Vous êtes ici : Accueil / Civilisation / XXe - XXIe / Seconde guerre mondiale / Donne, guerra e Resistenza in Italia

Donne, guerra e Resistenza in Italia

Par Nadia Caiti : Professeur de Lettres italiennes
Publié par Damien Prévost le 11/03/2008
La guerra è l'evento che per eccellenza, "tanto nelle forme di opposizione come in quelle di difesa maturate dai soggetti, implica una frantumazione spazio-temporale di situazioni, vissuti, mondi interni ed esterni". A cercare di conservare o riportare ad unità una realtà sempre più franta, caratterizzata, specialmente nel caso della seconda guerra mondiale, dall'incertezza, dalla fame, dalla paura, dagli incubi, dall'orrore provvedono le donne, rimaste sole poiché i loro uomini sono stati richiamati a combattere sui vari fronti, anche se la novità di questo ultimo conflitto consiste nel travolgere ogni luogo ed ogni essere.

Donne e guerra

La guerra è l'evento che per eccellenza, "tanto nelle forme di opposizione come in quelle di difesa maturate dai soggetti, implica una frantumazione spazio-temporale di situazioni, vissuti, mondi interni ed esterni".[1]

A cercare di conservare o riportare ad unità una realtà sempre più franta, caratterizzata, specialmente nel caso della seconda guerra mondiale, dall'incertezza, dalla fame, dalla paura, dagli incubi, dall'orrore provvedono le donne, rimaste sole poiché i loro uomini sono stati richiamati a combattere sui vari fronti, anche se la novità di questo ultimo conflitto consiste nel travolgere ogni luogo ed ogni essere.

Per sfuggire alla morte le donne  mettono in atto innumerevoli espedienti per sé e per i propri familiari, ma anche per altri sconosciuti: soldati sbandati, italiani e stranieri, ebrei, oppositori, antifascisti, carcerati, chi era destinato al lavoro coatto in Germania; per coloro quindi che non fanno parte della propria famiglia, neppure della propria comunità di appartenenza, dilatando i confini di quest'ultima e facendo acquisire ai loro atti la valenza  della responsabilità civica, politica nel senso puro del termine.

Per cogliere appieno il senso dell'affermazione sarebbe opportuno ricostruire  le condizioni di vita delle donne italiane negli anni della guerra, sia pure a grandi linee, il che inevitabilmente porta a ridurre le sfaccettature di una realtà ben più complessa di quanto si riesca a riferire nelle poche righe seguenti.

Quando Mussolini, il 10 giugno 1940, dichiara l'ingresso dell'Italia nella seconda guerra mondiale, iniziata da Hitler nove mesi prima, le donne italiane erano ancora "cittadine incompiute" prive di diritti politici come di gran parte di quelli civili; non legittimate ad assumere decisioni neppure all'interno dell'ambito familiare; sottomesse all'uomo di casa (padre, marito, fratello che fosse) o di un tutore;[2] remissive nonostante le dure condizioni di vita (soprattutto in campagna o in fabbrica e in famiglia); per la maggior parte analfabete o quasi, tanto era considerato inutile investire nella loro istruzione dal momento che si sarebbero sposate presto e avrebbero dovuto dedicare tutte le loro energie, le proprie abilità alla cura della casa e dei componenti del nuovo nucleo familiare.

Se avevano compiuto ventotto anni ed erano ancora senza marito potevano rischiare di essere considerate zitelle e perdere molto del proprio "valore" all'interno di una società basata sulla soggezione femminile all'uomo, pronta a riconoscere loro la finalità meramente riproduttiva. Le italiane dei ceti più poveri a quel tempo erano definite perlopiù dalle numerose gravidanze, che spesso le stroncavano - insieme alle fatiche - intorno ai quarant'anni. Comunque a quell'età, se appartenevano al popolo,  dovevano mortificare la propria figura portando abiti scuri e il fazzoletto in testa, sia al Sud che al Nord, come la protagonista del romanzo di Renata Viganò e dell'omonimo film di Montaldo, L'Agnese va a morire. Non veniva considerata teneramente chi - già matura - era a capo scoperto e si vestiva con abiti sgargianti, ma nemmeno chi - giovane - si truccava, si dava il rossetto, si laccava le unghie. L'ideale femmineo era stato modellato attraverso i secoli con il concorso fondamentale della Chiesa e consisteva nell'immagine della buona madre e sposa, modesta ed umile, felice di vivere all'interno dello spazio privato (circoscritto tra la casa del padre e quella del marito), ubbidiente, desiderosa di appagare il proprio uomo ed i propri figli, contenta di lasciare le protettive mura domestiche per recarsi in chiesa alla funzione domenicale. Le era concesso lavorare anche fuori casa esclusivamente per necessità economica, di integrazione dello stipendio del marito, altrimenti era malvista e mal giudicata.

