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La Resistenza nelle Marche

Par Massimo Papini : Directeur - Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nelle Marche
Publié par Damien Prévost le 05/06/2008
La guerra, che si prolunga dal 1940 e sembra non finire mai, tra la primavera e l'estate del 1944 comincia a dare segnali evidenti che si è intrapresa la strada che può portare al compimento della tragedia e alla vittoria sul fascismo e sul nazismo. Lo sbarco in Normandia ha riacceso grandi speranze e altri fronti in Europa e nel mondo sembrano confermare che questa volta le attese della fine possano ragionevolmente realizzarsi. Anche la campagna d'Italia, una volta superato il durissimo scoglio della linea Gustav sembra promettere un favorevole esito non tanto lontano...

Massimo Papini, directeur de l'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nelle Marche

La guerra, che si prolunga dal 1940 e sembra non finire mai, tra la primavera e l'estate del 1944 comincia a dare segnali evidenti che si è intrapresa la strada che può portare al compimento della tragedia e alla vittoria sul fascismo e sul nazismo. Lo sbarco in Normandia ha riacceso grandi speranze e altri fronti in Europa e nel mondo sembrano confermare che questa volta le attese della fine possano ragionevolmente realizzarsi. Anche la campagna d'Italia, una volta superato il durissimo scoglio della linea Gustav sembra promettere un favorevole esito non tanto lontano. Ai primi di giugno del 1944 il II Corpo d'armata polacco è fermo intorno a Campobasso a "leccarsi le ferite" dopo le gravi perdite subite a Montecassino. Poi arriva l'ordine del maresciallo Alexander che sposta la divisione indiana sul fronte occidentale e indica ai polacchi l'assunzione del comando sul settore adriatico al posto del V Corpo britannico. L'obiettivo è ora quello di conquistare il porto d'Ancona, punto strategico di fondamentale importanza, soprattutto per accorciare le linee di comunicazione alleate e per rifornire più facilmente le truppe al fronte. Le forze in campo sono costituite da circa 43.000 soldati polacchi, ben armati e addestrati, comandati dal generale Wladislaw Anders, un reggimento corazzato britannico (il VII reggimento Ussari), 25.000 italiani comandati dal generale Umberto Utili che formano il CIL (Corpo Italiano di Liberazione) e circa 400 partigiani della "Maiella", comandati da Ettore Troilo. Dal canto loro i tedeschi possono difendersi con due divisioni di fanteria, prive di copertura aerea e di carri armati, ma dotati di una efficace artiglieria e di cannoni d'assalto. La guerra sul fronte adriatico si concentra nei mesi estivi e vede pian piano liberato quasi tutto il territorio marchigiano con numerosi scontri sanguinosi e un ingente numero di morti. Inoltre l'avanzata procede lentamente per l'accanita resistenza tedesca, per le demolizioni operate dai genieri e dalle numerose mine lasciate sul terreno. Nella provincia di Ancona, dopo i primi scontri all'inizio di luglio, che partono dalla conquista di Loreto per condurre nei giorni successivi gli alleati alle posizioni dominanti di Castelfidardo, Filottrano, Osimo, Cingoli (prima battaglia di Ancona), si arriva allo scontro decisivo per l'occupazione della città dorica. Due attacchi pressoché simultanei e particolarmente cruenti, all'alba del 17 luglio, portano allo sfondamento della linea Monte della Crescia, Polverigi, Agugliano (seconda battaglia di Ancona). Il giorno seguente le truppe polacche entrano in Ancona. Ora la guerra si sposterà più a nord con la liberazione di Pesaro (il 2 settembre) e con il blocco sulla Linea Gotica. La liberazione delle Marche è opera delle truppe