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La «solita strada» è sempre «bianca come il sale»? -Ricordi di Luigi Tenco a Ricaldone

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Publié par Damien Prévost le 16/03/2011
Attraverso questo articolo, Sandra Garbarino ci parla di Luigi Tenco - cantautore famoso morto tragicamente durante il festival si San Remo del '67 - nella sua natìa di Ricaldone. Passeggiando per le vie, rilegge i suoi testi e ricorda l'artista. Il percorso finisce nel museo dedicatogli proprio in questa città.

Luigi+Tenco+TencoPic1.jpgSandra Garbarino, Maître de Conférences à l'Université Lyon2

 Attraverso questo articolo, Sandra Garbarino ci parla di Luigi Tenco - cantautore famoso morto tragicamente durante il festival si San Remo del '67 - nella sua natìa di Ricaldone. Passeggiando per le vie, rilegge i suoi testi e ricorda l'artista. Il percorso finisce nel museo dedicatogli proprio in questa città.
E  io penso alla forza che mi ha reso quest'uomo, strappandolo al mare, alle terre lontane, al silenzio che dura
Cesare Pavese, I mari del Sud

Molti anni fa, dedicando una canzone a sua madre, Luigi Tenco scriveva

vedrai che cambierà non so dirti come e quando ma vedrai che cambierà.

Luigi non aveva all'epoca ventinove anni e la sua carriera si stava avviando verso una serie di circostanze, che, senza dubbio, avrebbero cambiato tutto. Luigi non aveva ancora ventinove anni ed era già un musicista completo, un compositore, un cantautore, un poeta, e ciononostante sperava che le cose cambiassero. Ma cosa doveva cambiare? Cosa doveva essere diverso? Forse i tempi, che non erano sufficientemente maturi per accogliere parole tanto forti, profonde, rivoluzionarie e, soprattutto, vere come quelle di Tenco. Luigi Tenco fu uno dei cantautori che rivoluzionarono il mondo della canzone. Prendendo le dovute distanze dalle "canzonette", lui per primo condusse la musica leggera verso testi sempre più impegnati, verso una canzone che, se nel mondo c'era qualcosa che non andava, lo diceva chiaro e tondo, senza mezzi termini. La portata di tale messaggio fu così grande che molti non riuscirono a capirla. In effetti, come hanno osservato diversi biografi [1], il suo nuovo modo di fare musica giunse troppo presto per essere capito dai più che, di conseguenza, lo rifiutarono. Così, per Luigi come per molti altri grandi artisti, il successo, quello vero, arrivò dopo la morte. E fu proprio la morte a catapultarlo in cima alle classifiche, a fare sì che le vendite dei suoi dischi si moltiplicassero in maniera esponenziale. Una morte che lo riportò tra le colline del paese materno, Ricaldone, dove il giovane cantautore si recava regolarmente, come tanti altri meno famosi di lui, a far visita agli zii. È precisamente a Ricaldone che vogliamo tornare con questo breve testo, in quel paesino dove il ricordo di Luigi Tenco non si è mai sopito, dove quel nome significa ancora molto, dove la gente che crede nel messaggio del cantautore fa del suo meglio perché questo non venga dimenticato. Inerpicandoci per le salite di Ricaldone, vagabondando per i sentieri che corrono tra filari di vigne ormai vendemmiate, come scrisse Cesare Pavese, uno scrittore per certi versi tanto simile a Tenco, «vengon brividi lunghi per le nude colline»[2]. Ripercorrendo la strada che attraversa Ricaldone, quella che anticamente da Torino conduceva al mare e che percorre il misterioso intrico collinare delle Langhe. Tra questi rilievi, compresi tra le Alpi Liguri, il Monferrato Astigiano e la pianura al di là del fiume Bormida, non è sempre facile distinguere case e paesi...

In primavera e in autunno, le sottili nebbie del mattino, che si insinuano tra le valli, confondono la trama dei pesanti «mammelloni». D'inverno, la luminosità della neve moltiplica le curve delle colline ed accentua l'effetto disorientante delle ondulazioni. D'estate, il chiarore abbacinante della luce solare rende realmente «bianca come il sale» la strada che attraversa i paesi e conduce a quei cortili da cui, come il personaggio di Ciao amore, ciao, tanta gente è dovuta partire. Dal crinale delle colline, lo sguardo indugia sulla  morbidezza dei loro contorni, accentuata dalle rigogliose fronde delle vigne che attendono pazienti l'approssimarsi della vendemmia.

Vigne, il cui lavoro è intenso e costa fatica :
«vedo solo colline e mi riempiono il cielo e la terra con le linee sicure dei fianchi, lontane o vicine. Solamente, le mie sono scabre e striate di vigne faticose sul suolo bruciato.»[3]

Vigne impresse nell'animo poetico di Tenco al punto di ispirargli, in una prima versione della sua ultima canzone, l'inserimento di un verso chiaramente legato alle radici ricaldonesi: «lo zolfo alle viti[4]».

