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Donne, guerra e Resistenza in Italia

Par Nadia Caiti : Professeur de Lettres italiennes
Publié par Damien Prévost le 11/03/2008
La guerra è l'evento che per eccellenza, "tanto nelle forme di opposizione come in quelle di difesa maturate dai soggetti, implica una frantumazione spazio-temporale di situazioni, vissuti, mondi interni ed esterni". A cercare di conservare o riportare ad unità una realtà sempre più franta, caratterizzata, specialmente nel caso della seconda guerra mondiale, dall'incertezza, dalla fame, dalla paura, dagli incubi, dall'orrore provvedono le donne, rimaste sole poiché i loro uomini sono stati richiamati a combattere sui vari fronti, anche se la novità di questo ultimo conflitto consiste nel travolgere ogni luogo ed ogni essere.

Donne e guerra

La guerra è l'evento che per eccellenza, "tanto nelle forme di opposizione come in quelle di difesa maturate dai soggetti, implica una frantumazione spazio-temporale di situazioni, vissuti, mondi interni ed esterni"[1].

A cercare di conservare o riportare ad unità una realtà sempre più franta, caratterizzata, specialmente nel caso della seconda guerra mondiale, dall'incertezza, dalla fame, dalla paura, dagli incubi, dall'orrore provvedono le donne, rimaste sole poiché i loro uomini sono stati richiamati a combattere sui vari fronti, anche se la novità di questo ultimo conflitto consiste nel travolgere ogni luogo ed ogni essere.

Per sfuggire alla morte le donne  mettono in atto innumerevoli espedienti per sé e per i propri familiari, ma anche per altri sconosciuti: soldati sbandati, italiani e stranieri, ebrei, oppositori, antifascisti, carcerati, chi era destinato al lavoro coatto in Germania; per coloro quindi che non fanno parte della propria famiglia, neppure della propria comunità di appartenenza, dilatando i confini di quest'ultima e facendo acquisire ai loro atti la valenza  della responsabilità civica, politica nel senso puro del termine.

Per cogliere appieno il senso dell'affermazione sarebbe opportuno ricostruire  le condizioni di vita delle donne italiane negli anni della guerra, sia pure a grandi linee, il che inevitabilmente porta a ridurre le sfaccettature di una realtà ben più complessa di quanto si riesca a riferire nelle poche righe seguenti.

Quando Mussolini, il 10 giugno 1940, dichiara l'ingresso dell'Italia nella seconda guerra mondiale, iniziata da Hitler nove mesi prima, le donne italiane erano ancora "cittadine incompiute" prive di diritti politici come di gran parte di quelli civili; non legittimate ad assumere decisioni neppure all'interno dell'ambito familiare; sottomesse all'uomo di casa (padre, marito, fratello che fosse) o di un tutore[2]; remissive nonostante le dure condizioni di vita (soprattutto in campagna o in fabbrica e in famiglia); per la maggior parte analfabete o quasi, tanto era considerato inutile investire nella loro istruzione dal momento che si sarebbero sposate presto e avrebbero dovuto dedicare tutte le loro energie, le proprie abilità alla cura della casa e dei componenti del nuovo nucleo familiare.

Se avevano compiuto ventotto anni ed erano ancora senza marito potevano rischiare di essere considerate zitelle e perdere molto del proprio "valore" all'interno di una società basata sulla soggezione femminile all'uomo, pronta a riconoscere loro la finalità meramente riproduttiva. Le italiane dei ceti più poveri a quel tempo erano definite perlopiù dalle numerose gravidanze, che spesso le stroncavano - insieme alle fatiche - intorno ai quarant'anni. Comunque a quell'età, se appartenevano al popolo,  dovevano mortificare la propria figura portando abiti scuri e il fazzoletto in testa, sia al Sud che al Nord, come la protagonista del romanzo di Renata Viganò e dell'omonimo film di Montaldo, L'Agnese va a morire. Non veniva considerata teneramente chi - già matura - era a capo scoperto e si vestiva con abiti sgargianti, ma nemmeno chi - giovane - si truccava, si dava il rossetto, si laccava le unghie. L'ideale femmineo era stato modellato attraverso i secoli con il concorso fondamentale della Chiesa e consisteva nell'immagine della buona madre e sposa, modesta ed umile, felice di vivere all'interno dello spazio privato (circoscritto tra la casa del padre e quella del marito), ubbidiente, desiderosa di appagare il proprio uomo ed i propri figli, contenta di lasciare le protettive mura domestiche per recarsi in chiesa alla funzione domenicale. Le era concesso lavorare anche fuori casa esclusivamente per necessità economica, di integrazione dello stipendio del marito, altrimenti era malvista e mal giudicata.

Avevano tentato diminare e modificare una simile condizione femminile, per la verità in gran parte condivisa anche da altre donne europee, le "femministe" italiane della fine dell'Ottocento e dell'inizio del Novecento (di cui non vi era però ricordo nella maggioranza della popolazione femminile)[3]. Di più vaste conseguenze era stata la prima guerra mondiale, che aveva sottratto gli uomini alle case e al lavoro ed aveva costretto le donne a diventare capofamiglia e a svolgere le attività fino a quel momento loro precluse. Probabilmente tutto ciò è vissuto come mera necessità dalla maggior parte delle donne, che obbligatoriamente ma abbastanza disciplinatamente tornano "al loro posto", forse sfinite da anni di fatiche e di solitudine, felici del ritorno del loro uomo  per ragioni  di cuore o di considerazione sociale.

Certo questa esperienza ha spalancato scenari prima accessibili solo alle donne borghesi, ricche e colte. Può aver rinvigorito desideri ed ambizioni, voglia di cambiamenti che sicuramente alcune donne, compresa qualche intellettuale borghese "femminista"[4], avevano creduto di veder realizzati con il fascismo, che si volle presentare nel primo dopoguerra come un movimento rivoluzionario, interprete delle poliedriche esigenze di modernizzazione dell'Italia. In effetti da un lato il regime promuove, ad esempio,  per le bambine l'opportunità di frequentare le colonie marine e, insieme alle ragazze,di fare sport in palestra o più facilmente all'aperto ampliando gli spazi incui crescere e alimentando nuove aspirazioni[5]; dall'altro, però, vieta con apposite leggi l'accesso ad importanti attività come, per indicarne alcune, l'insegnamento di storia e filosofia nei licei e negli istituti superiori o di altre discipline nelle medie inferiori. Può essere maestra, quasi a prolungare in questo ruolo quello materno, ma non può essere professoressa, giudice e così via. Noti sono, poi, gli interventi sia giuridici che propagandistici a sostegno della martellante campagna demografica con al centro la "massaia rurale" e la "madre prolifica".

Il rapporto donne e fascismo si è, insomma, rivelato complesso e contraddittorio, diviso tra modernità e restaurazione[6]. Restano, comunque, a convalidare purtroppo per le donne una condizione di subordinazione, di minorità giuridica e socio-politica sia la legislazione penale e familiare fascista sia gli arcaici costumi sociali e culturali non scalfiti dalla "rivoluzione" di Mussolini, anzi alla fine consolidati dal suo regime[7].

Alle cinque del pomeriggio del 10 giugno 1940, quando, come si diceva, il duce comunica alla nazione di averla portata in guerra, molti stoltamente esultano convinti che si tratti di una fausta e rapida esperienza; non sarà così né per gli uomini né per le donne, che comunque non manifestano contro il conflitto bellico.

Per quest'ultime inizierà la straziante odissea giornaliera dell'approvvigionamento del cibo, della cura dei familiari insituazioni di emergenza, dell'assunzione delle decisioni per salvaguardare i propri beni e l'incolumità fisica e psicologica dei cari.

Di nuovo la guerra ha portato via dalle case e dai luoghi di lavoro gli uomini, di nuovo le donne devono sostituirli in tutto, anche in ciò che fino a quel momento era stato loro precluso.