alleate, ma anche del determinante apporto del ricostituito esercito nel CIL, che non lesina un apporto rilevante alle vittorie alleate, pur con gravi limiti soggettivi (inadeguatezza di molti ufficiali) e oggettivi (scarsità di mezzi). E non va dimenticato che dopo la liberazione di Ancona numerosi partigiani, costretti a deporre le armi, continuarono a combattere nel CIL, in particolare in Emilia e in Romagna. Non marginale è il contributo dei partigiani, sia locali che abruzzesi, come quelli della brigata "Maiella". L'impegno instancabile (senza soste e senza ricambi) di questi ultimi, soprattutto nell'avanzata all'interno della regione, nella zona collinare, è decisivo. Esemplare il caso della difesa di Montecarotto, dove ottengono un importane successo dopo una tenace resistenza. Come strategicamente importanti furono la conquista di città come Arcevia e Pesaro. Ma la guerra ai tedeschi gli italiani l'avevano cominciata più di dieci mesi prima, subito dopo l'8 settembre. Questa data infatti, se segna la morte della patria fascista, segna l'inizio del riscatto di quella democratica. Anche nelle Marche nasce la Resistenza, anzi si può dire, senza esagerata enfasi, la Resistenza nasce nelle Marche. Dopo l'8 settembre del 1943 in Italia non ci fu solo lo scontro a Porta San Paolo a Roma, ma anche la tenace resistenza di militari al Colle San Marco sopra Ascoli Piceno. Come poi ha scritto Roberto Battaglia nella sua celebre e pionieristica storia della Resistenza italiana

questa regione fu il centro principale della Resistenza nell'Italia centrale nei primi mesi del '44, specialmente dopo che era fallito nel suo obiettivo immediato lo sbarco anglo-americano ad Anzio (22gennaio).

Se poi non sarà determinante (e come avrebbe potuto esserlo) nello scontro finale a ridosso della liberazione, la Resistenza lo sarà nella continua azione di guerriglia nelle retrovie del fronte. In particolare i partigiani rendevano insicure le vie di comunicazione, strade e ferrovie, essenziali per i movimenti dell'esercito tedesco. I nazisti, non potendo contare più di tanto sul rinato fascismo, ora repubblicano, ormai privo di consenso e di appoggio da parte delle popolazioni locali, furono costretti  a impegnare diverse divisioni per cercare di annullarne gli effetti e, in fin dei conti, con scarsi successi. Inoltre in alcuni scontri armati (vere e proprie battaglie) i partigiani, pur in inferiorità numerica e meno dotati di armi, riuscirono a infliggere delle sconfitte ai tedeschi. Tra queste si possono menzionare le vittorie di Cantiano, in provincia di Pesaro, il 25 marzo e di Monastero, in provincia di Macerata, il13 maggio. Esemplare poi il caso di Chigiano, tra il Monte San Vicino e Cingoli, dove il 24 marzo, con una sola mitragliatrice (quella prelevata il 2 febbraio nell'assalto al treno nella stazione di Albacina, a opera dei partigiani dei gruppi "Lupo" e "Piero"), si riuscì a rendere efficace il convergere di tre formazioni partigiane da posizioni diverse e in momenti diversi. Una vittoria che resta tra le più significative della guerra nell'Italia centrale. Questo successo rese meno drammatica la fase dei rastrellamenti tedeschi, superata la quale, dal mese di giugno, con l'accordo tra tutte le componenti della resistenza e la formazione della brigata "Spartaco" e della brigata "Ancona", si ebbe finalmente un'efficiente organizzazione militare con un accresciuto numero di combattenti. Urbino e Pesaro, ultime città importanti della regione a essere liberate, vedranno l'apporto tutt'altro che marginale delle brigate "Bruno Lugli" e "Pesaro", pur essendo quest'ultima stata costretta dagli inglesi a disarmare proprio nei giorni precedenti