Avevano tentato diminare e modificare una simile condizione femminile, per la verità in gran parte condivisa anche da altre donne europee, le "femministe" italiane della fine dell'Ottocento e dell'inizio del Novecento (di cui non vi era però ricordo nella maggioranza della popolazione femminile).[3] Di più vaste conseguenze era stata la prima guerra mondiale, che aveva sottratto gli uomini alle case e al lavoro ed aveva costretto le donne a diventare capofamiglia e a svolgere le attività fino a quel momento loro precluse. Probabilmente tutto ciò è vissuto come mera necessità dalla maggior parte delle donne, che obbligatoriamente ma abbastanza disciplinatamente tornano "al loro posto", forse sfinite da anni di fatiche e di solitudine, felici del ritorno del loro uomo  per ragioni  di cuore o di considerazione sociale.

Certo questa esperienza ha spalancato scenari prima accessibili solo alle donne borghesi, ricche e colte. Può aver rinvigorito desideri ed ambizioni, voglia di cambiamenti che sicuramente alcune donne, compresa qualche intellettuale borghese "femminista",[4] avevano creduto di veder realizzati con il fascismo, che si volle presentare nel primo dopoguerra come un movimento rivoluzionario, interprete delle poliedriche esigenze di modernizzazione dell'Italia. In effetti da un lato il regime promuove, ad esempio,  per le bambine l'opportunità di frequentare le colonie marine e, insieme alle ragazze,di fare sport in palestra o più facilmente all'aperto ampliando gli spazi incui crescere e alimentando nuove aspirazioni;[5] dall'altro, però, vieta con apposite leggi l'accesso ad importanti attività come, per indicarne alcune, l'insegnamento di storia e filosofia nei licei e negli istituti superiori o di altre discipline nelle medie inferiori. Può essere maestra, quasi a prolungare in questo ruolo quello materno, ma non può essere professoressa, giudice e così via. Noti sono, poi, gli interventi sia giuridici che propagandistici a sostegno della martellante campagna demografica con al centro la "massaia rurale" e la "madre prolifica".

Il rapporto donne e fascismo si è, insomma, rivelato complesso e contraddittorio, diviso tra modernità e restaurazione.[6] Restano, comunque, a convalidare purtroppo per le donne una condizione di subordinazione, di minorità giuridica e socio-politica sia la legislazione penale e familiare fascista sia gli arcaici costumi sociali e culturali non scalfiti dalla "rivoluzione" di Mussolini, anzi alla fine consolidati dal suo regime.[7]

Alle cinque del pomeriggio del 10 giugno 1940, quando, come si diceva, il duce comunica alla nazione di averla portata in guerra, molti stoltamente esultano convinti che si tratti di una fausta e rapida esperienza; non sarà così né per gli uomini né per le donne, che comunque non manifestano contro il conflitto bellico.

Per quest'ultime inizierà la straziante odissea giornaliera dell'approvvigionamento del cibo, della cura dei familiari insituazioni di emergenza, dell'assunzione delle decisioni per salvaguardare i propri beni e l'incolumità fisica e psicologica dei cari.

Di nuovo la guerra ha portato via dalle case e dai luoghi di lavoro gli uomini, di nuovo le donne devono sostituirli in tutto, anche in ciò che fino a quel momento era stato loro precluso.