Questo evento bellico presenta, come si è detto, delle caratteristiche nuove rispetto al precedente: in poco tempo i civili si troveranno al fronte, che attraverserà in più punti il Paese, ben presto teatro da un lato della feroce occupazione nazista, sostenuta dai fascisti, e dall'altro dei bombardamenti  degli alleati. Già nella notte tra l'11 e il12 giugno 1940 cadono le prime bombe inglesi su Torino, incredula[8]. Gli sviluppi ed i casi del conflitto creano una nuova geografia dell'Italia con pochi luoghi appena toccati dagli orrori del conflitto armato ad altri a lungo martoriati. Su ciò hanno inciso anche gli errori compiuti dalle forze alleate.Gli Americani liberano la Sicilia  nel luglio del '43, ma non sottopongono ad un serrato controllo della marina o dell'aviazione lo stretto di Messina, consentendo alle truppe fasciste e naziste di guadagnare la parte continentale del Paese, insieme a tutta la propria potenza bellica, di lì a poco drammaticamente sperimentata da Napoli[9]. Con incredibile lentezza, poi, superano Cassino prima ed Anzio poi, ove erano sbarcati con un secondo corpo militare senza incontrare una seria opposizione da parte dell'esercito tedesco, e dove sorprendentemente si schierano a difesa  senza procedere di un solo chilometro lungo una strada priva di veri ostacoli. In Ciociaria, nella valle del Liri, al di qua e al di là della Linea Gustav si consumeranno violenze inaudite e terribili stragi[10]. Altrettanto gravida di conseguenze funeste sarà, viceversa, la fretta con cui il generale statunitense Clark raggiunge Roma  - volendosi fregiare della vittoria per la caduta della prima capitale dell'Asse - senza attendere, come convenuto in precedenza, il generale britannico Montgomery e costringendo la resistenza romana ad un'attività frenetica, che compromette - sia nella lunga attesa prima, che nella confusione poi -  molte coperture di resistenti, moltiplica quindi gli arresti, le fucilazioni nel forte Bravetta, le uccisioni nelle carceri di Kappler e Koch dove i patrioti vengono  ferocemente torturati,  il che porta all'attacco partigiano di Via Rasella, a cui i tedeschi rispondono secondo la propria disumana ideologia con lo spietato eccidio delle Fosse Ardeatine[11]. Ciò impedisce, inoltre, di organizzare l'insurrezione partigiana a Roma e, quindi,consente ai gerarchi nazifascisti di fuggire con le loro forze quasi intatte, attestandosi e concentrandosi al di là della Linea Gotica, dispiegandovi ed esplicandovi per quasi un anno una feroce immensa forza distruttrice. Di nuovo incomprensibilmente gli anglo-americani con esasperante lentezza raggiungono e superano l'Appennino tosco-emiliano, abbandonando alla violenza efferata delle famigerate SS, dei reparti dell'esercito nazista, dei fascisti italiani della GNR e delle Brigate Nere le popolazioni centro-settentrionali per un lungo terribile inverno. A Bologna gli abitanti sentono nitidamente il cannone degli alleati nel settembre del '44 e già si apprestano a festeggiare la libertà, che viene loro portata dai partigiani il 23 aprile1945[12]. Diventerà una costante salutare l'arrivo degli anglo-americani nelle città e nei paesi italiani già liberati dall'insurrezione partigiana, certo concordata con gli alleati e resa ai nazisti più temibile proprio per la vicinanza di questi ultimi.

La memoria dell'esperienza femminile, pertanto, si modella in base alla nuova geografia dell'Italia[13], ma anche alle coordinate temporali del prima, durante, poi rispetto a ciò che è avvenuto in quel determinato luogo[14], come avvertono rispettivamente  Ersilia Alessandrone Perona e  Dianella Gagliani. Sarà, per esempio, in base al prima che la Resistenza e la lotta di liberazione dai nazifascisti potranno assumere le caratteristiche di un conflitto di classe oppure solo di guerra patriottica.

Donne e Resistenza

Quando inizia la partecipazione delle donne italiane alla Resistenza? A quella quotidiana - per sconfiggere la fame e per garantire la sopravvivenza dei bambini  degli anziani e degli altri familiari  affidati completamente a loro poiché gli uomini erano militari o prigionieri -  sin dall'inizio della guerra. Se vi era stato consenso femminile al fascismo, questo comincia a incrinarsi e a infrangersi con le difficoltà di provvedere ai figli e ai familiari, di fronte all'esasperazione delle privazioni imposte quotidianamente. Nascono così le manifestazioni e le proteste condotte dalle donne dal '41 in poi, con le quali si svelano, al di là della propaganda fascista, le reali condizioni della popolazione italiana.

Le donne danno vita a ribellioni violente con assalti a magazzini o a istituzioni ogni qualvolta risultino troppo scarse le razioni alimentari: in questo caso insorgono, a costo della libertà o della propria vita, mentre fino a quel momento erano rimaste remissive, nonostante le loro pesanti condizioni esistenziali. Anche quelle più timide o timorose vi prendono parte, spinte dalla necessità della sopravvivenza primaria per sé, ma soprattutto per i familiari.

In tali occasioni nascono, inoltre, contatti e collegamenti con chi ha fatto una scelta più politica o più ideologica (per il partito socialista, comunista, repubblicano, per Giustizia e libertà o per l'anarchia): nelle code, per esempio, e nelle lunghe file per ritirare i generi alimentari razionati; nelle manifestazioni spontanee che nascevano nei luoghi di lavoro e finivano davanti ai prefetti[15]. O ancora negli scioperi dal lavoro o per la Festa del lavoro: si rischia sempre, sia il carcere che la morte, come, tanto per fare un solo esempio emblematico di tanti altri, il 1° maggio 1944 ad Imola: viene uccisa una donna, Maria Zanotti detta Rosa. Sarà stata riconosciuta patriota? E le altre?

Sono forse le azioni generose compiute l'8 settembre 1943 ed i giorni successivi  a rappresentare un moto spontaneo da interpretare come primo movimento di donne, che esprimono in questo modo la loro avversione alla guerra? Maria Bocchi, partigiana di Parma con il nome di Kitty, interpreta in tal senso  un grande gesto corale compiuto dalle parmensi:

Tante, tante donne hanno coperto, stringendosi intorno a lui, un muratore che scavava con un piccone un buco sotto un'inferriata della Caserma di Piazzale Santo Fiore (angolo Borgo Felino), mentre dall' ingresso principale entravano i tedeschi con i carri armati[16].

Scopo dell'azione: sottrarre il maggior numero di vite umane all'ex alleato. È quanto succede in tutta Italia, istantaneamente occupata dai nazisti. Incredibile come ovunque nel Paese, all'abbandono completo da parte del governo e della monarchia, corrisponda dal basso una istintiva e corale solidarietà: i governati si mostrano più responsabili dei governanti.

Una testimone di quel momento drammatico della storia italiana, Nilde Iotti, la prima donna ad essere eletta - trentasei anni dopo -  Presidente della Camera dei Deputati, nel suo racconto ci suggerisce un aspetto fondamentale:

Forse è molto difficile rendersi conto di che cos'era l'Italia del 1943: l'Italia che usciva da vent'anni di esaltazione della potenza del Paese[...], le sconfitte che avvenivano in continuazione [...], il venir fuori di un esercito di cui si era parlato per anni e anni come di un esercito potentissimo [...], cioè tutte le magagne che venivano fuori, la corruzione profondissima che c'era nel Paese, e poi la disfatta nel senso più totale [...] con il Sud invaso da eserciti alleati, ma sempre stranieri [...], in quel momento ridotti ad un cumulo di rovine come eravamo: il Paese e la vita di ognuno di noi si identificavano, non c'era distinzione.[17]

Per la mobilitazione immediata di quei giorni Anna Bravo parla di maternage di massa e lo indica come esempio emblematico e forma specificatamente femminile di Resistenza civile.

La storica, insieme ad Anna Maria Bruzzone, afferma che "i comportamenti conflittuali non violenti e non politicamente strutturati" aiutano a ricostruire l'identità collettiva, fornendoci: "l'affermazione di una legittimità sotterranea ribelle all'ordine nazista; la testimonianza che anche per gli indifesi e gli isolati è possibile opporsi."[18]

Diverse donne invece, per dirla con una metafora, indossano i pantaloni, quindi diventano partigiane combattenti o, se non entrano nelle bande, collaborano in modo più attivo e deciso alle formazioni e agli organismi partigiani; costoro, nel riferire come alla base del loro agire ci fosse la necessità di aiutare un familiare, nascondono, forse  anche a se stesse,  qualche desiderio di emancipazione personale.

Si può diventare staffette (piaceva questo termine alle donne?) per tenere i contatti con un fratello nelle formazioni partigiane e portare sue notizie alla madre, per sostenere o continuare l'attività del marito, del padre, di un altro uomo di casa, di un fidanzato. In questi casi, molto spesso l'agire femminile è stato sottaciuto, o addirittura taciuto, poiché l'attività resistenziale è stata ascritta solo al protagonista maschile, ottenendo in tal modo il risultato che l'uomo, clandestino ai fascisti, rende la donna clandestina alla resistenza.[19]

Oppure si decide di agire  a seguito di una scelta autonoma, assunta grazie agli incontri con le appartenenti ai Gruppi di Difesa della Donna e per l'assistenza ai Combattenti della Libertà (GdDD), una organizzazione politica, ma non partitica, fondata nel novembre 1943 nell'Italia occupata: giungeranno ad essere 70.000 le iscritte entro la fine della guerra. I dati ufficiali che riguardano la partecipazione delle donne alla Resistenza riferiscono di 46.000 arrestate, torturate e processate, 2.750 deportate nei lager tedeschi, 623 giustiziate o uccise in combattimento, 19 decorate con la medaglia d'oro al valor militare tra le 35.000 che operavano come combattenti[20]. È ormai  evidente che sono state molte, molte di più.