la liberazione. Ma tutto questo all'inizio non era affatto scontato, non c'erano le armi e soprattutto non si aveva idea di cosa fare. Si deve alla già citata storia della Resistenza italiana di Roberto Battaglia (del 1953) la prima riflessione sulle "premesse della Resistenza" e quindi sulla lettura di lungo periodo della guerra partigiana come pagina non breve della storia d'Italia. Nelle Marche la Resistenza nasce per il convergere in un comune obiettivo di alcune realtà diverse tra loro, quella dei militari (la prima ad agire), quella dell'antifascismo (proveniente dalla clandestinità ma ancora poco organizzata e con poco seguito, tranne tra i comunisti) e quella degli stranieri (soprattutto inglesi e slavi) reclusi e poi fuggiti dai nostri campi di prigionia. I militari sono quelli che combattono contro i tedeschi sul Colle San Marco, sopra Ascoli Piceno. Ufficiali sono i primi comandanti partigiani, come Spartaco Perini e Ivo Paolini nell'ascolano, Augusto Pantanetti e Mario Batà nel maceratese. Dall'antifascismo e in particolare dal Partito comunista provengono comandanti di primo piano come Pompilio Fastigi nel pesarese e l'anconetano Gino Tommasi (Annibale), questi a capo della V brigata "Garibaldi", ucciso il primo, deportato a Mauthausen il secondo, da dove non farà più ritorno. Tra i comunisti poi alcuni sono profughi come l'istriano Mario Depangher, comandante nella zona di San Severino Marche. All'origine vi sono ispirazioni diverse, nazionali, internazionali e di classe, ma nessuna prevale nettamente sulle altre e nessuna può fare a meno dell'altra. In comune c'è anche l'odio per il nemico, che ha rovinato l'Italia, e l'amore per la pace, come premessa essenziale per una nuova vita collettiva fondata sulla democrazia e la libertà. In sostanza si può dire che per i più c'è una scelta di carattere etico, tanto che, in qualche modo, anche per i partigiani in armi si può usare la definizione di "resistenza civile", intendendola non come partecipazione senza una divisa militare, ma come impegno per la realizzazione di valori umani e di ideali condivisi. Ma alcuni problemi posti dal sorgere prevalentemente spontaneo, senza una direzione valida per tutti, rimasero e caratterizzarono la Resistenza marchigiana, marcandone alcuni limiti difficilmente superabili. Vi saranno addirittura casi di insubordinazione come quello di alcuni "mitici" comandanti, come Decio Filipponi (poi rientrato) e, soprattutto di Emanuele Lena, più noto con il nome di battaglia di "Acciaio", che non accetteranno l'ordine di una sospensione dei combattimenti in vista del lancio di armi e rifornimenti da parte degli Alleati. Soprattutto in alcune zone, come nel maceratese (laddove cioè la motivazione politica e l'egemonia del PCI non erano affatto prevalenti), si avranno poi grosse difficoltà a riunire tutte le bande sotto le insegne delle brigate "Garibaldi" e a sottostare a un comando unico.  Se si può dire che nelle Marche non vi furono bande gielliste o cattoliche o badogliane come in altre regioni, ma l'effige dell'eroe dei due mondi comprese tutte le ispirazioni politiche, rimase il fatto che era comunque difficile imporre una disciplina e ordini validi per tutti e non sempre gli emissari mandati dal Governo del Sud riuscirono a dare frutti positivi alle loro missioni. Con il passare dei mesi la resistenza si espande piano piano, grazie anche all'affluire di operai che hanno perso il lavoro, di antifascisti vecchi e nuovi, ma soprattutto di giovani renitenti alla leva. Sono loro a costituire buona parte della massa partigiana. Per loro la motivazione sta essenzialmente nel rifiuto di combattere con i fascisti a fianco dei tedeschi.