Questo passaggio cancellato dalla versione finale, presentata a "quel" San Remo di trentacinque anni fa, ci riporta inevitabilmente ad una delle preoccupazioni estive dei contadini: la cura delle viti con zolfo e verderame. Preoccupazioni che il giovane Luigi deve aver vissuto più o meno in prima persona, negli anni trascorsi in questo paesino dell'Alto Monferrato. Sì, perché anche se l'occupazione principale della famiglia era la commercializzazione del vino, l'abitare nel cuore di un paesino in cui i carri passano a tutt'andare e la gente che s'incontra discute spesso e volentieri di vigne, devono aver fatto sì che il piccolo Luigi vivesse, seppur indirettamente, tali problematiche. D'altronde, come ha giustamente osservato Renzo Parodi, «l'atmosfera rarefatta della campagna concilia la riflessione e Luigi è naturalmente un bambino riflessivo, capace di interrogarsi senza aprire bocca, perso nel mondo silenzioso dell'infanzia...»[5] Le vigne, presenti in Ciao amore, ciao sono dipinte da Tenco in relazione al duro lavoro che esse comportano ed alla difficile precarietà dell'essere (e dell'esistere) della vita contadina:
«guardare ogni giorno se piove o c'è il sole, per saper se domani si vive o si muore»[6].

