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Offese e altre forme di discriminazione all'italiana - note a margine di alcuni film

Publié par Damien Prévost le 29/11/2009
Iniziamo la nostra trattazione con alcune citazioni dantesche per ricordare, semmai ce ne fosse bisogno, che l'insulto ha origini antiche nella tradizione letteraria italiana e sottolineare come, già nell'opera fondante della lingua, si rinvengano esempi di quelle divisioni campaniliste per cui la nazione sarà ancora famosa nei secoli a seguire. Su questo carattere italiano di frammentazione localistica si può citare anche un'ultima invettiva dantesca proferita in Purgatorio da Beatrice.
Paola Polselli, collaboratrice esperta linguisitica e dottoranda all'Università degli studi di Bologna
Ringraziamo Paola Polselli per la possibilità che ci ha concesso di riprodurre questo articolo [1].

PRIMA PARTE

INTRODUZIONE

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi; gent'è avara, invidiosa e superba: dai lor costumi fa che tu ti forbi canto XV (sui fiorentini) Ahi Pisa, vituperio delle genti! canto XXV Ahi Genovesi, uomini diversi D'ogne costume e pien d'ogne magagna Perché non siete voi del mondo spersi? canto XXXIII Dante, La divina commedia, Inferno

Iniziamo la nostra trattazione con alcune citazioni dantesche per ricordare, semmai ce ne fosse bisogno, che l'insulto ha origini antiche nella tradizione letteraria italiana e sottolineare come, già nell'opera fondante della lingua, si rinvengano esempi di quelle divisioni campaniliste per cui la nazione sarà ancora famosa nei secoli a seguire. Su questo carattere italiano di frammentazione localistica si può citare anche un'ultima invettiva dantesca proferita in Purgatorio da Beatrice. La riportiamo ad esempio delle "offese all'italiana" per eccellenza, gli insulti a sfondo sessuale, che troveranno spazio nella produzione letteraria italiana [2]: "Ahi serva Italia di dolore ostello/ Nave sanza nocchiere in gran tempesta,/ Non donna di provincie, ma bordello [3]!" Già da questo primo colpo d'occhio, si può immaginare come il cinema non si sia sottratto a una così illustre tradizione e abbia a sua volta riproposto e rivisitato topoi non dissimili, magari sfruttando il tradizionale "cordone ombelicale letterario" (Brunetta, 1998, p. 413). Se per varie ragioni antropologiche [4] è facile prevedere la presenza di insulti etnici ed episodi che mettono in scena la discriminazione dell'alterità nella cultura cinematografica nazionale, meno scontato appare il compito di definire le modalità di rappresentazione predilette dal cinema italiano e i tipi di offese che vi ricorrono più di frequente. Prima di provare a sviluppare alcune riflessioni in proposito, è opportuno delimitare il campo dell'indagine e descrivere il campione di testi filmici che ha ispirato queste pagine.

I FILM

Tracciare un quadro sistematico dell'uso degli insulti interetnici nel cinema italiano richiederebbe, per una discussione adeguata, una profondità e un raggio di osservazione tali da rendere conto di periodi, generi e autori [5] dagli esordi ai giorni nostri. Obiettivi così ambiziosi non rientrano tra gli scopi di questo saggio in cui non si intende generalizzare quanto osservato né proporlo a rappresentanza del contesto culturale italiano visto nel suo insieme. Anche dentro questi limiti, però, il tema del razzismo implica di per sé rimandi a varie prospettive di studio (di tipo sociologico, antropologico ecc.) che, nelle loro analisi, raccontano le diverse forme di discriminazione rinvenibili quotidianamente nella cultura popolare italiana o in quella occidentale. Tra questi due estremi, dati dall'ambito circoscritto di una focalizzazione cinematografica non esaustiva e dall'ampio respiro dei concetti e degli studi a cui ci si dovrebbe comunque rifare, si situa il carattere qualitativo di queste riflessioni che scaturiscono dall'analisi di un campione di 46 opere filmiche definito a partire da alcuni criteri guida. In primo luogo, si è circoscritto il campo d'indagine secondo un parametro temporale e si sono selezionate opere cinematografiche prodotte dagli anni Sessanta ai giorni nostri con una rappresentanza crescente per la produzione degli ultimi decenni. La distribuzione temporale è stata la seguente: due opere degli anni Sessanta, quattro degli anni Settanta, otto opere degli anni Ottanta, sedici uscite negli anni Novanta e sedici prodotte nel periodo dal 2000 al 2006 (cfr. Filmografia). Questa scansione è stata suggerita da alcune considerazioni legate alla storia del cinema italiano e ai caratteri evolutivi del suo parlato filmico. Vediamo quali. Nel parlato filmico degli anni 1948-1957, cioè prima dell'arco temporale di cui tratteremo, è frequente il ricorso a "vere e proprie strategie di reticenza e di evitamento del turpiloquio, o con l'uso di allotropi considerati più accettabili al cinema [...] o con l'interruzione d'enunciato" funzionali anche alla censura delle imprecazioni (Rossi, 1999, p. 436). Questo fenomeno si esprime anche negli eufemismi e nelle allusioni tra cui primeggiano i frequenti riferimenti alla sfera sessuale. Naturalmente, non mancano opere in cui si rappresenta la discriminazione etnica. Ne troviamo varie espressioni anche nella produzione cinematografica di un autore-interprete come Totò, la cui versatilità linguistica e ricchezza espressiva testimoniano, oltre che della personale sensibilità artistica e del profondo genio inventivo, anche delle tendenze presenti in altri filoni del cinema italiano coevo:

razzismo antimeridionale si ravvisa nella moglie di Totò in Gambe d'oro, 1958, allorché la donna, milanese, dà del «terrone» al marito, il quale però, a sua volta, le dà della «mangiapolenta», della «barbara» e della «longobarda». Della «terrona» Totò già dava all'algerina Suleima («ma vai via/ terrona!»), in Totò le Mokò, 1949. Contro i dialetti settentrionali ricordiamo le continue derisioni di Totò nei confronti del modo di parlare della moglie veneta, in Totò e i re di Roma, 1952, e «parli italiano// Si spieghi», detto a un contadino veneto, e «è proibito parlare in dialetto!» [Totò e Carolina, 1955]; contro il «ciava» "chiave" detto da una donna, Totò protesta: «ligure!» [La banda degli onesti, 1956]. (Rossi, 2002, p. 66)

In questi casi, gli insulti etnici sono utilizzati a scopo comico-espressionistico e sono insulti che, ridendo e scherzando, esprimono la frammentazione tipica della realtà sociopolitica italiana in brevi bozzetti dalla battuta secca e incisiva di sapore surreale. Anche negli anni Sessanta, come vedremo, non mancano esempi illustri di insulti interetnici, ma ciò che qui interessa evidenziare sono due cambiamenti profondi che intervengono in questo stesso periodo: quello relativo al rapporto degli italiani con il cinema e quello che si manifesta nel parlato cinematografico. In questi anni, infatti, sta prendendo piede la televisione che soppianterà il cinema nella predilezione degli italiani e porrà fine all'era in cui il cinema era il primo grande mezzo di comunicazione di massa nazionale. Mentre inizia il primato dell'oralità televisiva nel panorama massmediatico, accade che, "assieme alla rottura di una serie di tabù sessuali e ideologici, si verifica anche quella dei tabù linguistici" (Brunetta, op. cit., p. 201) e fa il suo esordio nel cinema italiano ciò che Pasolini ha definito il neo-italiano. Abituati ai film parlati in grammatica in cui il modello formale della lingua era rappresentato dalla lingua letteraria (Rossi, 1999, pp. 54-62) e consapevoli, soltanto in parte, dei film "di nicchia" del neorealismo italiano, gli italiani sono così progressivamente ed inesorabilmente sottoposti a trattamenti di choc verbale. Infatti, "dagli anni settanta tutte le bandiere censorie e moralistiche sono saltate e in certi film è difficile reperire, nella catena discorsiva, la mancanza di termini o locuzioni volgari o oscene o la ripresa di una interazione, comunicazione priva di punte di espressività" e la sfera sessuale dà il la alla gran parte delle formulazioni ingiuriose (Brunetta, op. cit., pp. 202-03). Seppur meno frequenti, anche in questo periodo troviamo vari esempi di insulti etnici, presenti in situazioni tematicamente significative. Proprio considerando queste ultime, abbiamo quindi definito ulteriormente il campione della nostra ricerca. Seguendo un criterio di tipo tematico, sono stati scelti film relativi ad argomenti che prevedibilmente potevano presupporre la rappresentazione di situazioni di discriminazione razziale con scontro verbale e riferimenti etnici in cui si potevano riflettere eventuali prospettive storiche o questioni calde per le diverse epoche. Combinando il criterio temporale con quello tematico, infatti, alcuni contesti si rivelano potenzialmente interessanti per gli eventi storici considerati, per la ripresa e l'adattamento di fonti letterarie (gli ultimi quaranta anni di storia italiana in La meglio gioventù, la II guerra mondiale e la Resistenza ne Il giardino dei Finzi Contini, 1970, De Sica; Gli occhiali d'oro, 1987, Montaldo; I piccoli maestri, 1998, Lucchetti, ecc.) o per determinati fenomeni sociologici (film come Ultrà, 1991, Tognazzi e Nel continente nero, 1992, Risi, ad esempio, sono ispirati a un'attenzione alla realtà presente e ai temi dell'attualità generazionale). Nelle aree tematiche forti rientrano quindi tutte le questioni relative all'incontro con l'altro, con il diverso per lingua, cultura e aspetto esteriore. Si tratta spesso di film che toccano il tema delle differenze etniche, sociali e individuali esistenti tra i personaggi e contemplano, in senso proprio o figurato, il tema del viaggio come momento di riflessione su realtà e stili di vita sconosciuti. Spesso, il viaggio è un viaggio che, nello spazio, in una terra straniera, si trasforma in una rilettura di una realtà passata e nota, rintracciandone ricchezze ed errori (per es., l'Europa dell'Est ne Il toro, 1994, Mazzacurati o in Lamerica, 1994, Amelio). In particolare, nei film che trattano il tema della migrazione, si rinvengono esempi che confermano l'importanza di una prospettiva articolata sui fenomeni legati a dimensioni localistiche nel territorio nazionale e alla loro evoluzione, a quella dei razzismi stranieri (Strane storie, 1994, Baldoni), all'espatrio degli italiani e agli italiani all'estero o all'arrivo di stranieri in Italia (ad esempio, My name is Tanino, 2003, Virzì o Lamerica, 1994, Amelio). Al tempo stesso, però, si constatano anche la "presenza marginale", il trattamento di "sfondo ad altre vicende" e la scarsezza di nuclei narrativi centrali sul tema dell'immigrazione nel cinema italiano (Cicognetti e Servetti, 2003, p. 8). Tra questi, considereremo in maggior dettaglio due opere del 2003: Prendimi e portami via di Zangardi e Fame chimica di Bocola e Vari. Ai fini di questa prima ricognizione sull'uso degli insulti etnici nel cinema italiano, non è parso infine necessario applicare criteri restrittivi su generi e sottogeneri delle opere selezionate [6]. Scorrendo la lista dei titoli scelti, si noteranno varie commedie (ad esempio, Mimì metallurgico ferito nell'onore, 1972, di Lina Wertmüller; Un tassinaro a New York, 1987 di Alberto Sordi; Ferie d'agosto, 1995 di Paolo Virzì o Il mio miglior nemico, 2006 di Carlo Verdone), film d'autore (come, tra gli altri, Il giardino dei Finzi Contini, 1970, di Vittorio De Sica; Non toccare la donna bianca, 1987, di Marco Ferreri o i film di Gianni Amelio Ladro di bambini, 1992 e Lamerica, 1994), film di cassetta e cinepanettoni (quali I fichissimi, 1981, Vanzina; Natale in India, 2003, Parenti; Le Barzellette, 2004, Vanzina) nonché opere che si pongono a metà strada tra il film e il documentario (come Terra di mezzo, 1997, Garrone e Camicie verdi, 2006, Lazzaro)[7].