Il tema della scelta è stato, com'è noto, la novità storiografica più rilevante degli anni Novanta, a seguito del libro di Claudio Pavone, il quale individuava in essa "la moralità nella Resistenza". Nelle Marche forse, però, la scelta fu meno importante e drammatica che nel nord. L'opzione partigiana venne più spontanea di quello che si immagini, mentre sin dall'inizio ebbe pochi proseliti (specie tra i giovani) l'intenzione di aderire alla Repubblica Sociale Italiana. Casomai la scelta fu tra il prendere le armi e il darsi alla macchia, cercando in qualche modo di sopravvivere fino alla fine della guerra. In questo caso lo sfollamento fu per molti una sorta di rifugio proprio dalla guerra. Più complicata fu l'intenzione di far partire la macchina da guerra partigiana partendo da zero; anzi verificando l'impossibilità di ostacolare l'occupazione tedesca, dopo la mancata difesa di Ancona e la sconfitta del Colle San Marco ad Ascoli Piceno. La scelta strategica della montagna e della divisione in bande è così, specie all'inizio della fase resistenziale, oggetto di un dibattito tra i dirigenti politici più importanti (specie nel pesarese, dove vi era una più accentuata diffidenza riguardo al reclutamento dei giovani) e la scelta della guerriglia sarà accettata solo dopo le prime scaramucce, i primi scontri con il nemico e, soprattutto, dopo i primi rastrellamenti tedeschi. Nelle città, lungo la costa, resta una presenza partigiana, ma più con funzioni tattiche che con propositi bellici. Qui si nascondono e agiscono nell'ombra i GAP (Gruppi di Azione Patriottica).

Particolarmente dura è la vita dei partigiani. La loro è una realtà di ribelli, di irregolari, che faticano a darsi una organizzazione, ma soprattutto ad accettare una disciplina di tipo militare. L'organizzazione partigiana avviene quindi per bande. La banda è la cellula di base e il microcosmo in cui si sperimentano quotidianamente i vincoli politici, militari e di amicizia. Ma è anche la base di una struttura democratica fino ad allora impensabile. Una società gerarchica e autoritaria quale quella fascista non aveva permesso espressioni di democrazia al proprio interno. I partigiani si rivelano ribelli, quindi, non solo perché si contrappongono all'ordine costituito ma anche perché ne contestano le basi ideologiche e morali. E ciò avviene non solo per i militanti politici o per gli sbandati in genere, ma anche per coloro che provengono dall'esercito e hanno una cultura militare. La fedeltà al re, che giustifica in primis la loro azione, piano piano si integra con la cultura della guerriglia, della precarietà, della solidarietà nelle scelta, con l'integrazione con uomini che vengono da esperienze molto diverse. La loro vita è precaria e irta di difficoltà in quanto devono presidiare un territorio e al tempo stesso procurarsi il necessario per la sussistenza e anche se spesso i rapporti con la popolazione sono buoni, devono stare attenti a non infrangere alcuni codici di comportamento in modo da non alimentare diffidenze. Per questo i comandanti e i commissari politici devono vigilare perché i rapporti siano sempre corretti e gli atteggiamenti dei partigiani verso la popolazione (in genere contadini) siano esemplari. Purtroppo queste relazioni non furono sempre sufficienti a preservare la vita delle popolazioni e dei giovani combattenti. La guerra era particolarmente dura per la volontà dei tedeschi e dei fascisti di eliminare questa fastidiosa presenza partigiana alle spalle del fronte e diversi furono i casi di esecuzioni sommarie e di vere e proprie stragi, come a Umito, vicino ad Acquasanta, a Montalto, a Capolapiaggia, nei pressi di Camerino, a Poggio San Vicino, a Valdiola, ad Arcevia, a Fabriano, a Jesi, a Urbino, a Fragheto, nel Montefeltro, ecc.  