Ma non solo. In alcuni passaggi, riaffiora la volontà di tornare a quel gran corpo ondulato che svela, come dice Pavese, l'infinità di particolari con cui natura e cultura contadina si sono fuse in un'armonia che suscita pace, rispetto, nostalgia. In quelle circostanze, Tenco affida ai versi de La mia valle il compito di testimoniare il suo desiderio di tornare alla sua valle, dove tutto è più naturale, più genuino:
«dove la gente lavora i campi dalla mattina sino alla sera, senza problemi per il vestire e con la barba sempre da fare»[7].
Si tratta di strofe in cui il giovane cantautore rievoca il suo paese, quello in cui trascorse l'infanzia e dal quale partì all'età di dieci anni. Fu infatti nel 1948 che Luigi se ne andò da Ricaldone con la famiglia materna per varcare la frontiera dell'Appennino e approdare a Genova, quella città marinara aperta al mondo ed alle sue grandi novità, tanto diversa dal paesino in collina. Nonostante la grande ricchezza culturale e le numerose possibilità che la città gli offriva, questo borgo dell'alessandrino rimase a lungo nel suo cuore. Ciò perché, oltre ad essere il suo paese d'origine, fu un luogo che gli trasmise insegnamenti semplici ma pregni di quella saggezza contadina a lui tanto cara:
«dove ho imparato ad amare il sole perché fa crescere l'erba nei prati, dove ho imparato ad amare la pioggia perché fa crescere l'acqua nel pozzo...»
Ripercorrendo le tappe della vita del cantautore a Ricaldone, ci pare non sia cambiato molto da quei tempi: la gente del posto continua a lavorare i campi «senza problemi per il vestire e con la barba sempre da fare»; la «solita strada» è senza dubbio ancora «bianca come il sale» e molte persone continuano a «dire  addio al cortile» per cercar fortuna altrove. Certo, è vero che molte cose sono diverse da allora. Se abbiamo potuto farci un'idea di come potevano essere "quei tempi", noi che non li abbiamo vissuti in prima persona, è grazie alle canzoni di chi, come Luigi, li ha racchiusi nei suoi versi, affidando ad immagini altamente poetiche il compito di tramandarli ai posteri, ma anche attraverso le parole di coloro che appartengono a generazioni precedenti alla nostra e che "quei tempi" li hanno vissuti in prima persona. Proprio grazie a questi ricaldonesi abbiamo tentato di rivivere le sensazioni contrastanti proprie dell'infanzia di Luigi tra queste dolci colline del Monferrato, tra l'arcobaleno dei colori delle vigne che ornano i mammelloni, il carducciano aspro odor dei vini sprigionato dai tini che traboccano di mosto e le «nude colline», scabre e «striate di vigne faticose sul suolo bruciato» di cui scrive Pavese. Ma è difficile riuscire a ricomporre il puzzle scomposto dal tempo, tiranno inesorabile, che ha irrimediabilmente disperso le tessere principali. Molti dei compagni d'infanzia di Luigi oggi non ci sono più. I volti fissati per l'eternità sulle foto di Luigi a Ricaldone non si possono più scorgere nei cortili del paese, né lungo la strada che attraversa il paese dall'alto in basso, dalle vigne, alla cantina, fino al famoso cortile della casa materna e, poco più in giù, all'odierna Piazza Luigi Tenco. I pochi amici che siamo riusciti ad incontrare lo ricordano come un ragazzo forte, un capo, un "leader". «Era lui che decideva cosa fare, a cosa giocare e, in seguito, dove andare», ci rivela l'ingegner Gianni Cuttica, compagno di gioventù del cantautore, che, come l'amico, tornava a Ricaldone (da Genova) durante le vacanze scolastiche. «Luigi fu un vero e proprio capo carismatico per i ragazzini che vivevano in paese». E lo fu anche in seguito, quando invece di vivere tra le colline ricaldonesi ritornava in campagna da Genova, nel fine settimana o d'estate. E, in fondo, lo è ancora oggi... Oggi che a Ricaldone resta, come da sua volontà[8], la sua «spoglia mortale», custodita nel piccolo cimitero. Oggi che, nel cuore del paese, rimane, a testimoniare il passare del tempo, la vecchia casa materna, il cui cortile è, senza dubbio, ancora uguale ad allora. Oggi che rimangono solamente pochi compaesani di allora che, volentieri, ricordano i tempi in cui, grazie all'unica televisione del paese (quella del «buon curato»[9]), erano riusciti a vedere il cantautore al Festival di Sanremo. Sono le parole di questi amici, vicini e parenti che ci hanno fatto venire la voglia di ricostruire, attraverso i loro ricordi, un periodo senza dubbio importante della vita del cantautore. Tutti ricordi, questi, che fanno parte del materiale custodito nel museo e centro documentale realizzato dall'Associazione Culturale Luigi Tenco e dal Comune di Ricaldone. Qui i visitatori, gli appassionati di musica e gli studiosi possono ripercorrere tramite dischi, foto, riviste libri e materiale di vario genere, le tappe della vita di Tenco, rivivere il suo percorso musicale, ascoltare le sue canzoni, vedere i pochi filmati di cui fu protagonista e rivedere le numerose trasmissioni a lui dedicate. Iniziando dall'infanzia a Ricaldone, e dai quaderni di scuola del piccolo Luigi, il percorso museale si sviluppa attraverso i momenti principali della vita del cantautore: dopo la bacheca sul paese d'origine, si passa a quella dedicata all'adolescenza a Genova e a quella che mostra le prime esibizioni con i colleghi cantautori. Si scoprono poi i primi dischi (pubblicati con gli pseudonimi di Gigi Mai e Dick Ventuno) e i 33 e 45 giri firmati Luigi Tenco. La visita continua con le locandine del film La cuccagna di cui Tenco fu interprete principale e la cui colonna sonora fu affidata all'amico "Fabri," all'anagrafe Fabrizio De Andrè. Il film stesso è preziosamente custodito negli archivi dell'associazione. Altre sezioni interessanti del museo sono quelle dedicate al successo di Tenco in America latina, ai dischi del cantautore pubblicati all'estero (che contengono canzoni tradotte in spagnolo, portoghese, francese e persino giapponese!) e quella con le cover di Tenco incise da numerosi artisti italiani ed esteri, tra cui Loredana Bertè, Nicola di Bari, Steven Brown, Dalida e molti altri.). Concludono la mostra i documenti legati alla morte del cantautore e tutti i tributi postumi: libri, rassegne, spettacoli. L'associazione conserva in una vetrina la documentazione del primissimo Club Luigi Tenco, creato a Venezia nel 1967. Il materiale raccolto per il museo grazie ai molti amici "vicini e lontani," si accresce di anno in anno: l'associazione è sempre alla ricerca di nuove "chicche" da presentare ai numerosi appassionati della canzone d'autore in generale e di Tenco in particolare che visiteranno il museo. Tutte queste persone verranno per la prima volta a Ricaldone, o forse vi ritorneranno, per scoprire anche loro che, in fondo, la solita strada è sempre bianca come il sale, ed è questo il suo più grande fascino.

Note

[1] Renzo Parodi, Mario Luzzatto Fegiz, Aldo Fegatelli, Enrico De Angelis [2] Cesare Pavese, "Luna d'agosto", in Lavorare Stanca, [3] C. Pavese, "Gente spaesata", in Lavorare stanca [4] Il verso in questione verrà poi sostituito nella versione finale da «il grano da crescere». [5] Renzo Parodi, Luigi Tenco, Tormena Editore, Genova, 1997, p.15 [6] L. Tenco, Ciao amore, ciao [7] L. Tenco, La mia valle. [8] «perché se un giorno dovrò morire/ voglio morire nella mia valle». Luigi Tenco, La mia valle. [9] Luigi Tenco, Cara Maestra

Pour citer cette ressource :

, "La «solita strada» è sempre «bianca come il sale»? -Ricordi di Luigi Tenco a Ricaldone", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), mars 2011. Consulté le 21/11/2018. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/arts/musique/la-solita-stradae-sempre-bianca-come-il-salericordi-di-luigi-tenco-a-ricaldone