Note

[1] Pubblicato in P. Nobili (a cura di), 2007, Insulti e pregiudizi. Discriminazione etnica e turpiloquio in film, canzoni e giornali, Roma, Aracne, pp. 129-76. [2] Per una sintesi sugli insulti illustri della letteratura italiana dal XIII secolo ai giorni nostri, cfr. Il codice etico dell'offesa, introduzione al volume di Casalegno e Goffi (2005) in cui è riportata anche la nota sequela di insulti di Guido Fava, maestro di retorica dei primi del Duecento (pp. XI-XII). [3] Dante, La divina commedia, Purgatorio, canto VI. [4] Le forme linguistiche e i concetti più frequentemente usati per esprimere ingiurie e maldicenze indicano aspetti fondamentali del sistema di valori, della mentalità socialmente diffusa nonché della cultura che una civiltà può esprimere (Cardona, 2006). [5] Il termine autore è, com'è noto, cinematograficamente sfuggente; nel nostro caso, ad esempio, dovrebbe contemplare per limitarci alle figure professionali ineludibili gli sceneggiatori, i dialoghisti, gli autori delle colonne sonore, i registi, ecc. Per esigenze di sintesi, ci limiteremo a segnalare convenzionalmente il nome del regista e l'anno di produzione rimandando, per maggiori informazioni, alle schede tecniche dei film reperibili in gran parte delle pubblicazioni specializzate in materia. [6] Un ultimo criterio di selezione, questa volta obbligato, è stato però imposto dalla reperibilità stessa di alcune opere. [7] Il film di Lazzaro è uscito in edicola e destinato alla sola visione privata.

Pour citer cette ressource :

"Offese e altre forme di discriminazione all'italiana - note a margine di alcuni film", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), novembre 2009. Consulté le 19/09/2018. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/arts/cinema/offese-e-altre-forme-di-discriminazione-all-italiana-note-a-margine-di-alcuni-film