Inoltre l'inesperienza o la difficoltà di mantenere una costante rete di contatti fu a volte causa di morte per i patrioti ribelli. Ma costoro ebbero un comportamento esemplare anche nel momento più drammatico della loro vita, di fronte alla morte. Anche nelle Marche non furono rari i casi di eroismo. Spesso ne furono protagonisti personaggi privi di tradizioni militari alle spalle, come tre giovani di Ostra (i primi martiri della resistenza) con una chiara consapevolezza politica o altri privi di cultura e di coscienza di classe, ma capaci di  grande prova di solidarietà nei momenti estremi, in genere accompagnata da un'incoscienza senza pari.. È questo il caso (per fare esempi poco noti) di Giannino Pastori, del gruppo "Tigre", che affronta da solo i tedeschi a Poggio San Vicino per coprire la fuga dei suoi compagni o di Gino Capriotti che nell'ascolano, da solo con una mitragliatrice "Breda", protegge la ritirata della banda Paolini. Per entrambi una morte gloriosa. Per i comunisti la questione dell'eroismo si presentava in modo un po' più contraddittorio. Se infatti veniva da un lato esaltato il coraggio nei combattimenti fino all'abnegazione, dall'altro la coscienza politica esigeva frequenti appelli alla cautela e a rifuggire da atteggiamenti spavaldi in quanto ogni vita era preziosa alla causa. Ma al dunque tutti si mostrarono più che degni del compito che si erano assunti e cercarono di dare un grande valore simbolico ai loro gesti estremi. Le lettere dei condannati a morte della Resistenza ne sono un'altra fulgida testimonianza  In esse vi è  la prova di un amore profondo non solo per i cari, per i familiari (ai quali addirittura si chiede perdono), ma anche per l'Italia. Se per qualcuno l'8 settembre ha siglato la morte della patria, queste lettere ne hanno determinato la resurrezione. Anche perché in esse non vi è solo l'addio, ma vi è anche e perfino il pensiero al domani, a una società nuova (magari al comunismo o persino a Stalin!) per la quale il sacrificio estremo assume un significato. Anche nelle Marche vi sono testimonianze particolarmente toccanti, come quelle (per fare dei nomi tra tanti) degli ufficiali Mario Batà e Achille Barilatti, dei cattolici fratelli Brancondi di Loreto, di Antonio Balducci di Pennabilli, o come quelle di giovanissimi partigiani come Ivan Silvestrini a Fabriano ed Eraclio Capannini ad Arcevia e altre ancora. Esse spesso venivano oggettivamente a svolgere la funzione di non abbattere il morale dei partigiani ancora in vita nei momenti più difficili e a dare un senso alla scelta, per quanto dura e rischiosa.

Del resto i momenti difficili, lo scoraggiamento, il venir meno della fiducia nella vittoria ebbero il loro effetto soprattutto dopo la prima fase dei rastrellamenti tedeschi, tra aprile e maggio. I partigiani subirono sconfitte, dovettero fuggire e nascondersi, addirittura sbarazzarsi delle armi lasciandole in qualche rifugio con la speranza di riprenderle in tempi migliori. Molti si ritrovarono privi di munizioni senza potersi approvvigionare di armi e dell'essenziale per sopravvivere, anche per il ritardare dei lanci dal cielo da parte degli Alleati. In questo frangente sembra che vi siano stati anche casi di trattative segrete per una reciproca intesa (tentativi peraltro sperimentati ben più apertamente in altre regioni e comunque frutto di una vischiosità che in certe realtà locali non sempre ebbe risvolti negativi). Nel pesarese il Comando di divisione dovette intervenire con un duro comunicato contro ogni possibile tentativo di istituire una tregua. In questo clima non certo esaltante alcuni partigiani tornarono a casa, crebbe il numero delle spie e dei delatori, tanto da non potersi fidare che dei più intimi. I contadini stessi ora avevano paura e se continuavano a non far mancare il cibo, erano poco propensi a offrire ospitalità. Il pericolo di rappresaglie e di fucilazioni era tutt'altro che remoto. I tedeschi ora più che mai intendevano difendersi mettendo in atto la pratica del terrore tra le popolazioni. In certi casi però le bande si sciolsero per poi riorganizzarsi in forme nuove. Si potrebbe dire, si parva licet, che in poco tempo, come lo spirito del Piave prese il posto alla depressione di Caporetto, così la voglia di riscossa ebbe il sopravvento sulla depressione. Infatti questa fase della fuga fu breve e in genere i partigiani si riorganizzarono e rioccuparono i territori che erano stati sotto il loro precedente controllo. Ma se nell'esperienza partigiana vi furono momenti terribili, vi furono anche momenti di gioia e addirittura di euforia al limite dell'incoscienza, come quando si festeggiò il primo maggio in diversi paesi, come ad Arcevia e a Cingoli.