La partecipazione alla Resistenza le porta  - finché non sono costrette, una volta scoperte, a rifugiarsi in montagna - a dover sostenere una doppia vita: donne comunissime, non aiutate certo, come si è tratteggiato prima,  dal contesto culturale e sociale a darsi e ad ottenere valore, iniziano a condurre la propria vita tra la regolarità del quotidiano e l'irregolarità della scelta partigiana, perché chi si presta a fare la staffetta sceglie di sostenere un movimento clandestino, il che porta ad agire senza tenere conto di ciò che era considerato lecito nella condotta femminile.

Laura Mariani, intervenendo ad un importante convegno internazionale nel gennaio 1995 a Milano e quattro mesi dopo a Parma, ha parlato a questo proposito di "maschera protettiva della femminilità" ed ha ricordato come sotto di essa si attivassero qualità speciali: lucidità razionale, prontezza e coraggio nell'affrontare situazioni di pericolo e di emergenza, disinteresse per la cattiva fama che la staffetta si acquistava conducendo una vita eccessivamente proiettata fuori dalle mura domestiche.

Sottolinea, ancora, le cosiddette armi femminili con cui le staffette affrontano le situazioni di pericolo e riescono a cavarsela: ruolo materno e domestico, seduzione, sentimentalismo familista, gravidanze simulate. Diventano persino attrici poiché recitano i diversi ruoli sopra indicati[21].

Per la storica le considerazioni sul corpo, il travestimento, la seduzione, l'importanza assegnata nel racconto all'abito in tante testimonianze fanno intuire una concezione della femminilità intesa come costruzione: l'attività partigiana costringeva -di fatto- queste donne a considerare la femminilità come uno strumento di forza manipolabile e a realizzare nuove immagini di sé.

Molte azioni nascono ed hanno il loro antefatto proprio nella zona di confine tra il pubblico e il privato che la guerra ha reso ormai fluida e si realizzano grazie ad un rapporto a loro volta di confine. Donne scrivono e ciclostilano in casa, in spazi che sono luoghi di abitazione e centri della resistenza, si mischiano ad altre donne nelle code dei mercati e dei negozi facendo insieme la spesa e la propaganda antifascista. È un'abilità molto femminile muoversi tra le due sfere, ricorda Anna Bravo[22].

L'andirivieni fluido e continuo tra famiglia e comunità, tra privato e pubblico per difendere la vita, porta le donne a realizzare, appunto, nuove immagini di sé, anche se il prendersi cura degli altri, sia pure sconosciuti, viene da loro vissuto come interno all'ordine simbolico del quotidiano e quindi inteso come naturale:  le donne, pertanto, possono credere di non aver compiuto un'azione straordinaria.

Probabilmente qui risiede uno dei motivi per cui a liberazione avvenuta la maggior parte di loro ha taciuto, tenuto per sé il racconto delle proprie gesta, delle proprie azioni.

Ognuna, allora, dovette elaborare la memoria del conflitto nella tensione fra desiderio di dimenticare -fino alla rimozione o alla sepoltura nel più profondo di sé degli aspetti atroci o non accettati di quel vissuto- e bisogno di ricordare e comunicare una fase decisiva, di accelerazione e di mutamento; mentre le memorie pubbliche che si andavano costruendo attorno a un fatto centrale per la storia della nazione, non solo per la vita individuale, imponevano continui aggiustamenti e il tempo costruiva i suoi filtri, fra condizionamenti del presente e ricoloriture prodotte dalla distanza,  evidenzia con profondità ed efficacia Laura Mariani[23].

Come i sopravissuti ai lager nazisti ci testimoniano, per ricordare pubblicamente occorrono l'ascolto e un orizzonte comune entro cui collocare e condividere la memoria, che poi diventa collettiva[24].

Pertanto se ci si limita  solo all'aspetto armato, all'azione organizzata del movimento di liberazione, se non si approfondisce fino a che punto quel sentimento materno che può far agire una donna, nel momento in cui è rivolto alla comunità,  assuma un significato politico, di responsabilità civile  - come si è chiarito all'inizio -  i soggetti femminili non possono comparire, la loro azione non può essere colta e compresa, ma neppure narrata. Molti particolari, molte esperienze, tanti vissuti cadono allora nell'oblio o, comunque, non vengono raccontati né rivendicati. Tantomeno possono costituire un punto di forza per definirsi soggetto politico autonomo: diventa l'esito di un lungo cammino post-resistenziale, non del tutto compiuto nemmeno oggi.

Il biennio compreso tra il 1943 e il 1945 è stato senz'altro un periodo di forte politicizzazione per le donne, sicuramente in tante hanno avvertito il desiderio della politica, come lo definisce Elda Guerra[25], però quest'ultima resta ancora definita da logiche maschili, che emarginano il soggetto femminile rendendolo invisibile.

Inoltre, in gran parte dell'Italia succede ciò che la partigiana bellunese ricostruisce in un colloquio con la madre,  nel racconto autobiografico La casa sulla Marteniga:

- Tu esageravi;- ricorda mia madre- cambiasti così tanto da metterti contro l'opinione pubblica. Concionavi sulle piazze, stavi fuori la notte, facevi la spavalda. Eri davvero troppo diversa da loro.
-  Loro chi? Mi sembrava ancora di essere con Toni e con gli altri. Di continuare a costruire quello che loro avevano sognato. So che tu mi capivi.-
- Tentavo. Ma tuo padre non l'ha capito. Si vergognava di te, del tuo comportamento. Eri donna e ti mettevi in mostra.[26]

In questo dialogo si può cogliere, mirabilmente, come una società ancora patriarcale imponga la negazione sia della partecipazione femminile alla lotta di liberazione sia della nascita di un soggetto politico autonomo, pretendendo dalle donne, così come si era indicato nella ricostruzione iniziale della condizione femminile italiana negli anni Trenta e Quaranta: umiltà;  pudore;  discrezione; vivere in modo appartato nel privato e, quindi, nella famiglia; obbedienza al padre o ad ogni figura maschile. Inoltre risulta evidente come tutto ciò non sia stato scalfito neppure nelle bande partigiane: nemmeno nella futura società prefigurata dai partigiani le donne avrebbero ottenuto una condizione di piena cittadinanza se dovevano costruire quello che loro -gli uomini in armi-  avevano sognato.

Quando emerge, allora, il ruolo avuto  nella Resistenza?

Ricerca storica, memoria, storia di genere

Fino a che sono stati gli storici ufficiali a occuparsi della ricerca, l'azione svolta dalle donne durante la guerra e nella Resistenza viene dimenticata, oppure nei loro studi vengono ricordate - giustamente, ma anche esclusivamente - solo le eroine, le martiri. Per trent'anni, poi, le donne non hanno potuto rivendicare il proprio contributo, schiacciate tra una sottovalutazione personale ed una subordinazione sociale e politica sovranazionale, eredità negli stati occidentali dell'ancien régime.

Anche il Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia non si sottrae a tale logica, dal momento che impiega quasi un anno per riconoscere come organizzazione di massa aderente al CLN i Gruppi di Difesa della Donna, l'organismo politico femminile fondato nell'autunno '43 a Milano. Solo il 16 ottobre 1944, infatti, ciò avviene su richiesta del rappresentante comunista, ma gli altri partiti ci ripenseranno e preferiranno, con motivazioni varie, far slittare tutto a liberazione avvenuta.[27] 

Intanto un mese prima, il 12 settembre 1944, nell'Italia già libera prende avvio la nascita dell'Unione Donne Italiane rivolta a tutte senza limite di orientamento politico, religioso, sociale. Si invita con un appello le italiane ad aderire .