Questo evento bellico presenta, come si è detto, delle caratteristiche nuove rispetto al precedente: in poco tempo i civili si troveranno al fronte, che attraverserà in più punti il Paese, ben presto teatro da un lato della feroce occupazione nazista, sostenuta dai fascisti, e dall'altro dei bombardamenti  degli alleati. Già nella notte tra l'11 e il12 giugno 1940 cadono le prime bombe inglesi su Torino, incredula.[8] Gli sviluppi ed i casi del conflitto creano una nuova geografia dell'Italia con pochi luoghi appena toccati dagli orrori del conflitto armato ad altri a lungo martoriati. Su ciò hanno inciso anche gli errori compiuti dalle forze alleate.Gli Americani liberano la Sicilia  nel luglio del '43, ma non sottopongono ad un serrato controllo della marina o dell'aviazione lo stretto di Messina, consentendo alle truppe fasciste e naziste di guadagnare la parte continentale del Paese, insieme a tutta la propria potenza bellica, di lì a poco drammaticamente sperimentata da Napoli.[9] Con incredibile lentezza, poi, superano Cassino prima ed Anzio poi, ove erano sbarcati con un secondo corpo militare senza incontrare una seria opposizione da parte dell'esercito tedesco, e dove sorprendentemente si schierano a difesa  senza procedere di un solo chilometro lungo una strada priva di veri ostacoli. In Ciociaria, nella valle del Liri, al di qua e al di là della Linea Gustav si consumeranno violenze inaudite e terribili stragi.[10] Altrettanto gravida di conseguenze funeste sarà, viceversa, la fretta con cui il generale statunitense Clark raggiunge Roma  - volendosi fregiare della vittoria per la caduta della prima capitale dell'Asse - senza attendere, come convenuto in precedenza, il generale britannico Montgomery e costringendo la resistenza romana ad un'attività frenetica, che compromette - sia nella lunga attesa prima, che nella confusione poi -  molte coperture di resistenti, moltiplica quindi gli arresti, le fucilazioni nel forte Bravetta, le uccisioni nelle carceri di Kappler e Koch dove i patrioti vengono  ferocemente torturati,  il che porta all'attacco partigiano di Via Rasella, a cui i tedeschi rispondono secondo la propria disumana ideologia con lo spietato eccidio delle Fosse Ardeatine.[11] Ciò impedisce, inoltre, di organizzare l'insurrezione partigiana a Roma e, quindi,consente ai gerarchi nazifascisti di fuggire con le loro forze quasi intatte, attestandosi e concentrandosi al di là della Linea Gotica, dispiegandovi ed esplicandovi per quasi un anno una feroce immensa forza distruttrice. Di nuovo incomprensibilmente gli anglo-americani con esasperante lentezza raggiungono e superano l'Appennino tosco-emiliano, abbandonando alla violenza efferata delle famigerate SS, dei reparti dell'esercito nazista, dei fascisti italiani della GNR e delle Brigate Nere le popolazioni centro-settentrionali per un lungo terribile inverno. A Bologna gli abitanti sentono nitidamente il cannone degli alleati nel settembre del '44 e già si apprestano a festeggiare la libertà, che viene loro portata dai partigiani il 23 aprile1945.[12] Diventerà una costante salutare l'arrivo degli anglo-americani nelle città e nei paesi italiani già liberati dall'insurrezione partigiana, certo concordata con gli alleati e resa ai nazisti più temibile proprio per la vicinanza di questi ultimi.

La memoria dell'esperienza femminile, pertanto, si modella in base alla nuova geografia dell'Italia,[13]  ma anche alle coordinate temporali del prima, durante, poi rispetto a ciò che è avvenuto in quel determinato luogo,[14] come avvertono rispettivamente  Ersilia Alessandrone Perona e  Dianella Gagliani. Sarà, per esempio, in base al prima che la Resistenza e la lotta di liberazione dai nazifascisti potranno assumere le caratteristiche di un conflitto di classe oppure solo di guerra patriottica.

1 / 2 / 3

Note

[1] G. Bonansea, Scrivere la guerra: paesaggi al confine tralinguaggi e immaginari sociali, intervento al Convegno per il cinquantesimo della Resistenza a Parma, in Donne, Resistenza, Cittadinanza politica.Avvenimenti, passioni, emozioni, delusioni, a cura di M. Minardi,  Tipolitografia Benedettina Editrice, Parma 1997.