Va poi tenuto presente che erano più i giorni dell'attesa che quelli del combattimento. Per questo lo svolgersi della vita quotidiana assumeva un'importanza fondamentale. Era in quelle fasi di forzato riposo che si formava la coscienza del giovane partigiano tra discussioni politiche e altre forme di cameratismo. Come non sono da trascurare i momenti dell'educazione sentimentale dei resistenti. Occorre infatti tenere sempre presente che i partigiani erano per la quasi totalità giovani e giovanissimi a cavallo dei vent'anni, con la voglia di vivere, e di vivere intensamente, propria di questi anni. Molti tenevano rapporti anche intimi con la propria donna, per quanto le regole della clandestinità erano ovviamente ferree. Eppure vi furono le dovute eccezioni proprio tra alcuni comandanti. Achille Barilatti, la notte in cui fu arrestato, fu colto d'improvviso a letto con la sua compagna. Augusto Pantanetti, anch'egli ufficiale e alla guida delle bande "Nicolò" accolse nel suo nascondiglio una giovane profuga ebrea polacca, Ruth, con la quale condivise la vita partigiana, oltre che il resto della vita. Mario Depangher ebbe al suo fianco una fiera combattente, molto attiva nella Resistenza, Lina Sabaz. Ciò fu motivo di scandalo per altri partigiani che vivevano la presenza delle donne come un ostacolo e come un peso alla guerra di liberazione. Ma non va trascurato che alla base delle motivazioni più profonde dei resistenti vi era un grande attaccamento alla vita, basato proprio sul primato dell'amore, a tutti i livelli. Del resto, come notava Italo Calvino nel Sentiero dei nidi di ragno, il significato generale della lotta di resistenza era in una spinta di riscatto umano, anonimo, da tutte le umiliazioni. Vi era in tutti coloro che avversavano la guerra, e non solo nei partigiani in armi, l'aspirazione a una redenzione dell'uomo, a una umanità liberata, finalmente espressione dei propri bisogni più intimi e sempre meno costretta da imposizioni secolari o ideologiche. Non è quindi giusto restringere il campo della tanto discussa "resistenza civile" al solo ambito delle forme di sopravvivenza proprie di ogni guerra. In questa guerra vi era qualcosa di più: un'aspirazione universale che, pur in modi diversi, contagiava ampi strati della popolazione.

Quello della resistenza civile è appunto uno dei temi più dibattuti dalla storiografia più recente ma anche per la nostra regione va analizzato a fondo per evitare facili generalizzazioni ed esaltazioni acritiche di comportamenti non sempre omogenei.  Lo stesso legame della popolazione con la Resistenza non è stato omogeneo; si presenta più forte laddove vi era un rapporto di lungo periodo tra l'antifascismo urbano e il movimento contadino (come nell'anconetano e nel pesarese) e più difficile nelle altre province. Per quel che riguarda il rapporto tra contadini e resistenza la questione è problematica e spesso si è enfatizzato il rapporto, sottovalutando la persistenza di culture e tradizioni ataviche, nonostante l'impatto della modernità che le popolazioni urbane portavano specie con lo sfollamento. Per la verità occorrerebbe articolare il giudizio anche dal punto di vista geografico per evitare generalizzazioni improprie. Appaiono così un po' sopra le righe le considerazioni che valenti storici espressero anni fa in un importante convegno, tenutosi a Pesaro, sulla Linea Gotica, sia quella di Roger Absalom, per il quale in questo periodo i contadini sfruttarono gli sfollati, i militanti antifascisti e gli stessi padroni per riaffermare l'autonomia e il rispetto, sia quella di Enzo Santarelli per il quale con la resistenza si poneva fine al blocco agrario-rurale nato con il Patto Gentiloni e sorgeva "una classe che lotta e si organizza". Senz'altro vi una sorta di "rivincita" dei mezzadri, i quali non solo gestirono in prima persona (almeno per un breve periodo) l'economia