Problemi nuovi si pongono alle donne: esse li affrontano con fiducia e coraggio collaborando così alla ricostruzione della Patria, alla creazione con tutto il popolo di un'Italia nuova, giusta, libera e felice.[28]

Ma quante, nel dopoguerra, erano nelle condizioni di difendere il riconoscimento delle proprie azioni come ha fatto la socialista Matilde Bassani Finzi, doppiamente in pericolo perché ebrea e partigiana? Parte della sua esperienza era stata raccontata durante la guerra persino da Radio Londra in una trasmissione intitolata Insegnante combattente; fu però costretta a rivendicarla energicamente nel gennaio 1948 quando si accorse, con stupore ed irritazione, che la Commissione per il riconoscimento di Partigiano Combattente presso l'ANPI a Roma non le aveva assegnato quella qualifica, "come è di mio diritto" chiarisce la protagonista nella lettera inviata per il ricorso. Matilde, figlia di antifascisti ebrei di Ferrara, cugina di Eugenio Curiel, in contatto a Padova con Norberto Bobbio e Concetto Marchesi, di cui era stata studentessa, svolge attività antifascista tra le due città, arrestata l'11 giugno '43, rimane in carcere fino alla caduta del fascismo. Liberata deve fuggire da Ferrara, si reca nella capitale ove contribuisce alla creazione del Comando Partigiano Superiore di Roma e collabora al Servizio di Informazioni del CPS e a quello segreto americano dell'OSS, distribuisce armi, porta in salvo prigionieri alleati, polacchi, inglesi e altri, poi fa molto di più:

Quantunque israelita, trattai con le SS tedesche per cercare di far scarcerare il Capitano Aladino Govoni, assassinato poi alle Fosse Ardeatine.

Viene ferita dai tedeschi nel corso di un'altra azione , partecipa poco dopo ugualmente alla liberazione di Firenze portando armi alla brigata Bruno Buozzi. Di tutta la sua attività, ancora più ampia di quanto qui sintetizzato, era in grado di addurre certificati rilasciati dal Maresciallo Alexander del Comando Supremo Alleato delle Forze del Mediterraneo, del generale inglese William Donnovan e molti altri documenti del CPS, nonché numerosissime testimonianze. Matilde giunge quindi a concludere, magistralmente, la lettera in questo modo:

Dopo quanto sopra esposto sono ben certa che mi verrà quanto prima riconosciuto il titolo di partigiana combattente e mi verrà forse anche domandato scusa della dimenticanza.[29]

Perché la storiografia rimediasse a quella dimenticanza occorreranno la conquista di importanti diritti politici e sociali, grazie all'emancipazionismo femminile condotto, in primis, dall'UDI - nata dai GdDD, appunto - e lo svelamento dell'identità femminile emerso con il lavoro di autocoscienza, condotto dalle femministe nel movimento delle donne[30].

Potrebbe sembrare una contraddizione inconciliabile, addirittura un paradosso, ma l'esempio fornito dall'Emilia-Romagna indurrebbe a pensare che qui - dove nel dopoguerra la politica irrompe nelle vite delle persone, ne condiziona l'esistenza sociale e produce trasformazioni molecolari nelle relazioni intracomunitarie[31] - si assiste all'estensione del protagonismo femminile nato dall'esperienza resistenziale, rivendicato con tanta forza da promuovere una ricerca storica più estesa che altrove e da imporre le partigiane e le resistenti come primi modelli femminili di riferimento politico, sia pure ancora fortemente condizionati dagli stereotipi maschili.

Se la cultura emancipatoria ha avuto questo merito, ha registrato anche un limite non irrilevante: quello di non cogliere l'oppressione sessuale nella società e nella famiglia patriarcali, quindi di negare la differenza sessuale come una categoria politica e, pertanto, anche storica.

Nel 1976, intanto, dodici partigiane a Torino rompono il silenzio ed esce il primo libro dedicato all'argomento, opportunamente intitolato La Resistenza taciuta a cura di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina[32].

L'anno dopo si tengono importanti convegni e si giunge alla pubblicazione degli atti, per molto tempo punto di riferimento imprescindibile per chi si fosse accostato alla vicenda resistenziale femminile in Italia.

Nel maggio 1977, a Bologna, si arriva al convegno intitolato Donne e Resistenza in Emilia-Romagna dopo aver raccolto un gran numero di testimonianze nella regione, con il contributo anche di Franca Pieroni Bortolotti (storica già accreditata) che nell'azione delle donne riconosce il desiderio di liberarsi dall'occupante tedesco, ma anche di conquistare la parità con l'uomo: il diritto di essere uguali[33].

A Milano sei mesi dopo si tiene il convegno intitolato significativamente L'altra metà della Resistenza. Un incontro fra generazioni sulla via della liberazione femminile. Tra le organizzatrici del convegno vi è la partigiana Giuliana Gadola Beltrami che, dal '75, indaga questa realtà storica del tutto sconosciuta, di dimensioni imprecisate e di straordinaria qualità! Individua nella scelta e nell'azione delle partigiane motivazioni di classe, pacifiste, umanitarie, religiose, patriottiche ("contro l'invasore tedesco e i venduti fascisti"), ma soprattutto motivazioni legate alla conquista di libertà. Rivendica per le donne: una precisa scelta di campo, volontaria e di rottura col contesto familiare, sociale e culturale del tempo[34].

Dopo le combattenti nelle bande partigiane, quelle che avevano indossato i pantaloni ed usato le armi, emergono dal buio e dal silenzio le staffette, che hanno svolto per la Resistenza un compito quanto mai prezioso, generoso ma anche rischioso, tanto che l'espressione più adatta per definirle potrebbe essere donne in pericolo[35].

In questa fase si procede ad una ricostruzione censitaria e alla definizione dell'attività clandestina, ma sempre privilegiando le vecchie categorie militari, perciò maschili.

Dai ruolini dell'ANPI emerge così che le staffette sono state: addette ai collegamenti, al servizio informazione e propaganda, al deposito armi, al servizio rifornimenti, al recupero delle armi. Ma i ruoli non sono in grado di farci percepire il significato o la vasta gamma di sentimenti, passioni, emozioni, ma nemmeno di azioni, gesti, comportamenti di tante semplici e comuni donne, trasformatesi in staffette, costrette perciò a condurre, come si è detto, una doppia vita estremamente pericolosa, perché il minimo errore avrebbe portato terribili torture, deportazione, morte[36].

Gli anni compresi tra il 1976 e il 1982 vedono, dunque, da un lato il fiorire di opere di memorialistica da parte delle protagoniste, ma sempre in misura molto modesta rispetto agli uomini; dall'altro la conclusione di un ciclo politico del femminismo, quello legato alla denuncia dell'oppressione sessuale nella società e nella famiglia: si legittima la differenza sessuale come importante categoria storica, foriera di nuove scoperte per lo spazio dedicato anche al corpo, oltre che al personale.

Nei percorsi di conoscenza del movimento delle donne si fa strada una nuova categoria interpretativa: quella della complessità, intesa come elemento di ricchezza e di varietà delle singole esperienze. Al centro si pone l'indagine sulla memoria e sulla soggettività ricorrendo a strumenti plurimi di conoscenza: storici, antropologici, economici, sociologici, psicologici, per citarne alcuni; si suscitano e raccolgono interviste in profondità, storie di vita, biografie. Finalmente trova maggiore applicazione anche in Italia la Storia Orale , fondamentale per raccogliere e costruire fonti di esperienze e vissuti altrimenti perduti.

Dall'analisi dei documenti raccolti emergono così nuove acquisizioni che arricchiscono l'indagine storica, come scoprire che l'identità si muove attraverso l'identificazione con gli altri e, allo stesso tempo, la differenza dagli altri; o ancora che le donne si raccontano non presentandosi come un soggetto unico, ma attraverso la storia delle loro relazioni sociali, affettive, umane.

Negli anni Ottanta procede la ricerca della costruzione dell'identità personale e collettiva delle donne in rapporto alla cultura, alla classe o al territorio di appartenenza. Aumenta l'insofferenza per una lettura della partecipazione femminile alla Resistenza solo residuale, spesso intesa - appunto - come semplice contributo o puro sostegno all'azione degli uomini, organizzati nelle formazioni partigiane.

Entro la seconda metà del decennio la storia delle donne ha legittimato un nuovo oggetto, nonché soggetto storico; rinnovato il lessico, le categorie interpretative e gli strumenti d'indagine, in contiguità con le scienze sociali; ha costituito la Società Italiana delle Storiche per "dare rilievo al patrimonio scientifico e culturale prodotto dalla ricerca delle storiche, con particolare riguardo alle ricerche condotte nell'ambito della storia delle donne e delle relazioni di genere"[37].

Nascono, intanto, rapporti di collaborazione con gli Istituti regionali o locali per la storia del movimento di liberazione e della resistenza.

A Torino, nel 1990, Anna Bravo e Anna Maria Bruzzone promuovono e coordinano, secondo una prospettiva di genere, la ricerca Donne guerra e memoria, di cui cinque anni dopo riportano i risultati nel libro In guerra senza armi. Storie di donne. 1940-1945[38].