[2] A mo' d'esempio, tra i tanti, il racconto di una partigiana reggiana, Castagnetti Giacomina, nata nel 1925 tre mesi dopo la morte del padre in una famiglia mezzadrile numerosa, ultima di otto figli, sei maschi e due femmine:

Mia madre solo perché era unadonna non poteva essere capofamiglia, quindi non poteva avere la patria potestàsui figli. - aggiunge poi con buona ironia -  Il Tribunale ci aveva assegnato un tutore che doveva controllare lemiserie di una famiglia mezzadra, quindi era venuto a contare quante forchettec'erano in casa, i cucchiai, i mobili, tutto quanto, perché, dato che eravamominorenni, dovevano controllare che questo patrimonio rimanesse intatto.

[3] F. Pieroni Bortolotti, Socialismo e questione femminile in Italia1892-1922, Mazzotta, Milano 1974; A. Buttafuoco, Vuoti di memoria. Sulla storiografia politica in Italia, in "Memoria", rivista di storia delle donne, 1991, n. 31; A. Rossi-Doria, Diventare cittadine. Il voto alle donne, Giunti, Prato 1996, ripresentato recentemente a Roma.

[4] Per esempio TeresaLabriola (1873-1941), figlia del filosofo marxista Antonio, laureata giovanissima in Giurisprudenza, dopo molte polemiche e un dibattito parlamentare nel 1901 viene ammessa all'Albo degli avvocati: è la prima avvocatessa d'Italia. Si avvicina al movimento emancipazionista d'inizio secolo, diventa responsabile della Sezione giuridica del Consiglio nazionale delle donne italiane (1903), partecipa alla campagna per il voto alle donne del1906-13. Diventa poi nazionalista, quindi fascista. M. De Giorgio, Le italiane dall'Unità ad oggi, Laterza, Bari 1993.

[5] Tra le tante testimonianze già note e pubblicate, trovo significativa  quella riferitami dalla partigiana parmense Maria Bocchi, incontrata il 15 maggio 1995 quando stavo organizzando, insieme a Maria Grazia Ruggerini, il convegno Donne, Resistenza, Cittadinanza politica. Avvenimenti, passioni, emozioni, delusioni a Parma. Maria Bocchi è figlia di antifascisti del quartiere popolare dell'Oltretorrente, da bambina apprezza sia le colonie marine (di cui ha bisogno perché affetta da tubercolosi, la malattia che le ha da poco ucciso il padre), sia le occasioni di fare sport in palestra, opportunità che le offre il regime. Pertanto non comprende l'attività antifascista della madre fino al momento dell'armistizio, quando quattordicenne inizierà a partecipare alla Resistenza. Per alcune rapide informazioni sulla politica fascista nei confronti delle donne, si veda anche AA.VV., Piccole italiane. Un raggiro durato vent'anni, Anabasi, 1994, nato dalla reazione appassionata di giornaliste e scrittrici al revisionismo di chi, come l'allora Presidente della Camera Irene Pivetti, voleva esaltare l'azione  da Mussolini e dal fascismo nei confronti delle italiane.

[6] Per un'interpretazione documentata, corretta ed articolata  di questo nodo tematico e storiografico resta fondamentale V. De Grazia, Le donne nel regime fascista, Marsilio, Venezia 1997 (I ed. 1992).  Si vedano anche Ead. , Consenso e cultura di massa nell'Italia fascista, Laterza, Bari1981. Ead., Il patriarcato fascista: come Mussolini governò le donne italiane (1922-1940), in G. Duby, M. Perrot, Storia delle donne in Occidente, Il Novecento a cura di F. Thébaud, Laterza, Bari 1922.

[7] Oltre ai libri di V. DeGrazia, M. Maffai, Pane nero, Mondadori, Milano 1987; A. Rossi-Doria, Diventare cittadine, op. cit.; sul perdurare di concezioni arcaiche nel costume italiano V. Vallini, Nel periodo dellaricostruzione, costume e cultura cambiano con l'accesso delle donne alla vita politica, in "Donne e Resistenza in Emilia-Romagna", P. Gaiotti De Biase, La donna nella vita sociale e politica della Repubblica. 1945-1948, Vangelista, Milano 1978.

