: responsabili e innocenti furono travolti dalla violenza sommaria, il fascismo non fu sradicato dalla società nazionale, l'amnistia avrebbe cancellato ogni responsabilità e un nuovo partito fascista, il Movimento Sociale Italiano, sarebbe stato presente già alle elezioni del 1948. Un avvio difficile e ambiguo per il nuovo stato repubblicano, che aveva scelto la strada della continuità e della rimozione per ricostruire un paese devastato dalla guerra. Da quella guerra, voluta dal fascismo, che l'Italia aveva perso e con la quale cercava di evitare ora di fare i conti attraverso una generale autoassoluzione, cercando e ottenendo la clemenza dei vincitori grazie al sacrificio dei tanti caduti nella lotta di liberazione, in prigionia, nei campi di sterminio e nelle stragi naziste e fasciste.

Una ricerca che vuole essere un piccolo contributo per ricordare come la mancanza di una giustizia vera per i crimini fascisti abbia rappresentato un deficit etico e politico nella costruzione di una comune identità repubblicana, una identità che non riesce tuttora a trovare in un passato così difficile e tormentato radici abbastanza forti per affrontare le nuove sfide della contemporaneità.

Migliara, 19 gennaio 2008

Note

[1] M. Storchi, Post war violence in Italy: a struggle for memory, in «Modern Italy. Journal of the Association for the study of modern Italy», Routledge, vol. 12, is. 2, june 2007, pp. 237-250. [2] L. Bertucelli, A. Canovi, C. Silingardi, M. Storchi, L'invenzione dell'Emilia rossa. La memoria della guerra e la costruzione di un'identità regionale (1943-1960), in Le memorie della Repubblica, a cura di L. Paggi, La Nuova Italia, Firenze 1999, pp. 269-324. [3] G. Bertani, La lente dei media. Settembre 1990: «operazione verità»? «La Repubblica nata dalla Resistenza» tra storiografia, politica e mass media, in «RS-Ricerche Storiche», n. 93, 2002, pp. 11-40. [4] S. Luzzatto, La crisi dell'antifascismo, Einaudi, Torino 2004. [5] G. Crainz, L'ombra della guerra. Il 1945. L'Italia, Donzelli, Roma 2007, p. 63. [6] G. De Luna, Il corpo del nemico ucciso: violenza e morte nella guerra contemporanea, Einaudi, Torino 2006, p. 186.

Préface à Il sangue dei vincitori. Saggio sui crimini fascisti e i processi del dopoguerra (1945-46) de Massimo Storchi, Aliberti Editore, Roma 2008. Publiée avec l'aimable autorisation de l'auteur.

Il sangue dei vincitori

Pour citer cette ressource :

Massimo Storchi, "Una lotta per la memoria", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), février 2008. Consulté le 21/05/2018. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/civilisation/xxe-xxie/seconde-guerre-mondiale/una-lotta-per-la-memoria