Studiose di Milano, Torino, Trieste, Bergamo, Ancona, Roma, Napoli si riuniscono in gruppo e iniziano un lavoro comune, confrontando ipotesi di ricerca e metodologie, in convegni successivi (1991 a Torino e a Parma; 1992 a Napoli, Ancona, Bologna).

Progressivamente la storiografia accoglie una nuova periodizzazione che, oltrepassando il 25 luglio '43, prende in considerazione tutto il periodo relativo alla seconda guerra mondiale.

Alcune indagini su realtà locali offrono contributi di rilievo: vanno ricordate quelle su Brescia, Massa Carrara, Abruzzo, Marche, Napoli e Parma.

A Brescia si conclude 1'8 marzo '90 una ricerca, condotta con la consulenza scientifica di Luisa Passerini, sull'esperienza di sessantasette partigiane[39].

Alla ricerca di gender o genere appartiene anche il libro che fa luce su un fatto straordinario avvenuto il 7 luglio '44 in provincia di Massa e Carrara: le donne si ribellano al bando tedesco che ordinava l'evacuazione della città, invadono Carrara e se ne impadroniscono per diversi giorni, riuscendo ad impedire la deportazione in massa dei cittadini, salvando così anche i partigiani che, sulle montagne, non avrebbero potuto resistere senza il sostegno dei carraresi[40].

In Abruzzo oggetto della ricerca sono state le donne (d'ambito contadino, borghese, urbano) in guerra nei paesi a ridosso della cosiddetta Linea Gustav[41]. per cogliere l'impatto che il passaggio del fronte ha avuto sulle condizioni di vita, sul tradizionale rapporto con cose e persone, sui comportamenti e sulle scelte quotidiane.

Anche nelle Marche si è analizzato il rapporto donne/guerra con una prospettiva di genere[42], cioè si è ricostruita la vita quotidiana in guerra delle donne cosiddette comuni, "quelle che non ricoprirono incarichi pubblici e non ebbero alcuna visibilità", con attenzione al rapporto guerra-modernizzazione, alla continuità-discontinuità con il fascismo. Particolarmente significativa risulta l'analisi del nemico e di come viene visto e raccontato dalle donne anconetane.

Molto importante è la ricerca sulla resistenza quotidiana, condotta durante la guerra, dalle donne dei vicoli del quartiere Pendino, a Napoli. In una realtà, cioè, in cui la debolezza della società civile e delle istituzioni locali è tale che le donne dei vicoli sono costrette a muoversi individualmente, senza il sostegno di un contesto corale o comunitario, neppure familiare[43].

Le categorie interpretative e gli strumenti di lavoro elaborati in questi anni dalle storiche sono stati tenuti in considerazione e fatti propri anche da alcuni storici particolarmente attenti[44]. A partire dagli anni Novanta, intanto, la storiografia rivede persino i concetti di guerra e di Resistenza, stimolata purtroppo anche da ciò che i terribili conflitti nei Balcani e nel Medio Oriente proponevano al nostro sguardo.

Guerra assume - dopo l'8 settembre 1943 - una connotazione più complessa ed un valore polisemico.

Claudio Pavone, nei suoi studi pluridecennali condotti con estremo rigore, ne individua tre: una patriottica (italiani contro tedeschi); una di classe (proletari contro padroni) ed anche una civile (italiani antifascisti contro italiani fascisti). Se i primi due significati sono stati accolti unanimemente, desta ancora ostilità fra gli antifascisti ed alcuni storici la definizione di guerra civile alla lotta svoltasi fra Resistenza e Repubblica Sociale Italiana, anche perché il concetto è sempre stato adottato in modo polemico dai fascisti[45].

Pavone ha ampiamente documentato in che senso "guerra civile" debba intendersi come categoria interpretativa fondamentale del periodo; invece all'opposizione non armata ha dedicato poca attenzione, solo il paragrafo Lotta nella società e lotta per la sopravvivenza. Egli, dopo la lettura del libro In guerra senza armi, rileva ed accoglie il "valore euristico" del concetto di resistenza civile ivi proposto, che è qualcosa di più ampio della cosiddetta resistenza passiva, ma - come dice appunto Anna Bravo - una pratica di lotta con mezzi diversi dalle armi[46].

Laura Mariani, provocatoriamente, al Convegno internazionale di Milano del gennaio 1995, DONNE GUERRA RESISTENZA NELL'EUROPA OCCUPATA, si è chiesta se non vi fosse anche una quarta guerra: quella di genere, delle donne. Forse, alla luce degli studi di questi ultimi dodici/tredici anni, potrebbe non essere più una semplice provocazione, bensì un'acquisizione.

Anche il termine di Resistenza è andato assumendo un significato polisemico: accanto a quello noto e già investigato di lotta armata, si è andato aggiungendo, come si diceva, quello di Resistenza civile, di lotta non armata, anche se le iniziative non sono necessariamente non violente.

A formalizzare il nuovo concetto è il sociologo e psicologo francese Jacques Sémelin , che riporta nel suo libro - pubblicato a Parigi nel 1989, tradotto in Italia nel 1993 - molti esempi circostanziati tratti dalle forme sociali della resistenza non armata al nazismo in tutti i paesi occupati dai tedeschi, e nella stessa Germania, dal 1939 al 1943[47].

Sulla base di questa nuova acquisizione teorica viene organizzato a Milano quell'importante convegno summenzionato, articolato significativamente in due sezioni:

1) La Politica: appartenenze e scelte;
2) Guerra, Resistenza civile e Vita quotidiana. Gli studi presentati da storiche italiane, tedesche, americane utilizzano una categoria interpretativa fondamentale nell'analisi delle esperienze femminili, quella dell'ambivalenza.

Per esempio, per le partigiane significa - secondo Paola di Cori - essere in grado "di rimanere sia fuori che dentro categorie femminili tradizionali"[48].

Se si presta attenzione alla varietà degli interventi, delle azioni e dei soggetti femminili, rappresentati non solo dalle antifasciste, dalle partigiane o dalle ausiliare di Salò, ma anche dalle donne non impegnate in attività politiche, molto della Resistenza resta ancora da investigare ed è quanto si è proceduto a fare negli ultimi dodici anni.

La svolta euristico-epistemologica degli anni Novanta si è sostanziata, per esempio, nel lungo e complesso lavoro di ricerca svolto, insieme alle partigiane e resistenti emiliano-romagnole, dal gruppo di ricerca guidato da Dianella Gagliani, Elda Guerra, Laura Mariani, Fiorenza Tarozzi iniziato nel '93, sfociato a Bologna nel convegno del 28 e 29 maggio 1997, i cui atti sono confluiti nella pubblicazione del 2000: Donne guerra politica: esperienze e memorie della Resistenza.

Per Anna Rossi-Doria da questa ricerca sembra emergere con forza una costante della storia delle donne in età contemporanea: le scelte individuali di libertà da loro compiute spesso non vengono rivendicate in quanto tali, ma per così dire nascoste e travestite dal linguaggio della maternità e del sacrificio, indipendentemente dall'oggetto a cui si applica[49], superando in tal modo le pur importanti elaborazioni sul ruolo materno evidenziate da Anna Bravo per le resistenti.

La denuncia del mancato riconoscimento dell'agire femminile sembra essersi conclusa nel Duemila.

In occasione del LX della Resistenza, l'Istituto Alcide Cervi e la Società Italiana delle Storiche hanno cercato di fare il punto sulle ricerche e sugli studi di questi ultimi anni, organizzando a Reggio Emilia il convegno Guerra Resistenza Politica. Storie di donne, con la partecipazione di un gran numero di storiche e suddividendo l'assise in tre parti : guerra e violenza; resistenze; patria patrie[50].

Di seguito sono maturate altre due rilevanti iniziative, in grado di coniugare internet con la trasmissione dell'esperienza resistenziale ai giovani e al maggior numero di persone: l'Istituto storico della Resistenza e della storia contemporanea (Istoreco) ha creato un portale web, aderendo al progetto di costituzione dell'archivio on-line ERA (European Resistance Archive) tra l'agosto 2006 ed il maggio 2007 insieme a Francia, Polonia, Slovenia, Austria, Germania.

Tra le venti videointerviste a partigiani o resistenti dei Paesi coinvolti, conservate attualmente, vi sono quelle di quattro partigiane reggiane: Giacomina Castagnetti, Anita Malavasi, Giovanna Quadreri, Lidia Valeriani[51].

Con la seconda iniziativa, Oltre il 60°. Dalla Resistenza ad oggi. Le donne Reggiane protagoniste consapevoli, si è cercato tramite un imponente lavoro di indagine, che ha coinvolto tutti i quarantacinque comuni reggiani, di restituire la memoria di millecinquecento donne che hanno partecipato alla Resistenza armata e civile, alla costruzione della democrazia come candidate ed elette nelle elezioni amministrative del 1946 e del 1951[52].