[8] A. Bravo e A. M.Bruzzone, In guerra senza armi. Storie di donne.1940-1945, Laterza, Bari1995: "12 gli aerei impiegati, 44 le bombe esplose, del tipo dirompente, 17 i morti, 40 i feriti".

[9] E. Costanzo, Sicilia 1943, breve storia dello sbarco alleato, Le Nuove Muse Editrice, Catania 2003. L'insurrezione delleQuattro Giornate di Napoli, che permise la liberazione della città, nacque tra il 28 settembre e il 1° ottobre 1943, come reazione ai rastrellamenti dei tedeschi, che riuscirono ad internare 18.000 uomini, alla sistematica distruzione delle fabbriche e del porto, all'ordine di sgombero di tutta l'area occidentale cittadina. L. Capobianco e C. D'Agostino, La memoria delle donne di Napoli, in "Italia Contemporanea",1994-95.

[10] G. De Luna, Il caso delle donne italiane stuprate durante la seconda guerra mondiale al centro di nuove ricerche. La ciociara e le altre, in "La Stampa", 25 novembre 2002; V. Chiurlotto, Donne come noi Marocchinate, 1944 -Bosniache, in "DWF", n. 17, 1993. Non si trovano di frequente riferimenti espliciti al pericolo di stupro, così concreto per le donne in tempo di guerra (e non solo, come purtroppo tristemente assistiamo anche oggi) nei documenti,nei volantini e nei manifesti dei GdDD o del CLN o di partiti aderenti allalotta di liberazione, interessante perciò l'appello all'insurrezione rivoltoalle "Donne di Bologna e Provincia!" dalla federazione bolognese del 12 ottobre 1944, in LRI 1787 e in L. Arbizzani, La Resistenza a Bologna. Testimonianze e documenti, vol. IV Manifesti, opuscoli e fogli volanti, Istituto per la storia di Bologna, 1975: 380-381

[11] M. Rendina, 4 giugno 1944. Sessantesimo Anniversario della Liberazione di Roma; R. Bentivegna, La liberazione di Roma, in  "Liberazione", 5 giugno 2001; C. Capponi, Con cuore di donna, Il Saggiatore, Milano 2000; Donne e Resistenzanella provincia di Roma. Testimonianze e documenti, a cura di S. Lunadei e L. Motti, Provincia di Roma, Roma 1999.

[12] Appello agli "Operai bolognesi" del 12 settembre 1944 della federazione bolognese del PCI all'insurrezione popolare armata, in LRI 1810 e in L. Arbizzani, La Resistenza a Bologna. Testimonianze e documenti, op. cit.: 321-322; Manifesto rivolto a "Emiliani, Romagnoli!"  del CLN dell''Emilia-Romagna del 22 settembre 1944 in LRI 475 e in  L. Arbizzani, op. cit.: 332-333. Dal settembre 1944 all'aprile 1945 non trascorre giorno senza appelli o chiamate all'insurrezione armata della popolazione contro i nazifascisti, a riprova che si credeva che gli alleati fossero o dovessero essere vicinissimi, come in effetti erano, ma impiegheranno sei sette mesi ad arrivare!

[13] E. Alessandrone Perona, Introduzione, a Le donne nella seconda guerra mondiale, in "Italia contemporanea", n. 195, giugno 1994.

[14] D.  Gagliani, La guerra totale e civile: il contesto la violenza e il nodo dellapolitica, in Donne Guerra Politica. Esperienze e memorie della Resistenza, a cura di D. Gagliani, E. Guerra, L. Mariani e F. Tarozzi, Clueb, Bologna 2000.

Pour citer cette ressource :

Nadia Caiti, "Donne, guerra e Resistenza in Italia", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), mars 2008. Consulté le 21/11/2018. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/civilisation/xxe-xxie/seconde-guerre-mondiale/donne-guerra-e-resistenza-in-italia