Il censimento è stato vivificato dal rapporto con gli studenti, da cui sono nate alcune realizzazioni originali, come: gli spettacoli teatrali "1947/2007 Donna, Cammino, Conquista, Diritto" e Dalla Resistenza ai Diritti: le donne si narrano; la pubblicazione del libro Sèida. Rosina Becchi. Storia di una cavriaghese, un diario che le studentesse e gli studenti di una classe del biennio del Liceo Moro, dopo averne ricostruito la vicenda personale con una rigorosa ricerca storica, immaginano abbia potuto scrivere la partigiana Rosina, dalla pelle di seta[53].

Notes

[1] G. Bonansea, Scrivere la guerra: paesaggi al confine tralinguaggi e immaginari sociali, intervento al Convegno per il cinquantesimo della Resistenza a Parma, in Donne, Resistenza, Cittadinanza politica.Avvenimenti, passioni, emozioni, delusioni, a cura di M. Minardi,  Tipolitografia Benedettina Editrice, Parma 1997.

[2] A mo' d'esempio, tra i tanti, il racconto di una partigiana reggiana, Castagnetti Giacomina, nata nel 1925 tre mesi dopo la morte del padre in una famiglia mezzadrile numerosa, ultima di otto figli, sei maschi e due femmine:

Mia madre solo perché era unadonna non poteva essere capofamiglia, quindi non poteva avere la patria potestàsui figli. - aggiunge poi con buona ironia -  Il Tribunale ci aveva assegnato un tutore che doveva controllare lemiserie di una famiglia mezzadra, quindi era venuto a contare quante forchettec'erano in casa, i cucchiai, i mobili, tutto quanto, perché, dato che eravamominorenni, dovevano controllare che questo patrimonio rimanesse intatto.

[3] F. Pieroni Bortolotti, Socialismo e questione femminile in Italia1892-1922, Mazzotta, Milano 1974; A. Buttafuoco, Vuoti di memoria. Sulla storiografia politica in Italia, in "Memoria", rivista di storia delle donne, 1991, n. 31; A. Rossi-Doria, Diventare cittadine. Il voto alle donne, Giunti, Prato 1996, ripresentato recentemente a Roma.

[4] Per esempio TeresaLabriola (1873-1941), figlia del filosofo marxista Antonio, laureata giovanissima in Giurisprudenza, dopo molte polemiche e un dibattito parlamentare nel 1901 viene ammessa all'Albo degli avvocati: è la prima avvocatessa d'Italia. Si avvicina al movimento emancipazionista d'inizio secolo, diventa responsabile della Sezione giuridica del Consiglio nazionale delle donne italiane (1903), partecipa alla campagna per il voto alle donne del1906-13. Diventa poi nazionalista, quindi fascista. M. De Giorgio, Le italiane dall'Unità ad oggi, Laterza, Bari 1993.

[5] Tra le tante testimonianze già note e pubblicate, trovo significativa  quella riferitami dalla partigiana parmense Maria Bocchi, incontrata il 15 maggio 1995 quando stavo organizzando, insieme a Maria Grazia Ruggerini, il convegno Donne, Resistenza, Cittadinanza politica. Avvenimenti, passioni, emozioni, delusioni a Parma. Maria Bocchi è figlia di antifascisti del quartiere popolare dell'Oltretorrente, da bambina apprezza sia le colonie marine (di cui ha bisogno perché affetta da tubercolosi, la malattia che le ha da poco ucciso il padre), sia le occasioni di fare sport in palestra, opportunità che le offre il regime. Pertanto non comprende l'attività antifascista della madre fino al momento dell'armistizio, quando quattordicenne inizierà a partecipare alla Resistenza. Per alcune rapide informazioni sulla politica fascista nei confronti delle donne, si veda anche AA.VV., Piccole italiane. Un raggiro durato vent'anni, Anabasi, 1994, nato dalla reazione appassionata di giornaliste e scrittrici al revisionismo di chi, come l'allora Presidente della Camera Irene Pivetti, voleva esaltare l'azione  da Mussolini e dal fascismo nei confronti delle italiane.

[6] Per un'interpretazione documentata, corretta ed articolata  di questo nodo tematico e storiografico resta fondamentale V. De Grazia, Le donne nel regime fascista, Marsilio, Venezia 1997 (I ed. 1992).  Si vedano anche Ead. , Consenso e cultura di massa nell'Italia fascista, Laterza, Bari1981. Ead., Il patriarcato fascista: come Mussolini governò le donne italiane (1922-1940), in G. Duby, M. Perrot, Storia delle donne in Occidente, Il Novecento a cura di F. Thébaud, Laterza, Bari 1922.

[7] Oltre ai libri di V. DeGrazia, M. Maffai, Pane nero, Mondadori, Milano 1987; A. Rossi-Doria, Diventare cittadine, op. cit.; sul perdurare di concezioni arcaiche nel costume italiano V. Vallini, Nel periodo dellaricostruzione, costume e cultura cambiano con l'accesso delle donne alla vita politica, in "Donne e Resistenza in Emilia-Romagna", P. Gaiotti De Biase, La donna nella vita sociale e politica della Repubblica. 1945-1948, Vangelista, Milano 1978.

[8] A. Bravo e A. M.Bruzzone, In guerra senza armi. Storie di donne.1940-1945, Laterza, Bari1995: "12 gli aerei impiegati, 44 le bombe esplose, del tipo dirompente, 17 i morti, 40 i feriti".

[9] E. Costanzo, Sicilia 1943, breve storia dello sbarco alleato, Le Nuove Muse Editrice, Catania 2003. L'insurrezione delleQuattro Giornate di Napoli, che permise la liberazione della città, nacque tra il 28 settembre e il 1° ottobre 1943, come reazione ai rastrellamenti dei tedeschi, che riuscirono ad internare 18.000 uomini, alla sistematica distruzione delle fabbriche e del porto, all'ordine di sgombero di tutta l'area occidentale cittadina. L. Capobianco e C. D'Agostino, La memoria delle donne di Napoli, in "Italia Contemporanea",1994-95.

[10] G. De Luna, Il caso delle donne italiane stuprate durante la seconda guerra mondiale al centro di nuove ricerche. La ciociara e le altre, in "La Stampa", 25 novembre 2002; V. Chiurlotto, Donne come noi Marocchinate, 1944 -Bosniache, in "DWF", n. 17, 1993. Non si trovano di frequente riferimenti espliciti al pericolo di stupro, così concreto per le donne in tempo di guerra (e non solo, come purtroppo tristemente assistiamo anche oggi) nei documenti,nei volantini e nei manifesti dei GdDD o del CLN o di partiti aderenti allalotta di liberazione, interessante perciò l'appello all'insurrezione rivoltoalle "Donne di Bologna e Provincia!" dalla federazione bolognese del 12 ottobre 1944, in LRI 1787 e in L. Arbizzani, La Resistenza a Bologna. Testimonianze e documenti, vol. IV Manifesti, opuscoli e fogli volanti, Istituto per la storia di Bologna, 1975: 380-381

[11] M. Rendina, 4 giugno 1944. Sessantesimo Anniversario della Liberazione di Roma; R. Bentivegna, La liberazione di Roma, in  "Liberazione", 5 giugno 2001; C. Capponi, Con cuore di donna, Il Saggiatore, Milano 2000; Donne e Resistenzanella provincia di Roma. Testimonianze e documenti, a cura di S. Lunadei e L. Motti, Provincia di Roma, Roma 1999.

[12] Appello agli "Operai bolognesi" del 12 settembre 1944 della federazione bolognese del PCI all'insurrezione popolare armata, in LRI 1810 e in L. Arbizzani, La Resistenza a Bologna. Testimonianze e documenti, op. cit.: 321-322; Manifesto rivolto a "Emiliani, Romagnoli!"  del CLN dell''Emilia-Romagna del 22 settembre 1944 in LRI 475 e in  L. Arbizzani, op. cit.: 332-333. Dal settembre 1944 all'aprile 1945 non trascorre giorno senza appelli o chiamate all'insurrezione armata della popolazione contro i nazifascisti, a riprova che si credeva che gli alleati fossero o dovessero essere vicinissimi, come in effetti erano, ma impiegheranno sei sette mesi ad arrivare!

[13] E. Alessandrone Perona, Introduzione, a Le donne nella seconda guerra mondiale, in "Italia contemporanea", n. 195, giugno 1994.

[14] D.  Gagliani, La guerra totale e civile: il contesto la violenza e il nodo dellapolitica, in Donne Guerra Politica. Esperienze e memorie della Resistenza, a cura di D. Gagliani, E. Guerra, L. Mariani e F. Tarozzi, Clueb, Bologna 2000.

[15] Numerose sono le testimonianze raccolte in questi decenni dalle storiche in tutto il Paese, anche da me, a partigiane reggiane, parmensi, modenesi; per cui rimando ai libri indicati nelle note. Qui voglio ricordare che infiltrarsi nelle code e nelle file per sollevare il malcontento nei confronti del regime e della guerra e stabilire anche nuovi contatti e promuovere nuove adesioni/collaborazioni era uno dei compiti delle donne "politicizzate" dei Gruppi di Difesa della Donna. Vi sono molti volantini o manifestini a provarlo, in L. Arbizzani, La Resistenza a Bologna. Testimonianze e documenti, op. cit.

[16] M. Minardi, Ragazze dei borghi in tempo di guerra: storie di operaie e di antifasciste dei quartieri popolari di Parma, Istituto Storico della Resistenza di Parma, 1991.

[17] Testimonianza di Nilde Iotti raccolta da N. Caiti il 14 maggio 1981 a Montecitorio in  N. Caiti e R. Guarnieri, La memoria dei "rossi". Fascismo, Resistenza e Ricostruzione a Reggio Emilia, introduzione e cura di A. Canovi, prefazione di L. Casali, Ediesse, Roma 1996. Nilde Iotti, prestigiosa esponente del PCI, compagna di Palmiro Togliatti, è stata eletta deputata alla Costituente nel 1946, poi dal 1979 al 1992 Presidente alla Camera dei Deputati.

[18] A. Bravo, A. M. Bruzzone, In guerra senza armi, op. cit.

[19] Ibid.

[20] Questa organizzazione aperta a tutte le donne di qualsiasi ceto sociale, fede religiosa, credo politico o senza partito nasce nell'Italia occupata con il chiaro intento di appoggiare ed assistere moralmente e materialmente i partigiani, "ma anche per dare alla donna il mezzo per elevarsi nella società e portarsi all'altezza dell'uomo e a pretendere gli stessi diritti.. Diritti che ci verrebbero negati se non scendessimo in lotta", Programma di azione Gruppi di Difesa della Donna e per l'assistenza ai Combattenti della Libertà ,28 novembre 194,3 riportato integralmente in A. Appari, L. Artioli, N. Caiti, D. Gagliani e L. Spinabelli, Paura non abbiamo... L''Unione donne italiane di Reggio Emilia nei documenti, nelle immagini, nella memoria. 1945-1982, Il Nove, 1993 nella sezione documenti, insieme a: "Come donna e come italiana", Lettera dei Gdd al Clnai per chiederne il riconoscimento e l'appoggio, 18 giugno 1944; Appello del Comitato provvisorio dell'Unione della donna italiana. Roma,12 settembre1944. I dati ufficiali della partecipazione femminile e della sua persecuzione si ritrovano nei testi indicati nelle note.

[21] L. Mariani, Risorse e traumi nei linguaggi della memoria. Scritture e re-citazione, in  Donne Guerra Politica, a cura di D. Gagliani, E. Guerra, L. Mariani e F. Tarozzi, op. cit.

[22] A. Bravo e A. M. Bruzzone, In guerra senza armi, op. cit.

[23] L. Mariani, Risorse e traumi nei linguaggi della memori, op. cit.

[24] L. Beccaria Rolfi e A.M.Bruzzone, Le donne di Ravensbruck. Testimonianze di deportate politiche italiane, Einaudi, Torino 2003 (I edizione 1978); La vita offesa: storia e memoria dei Lager nazisti nei racconti di duecento sopravvissuti, a cura di A. Bravo e D. Jalla, Franco Angeli, Milano 1986. M. Halbwasch, La memoria collettiva, Unicopli, Milano 1987.

[25] Elda Guerra, Soggettività individuale e modelli del femminile: il desiderio della politica, in Donne Guerra Politica. Esperienze e memorie della Resistenza, a cura di D. Gagliani, E. Guerra, L. Mariani, F. Tarozzi, op. cit. Ivi anche F. Tarozzi, La generazione delle antifasciste.

[26] T. Merlin, La casa sulla Marteniga, Il Poligrafo, Padova 1993. Cfr. anche M. T. Sega, Vite in ombra. La partecipazione delle donne venete alla Resistenza tra silenzio della memoria e racconto, in  Donne Guerra Politica. Esperienze e memorie della Resistenza, a cura di D. Gagliani, E. Guerra, L. Mariani, F. Tarozzi, op. cit.

[27] Verso il governo del popolo. Atti e documenti del Clnai, 1943-1946, a cura di G. Grassi; A. Appari e L. Spinabelli, Nella Resistenza: le origini, in A. Appari, L. Artioli, N. Caiti, D. Gagliani, L. Spinabelli, Paura non abbiamo..., op. cit.

[28] Appello del Comitato provvisorio dell'Unione della donna italiana, Roma, 12 settembre1944, cit.

[29] Matilde Bassani Finzi partigiana. Documenti 1943-1945, a cura di V. Finzi, Edizione Privata, Milano 2004:160. La figlia ha pubblicato a proprie spese il libro! Ha consultato per l'Umbria la documentazione conservata a Roma nell'archivio dell'Ufficio RICONPART (riconoscimento e ricompense ai partigiani) M. T. Porcaro, Partigiane, contarle e riconoscerle, in  Donne Guerra Politica. Esperienze e memorie della Resistenza, a cura di D. Gagliani, E. Guerra, L. Mariani e F. Tarozzi, op. cit.

[30] M. Repetto, M. Michetti e L. Viviani, Udi, laboratorio politico delle donne. Idee e materiali per una storia, Cooperativa Libera Stampa, Roma 1984; A. Appari, L. Artioli, N. Caiti, D. Gagliani e L. Spinabelli, Paura non abbiamo..., op. cit.; Volevamo cambiare il mondo, a cura di C. Liotti, R. Pesenti, A. Remaggi e D. Tromboni, Carocci, Roma 2002; Il movimento delle donne in Emilia-Romagna. Alcune vicende tra storia e memoria (1970-1980), a cura del Centro di documentazione delle donne, Istituto per i beni culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna, Soprintendenza per i beni librari e documentari, Edizioni Analisi, Bologna 1990.

[31] A. Canovi, Declinazione emiliana. Note sull'Emilia rossa, la Repubblica, le OMI Reggiane, in 100 anni della Camera del Lavoro di Reggio Emilia, Vol. II Dal secondo dopoguerra ai primi anni '70, a cura di L. Baldissara, M. Bergamaschi, A. Canovi, A. De Bernardi, A. Pepe, Ediesse, Roma 2002.

[32] A. M. Bruzzone e R. Farina La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi, Bollati Boringhieri, Torino 2003 (la prima edizione del 1976, molto apprezzata, è da tempo esaurita).

[33] I materiali preparatori del convegno, come questionari o relazioni scritte, sono conservati nell'Archivio della Memoria delle Donne (AMD), depositato presso il Dipartimento di Discipline storiche dell'Università di Bologna. F. Pieroni Bortolotti, Le donne della Resistenza antifascista e la questione femminile in Emilia-Romagna: 1943-1945, Vangelista, Milano 1978. Dall'analisi dei circa duemila questionari raccolti la storica ricavò l'impressione che le antifasciste emiliane siano state in generale anche più avanzate di quanto prevedeva la proposta dei GdDD.

[34] AA.VV., L'altra metà della Resistenza, Storia e classe, 25, Quaderni di storia del movimento operaio e contadino in Italia, Mazzotta, Milano 1978.

[35] Ivi, viene riportata una circolare dell'ottobre 1944 con l'indicazione del comportamento da tenere in base alle regole della clandestinità e concludeva :

Il tuo lavoro è pericoloso. Puoi anche cadere nelle mani del nemico e cioè essere arrestata. Con le lusinghe, con le minacce, e spesso con le torture fisiche e morali, tenteranno di farti parlare. Tu non parlare mai! Difenditi nel modo che puoi, a seconda delle circostanze e delle situazioni ma non dire nulla, non svelare il nome dei compagni, dei recapiti, delle cose che conosci. Hai delle possibilità di salvarti solo negando e ancora negando. Comunque preferisci qualsiasi altra sorte piuttosto che diventare una spia.

La metafora delle partigiane come donne che avevano indossato i pantaloni è suggerita da Malavasi Anita, Laila nella resistenza, nella testimonianza da me raccolta il 24 novembre 2005 in N. Caiti e M.G. Ruggerini, Donne e servizi sociali nella politica del sindacato fra secondo dopoguerra e anni Settanta, in Donne nella CGIL: una storia lunga un secolo, a cura di L. Motti, Ediesse, Roma 2006. Laila ha narrato in più occasioni la sua storia, che si trova pubblicata per la prima volta in N. Caiti e R. Guarnieri, La memoria dei rossi, op. cit. Si veda anche http://www.resistance-archive.org

[36] Proprio tenendo conto di tutti questi elementi, nell'organizzare il cinquantesimo della Resistenza a Parma, insieme a Maria Grazia Ruggerini, nel 1995 abbiamo intitolato il convegno Donne, Resistenza, Cittadinanza politica. Avvenimenti, passioni, emozioni, delusioni, occupandoci sia dei fatti che delle emozioni e delle passioni con cui le donne avevano agito, ma anche delle delusioni avvertite successivamente per la delegittimazione della donna, come evidenzia la contrastata acquisizione del diritto di cittadinanza, anche se Ruggerini chiarisce come sia più corretto parlare di diritti di cittadinanza politica, in Donne, Resistenza, Cittadinanza politica. Avvenimenti, passioni, emozioni, delusioni, a cura di M. Minardi, Tipolitografia Benedettina Editrice, Parma 1997, per l'impianto del convegno, le tematiche, i soggetti coinvolti (L. Mariani, G. Bonansea, A.M. Bruzzone, L. Polizzi, C. Soncini, M. S. Carpi e altre) vedi ivi N. Caiti, Memoria femminile della Resistenza tra ricerca storica e testimonianze..

[37] Statuto, Stampa Nazionale, Firenze 1993 (1989). P. Di Cori, Soggettività, storia delle donne, in Società Italiana delle Storiche, Discutendo di storia. Soggettività, ricerca, biografia, Rosenberg & Sellier, Torino 1990.

[38] Donne e uomini nelle guerre mondiali, a cura di A. Bravo, Laterza, Roma-Bari 1991; A. Bravo e A. M. Bruzzone, In guerra senza armi, op. cit.

[39] AA.VV, I gesti e i sentimenti: le donne nella Resistenza bresciana. Strumenti per la ricerca, Brescia 1989. AA.VV., I gesti e i sentimenti: le donne nella Resistenza bresciana. Percorsi di lettura, Brescia 1990. Da questi nascono quattro percorsi di lettura e una proposta teatrale costruita su brani tratti dalle testimonianze raccolte.

[40] G. Bonansea, Immagini e simboli nei racconti di partigiane carraresi, in Comitato provinciale per la celebrazione del cinquantenario della Resistenza, Commissione provinciale pari opportunità, A piazza delle erbe! L'amore, la forza, il coraggio delle donne di Massa Carrara, Provincia di Massa e Carrara 1994.

[41] S. Follacchio e L. Gorgoni Lanzetta, Donne in guerra: condizioni di vita, modelli di comportamento, percezione di sé, in La guerra del Sangro. Eserciti e popolazione in Abruzzo 1943-1944, a cura di C. Felice, Franco Angeli, Milano 1994.

[42] M. G. Camilletti, Racconti delle donne di Ancona, in Italia Contemporanea, 1994-195. Eadem, Le donne raccontano: guerra e vita quotidiana. Ancona 1943-45, I quaderni, 1994, n. 9-10

[43] L. Capobianco e C. D'Agostino, La memoria delle donne di Napoli, in Italia Contemporanea, 1994-95.

[44] Per esempio M. Minardi, Ragazze dei borghi in tempo di guerra: storie di operaie e di antifasciste dei quartieri popolari di Parma, Istituto Storico della Resistenza di Parma, 1991. Alla sua cura si deve la pubblicazione degli interventi al convegno per il cinquantesimo della Resistenza a Parma in Donne, Resistenza, Cittadinanza politica. Avvenimenti, passioni, emozioni, delusioni, op. cit.

[45] C. Pavone, Una guerra civile: saggio storico sulla moralità nella resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991.

[46] C. Pavone, Il Ponte, n.1/1995, dedicato al cinquantesimo della resistenza con il titolo Resistenza. Gli attori, le identità, i bilanci storiografici, introduzione curata dallo storico, pagina 13.

[47] J. Sémelin, Senz'armi di fronte a Hitler. La Resistenza Civile in Europa. 1939-1943, Edizione Sonda, Torino-Milano1993 (edizione originale Payot, Paris 1989). L'edizione italiana contiene anche due appendici, una di Stefano Piziali, Commento bibliografico. La resistenza non armata in Italia (pp. 227-234) e una di Enrico Peyretti, Un caso italiano: lo sciopero come strumento di lotta (pp. 235-240), sugli scioperi operai del '43 e '44 in Italia, trascurati da Sémelin.

[48] P. Di Cori, intervento alla tavola rotonda coordinata da S.Soldani, Discutendo di diritti e di cittadinanza, in Agenda, n. 10-11, 1994.

[49] A. Rossi-Doria, L'invisibilità politica delle donne: alcune riflessioni, in Donne Guerra Politica, a cura di D. Gagliani, E. Guerra, L. Mariani e F. Tarozzi, op. cit.

[50] Guerra Resistenza Politica. Storie di donne, a cura di D. Gagliani, Aliberti Editore, Reggio Emilia 2006, vengono approfonditi gli studi presentati nel convegno del 1997, si analizza anche il collaborazionismo alla RSI; interessanti le ricerche di G. Nemec sulle vedove di guerra nella zona A del Friuli-Venezia Giulia, mentre nel precedente convegno era intervenuta con un'indagine sulla partigiana jugoslava e su come venisse considerata alla stregua di uno strano animale dalla società italiana istriana. Il convegno ha preso avvio da Un ricordo di Genoeffa Cocconi, la madre dei sette fratelli Cervi uccisi dai nazifascisti, ad opera della nipote Maria Cervi, l'instancabile sostenitrice di ricerche ed incontri sulla storia delle donne, scomparsa nel 2007.

[51] L'ERA nasce dalla collaborazione di nove associazioni provenienti dai sei Paesi europei sunnominati, presso i quali è avvenuto l'incontro e lo scambio tra testimoni e studiosi, guidato dagli istituti di ricerca o da organizzazioni giovanili coinvolti nel progetto: ottanta giovani hanno condotto le interviste ai testimoni con il supporto di storici e di una troupe televisiva professionista. Uomini e donne provenienti, come si diceva, da sei Paesi europei - per l'Italia da Reggio Emilia - raccontano le loro esperienze, i loro percorsi per arrivare alla scelta resistenziale con o senza armi. Tutte le trascrizioni delle interviste(in lingua originale o in inglese) sono scaricabili per facilitare seminari o lezioni. L'archivio è pronto ad accogliere nuovi contributi.

[52] Si veda il portale web della Provincia di Reggio Emilia, ente promotore del Progetto insieme ad ANPI, ALPI - APC, ISTORECO, ISTITUTO CERVI, CGIL - CISL - UIL, ivi anche la presentazione di chi lo ha coordinato, Milla Rinaldi.

[53] Nel primo DVD è stato registrato lo spettacolo teatrale che ha coinvolto le classi medie inferiori dell'Istituto comprensivo E. Comparoni di Bagnolo in Piano (RE); nel secondo le studentesse dell'Istituto Magistrale della città riflettono sulla propria esperienza, dopo aver presentato le testimonianze da loro raccolte con le videointerviste di Ameris Zini, staffetta e moglie del partigiano Spadoni Amos, Bruna Guidetti, staffetta e moglie di Casoni "Brenno" responsabile delle SAP della Bassa; Maria Montanari, staffetta, poi impegnata nel sindacato e moglie del partigiano Carretti, Giovanna Rasori e Lidia Greci assessore nel dopoguerra. Per il titolo del diario gli studenti hanno optato - anziché per il nome di battaglia "Anna", della "partigiana combattente, arrestata e decorata con la medaglia d'argento" Rosina Becchi - – per il soprannome con cui era conosciuta nel suo paese, ove visse fino alla morte avvenuta nel 1987: – "Sèida" , che nel dialetto reggiano significa seta, perché alla nascita la sua pelle era appunto così liscia. A metà degli anni Settanta Rosina aveva narrato la sua sorprendente esperienza (condotta anche se le mancava il braccio sinistro, perso nel 1934 a sedici anni, a seguito di un incidente, per una ragione che viene svelata nel diario) ad A. Paterlini (Nino), Partigiane e – Patriote della provincia di Reggio nell'Emilia, Edizioni Libreria Rinascita, Reggio Emilia 1977.

 

Pour citer cette ressource :

Nadia Caiti, "Donne, guerra e Resistenza in Italia", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), mars 2008. Consulté le 16/02/2019. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/civilisation/xxe-xxie/seconde-guerre-mondiale/donne-guerra-e-resistenza-in-italia