regionale, altrimenti in mano esclusivamente alla "borsa nera", ma furono per la prima volta protagonisti della vita politica e sociale della regione. Ciò però fu dovuto - e preziose sono le considerazioni in proposito di Doriano Pela in un suo fortunato libro - anche e soprattutto al persistere delle caratteristiche proprie della famiglia mezzadrile, che non solo non vennero messe in discussione nel rapporto con la Resistenza, ma anzi ne connotarono persino gli aspetti più rivoluzionari o trasgressivi. Non furono così pochi i casi nei quali le campagne operarono una sorta di resistenza civile, sia nel nascondere e proteggere i giovani renitenti alla leva (spesso braccia essenziali per il lavoro dei campi), sia nel sostentamento e nell'appoggio logistico ai partigiani e ai prigionieri stranieri, sia, infine, nel boicottaggio, nella sottrazione delle consegne dei prodotti alimentari e nella disobbedienze alle ordinanze delle autorità fasciste e tedesche. Inoltre vi furono zone nelle quali vi fu un'adesione esplicita alla guerra partigiana con contadini armati e combattenti, sostenuti dalle proprie famiglie. In molti casi c'era la consapevolezza, o quanto meno la speranza, che con la cacciata dei fascisti sarebbero migliorate le condizioni della mezzadria, cambiati i patti colonici, come lo stesso CLN e la stampa clandestina promettevano.

Un altro capitolo della resistenza civile, forse quello su cui negli ultimi ani si sono scritte un maggior numero di pagine, riguarda le donne. In un primo momento la storiografia locale ha cercato di dimostrare che tra i partigiani vi erano anche delle donne e poi che anche le staffette erano da considerarsi combattenti per la libertà alla stregua degli uomini. Infine si è sottolineato il modo diverso di vivere la guerra e di operare in tutti modi possibili per lenirne le più dure conseguenze e per far sì che si affermasse una cultura della pace anche in quei frangenti terribili. Nelle Marche non  furono molte le partigiane in armi. Alcune ebbero anche la responsabilità del comando come Walchiria Terradura nel pesarese, altre ebbero il coraggio di affrontare grossi rischi come staffette, a cominciare dalla medaglia d'argento Bianca Sarti, autrice di imprese memorabili. Molte aiutarono i partigiani soprattutto nel provvedere alla loro sussistenza, anche se andrebbe ridimensionata l'immagine di madre oblativa che certa memorialistica ha voluto tramandare. Forse certo sentimentalismo è un sovrappiù letterario rispetto alla consapevolezza di una scelta che spesso non si limitava agli aspetti assistenziali. Addirittura in certi drammatici frangenti si verificò il caso di un conflitto lacerante tra la scelta politica di accettare la disciplina partigiana e la naturale vocazione materna. Antonietta Albanesi di Acquasanta fu punita dai compagni della sua banda per averli abbandonati per cercare la piccola figlia catturata dai fascisti. Ma non tutte le donne sostennero la Resistenza, altre erano apertamente schierate contro e svolsero un ruolo di persecutrici, come Adriana Barocci, detta "la belva di Fabriano", che, tra l'altro, fece arrestare e uccidere il dottor Engels Profili, capo della locale organizzazione partigiana. Ma nel complesso la volontà di operare per la sopravvivenza e per accorciare i tempi della sospirata pace, accanto a una spontanea ripulsa per la violenza e la prepotenza degli invasori e dei loro sostenitori, fu merito prevalente delle donne. A volte con maggior coraggio, sfidando il nemico, come nello sciopero delle filandaie di Osimo, o utilizzando ogni mezzo (persino la carrozzina con il proprio bambino, come Adriana Rumori di Ancona) per nascondere al nemico documenti importanti. Il più delle volte sperimentando le occasioni che la guerra offriva per la propria emancipazione, soprattutto avendo molte più occasioni di far sentire la propria capacità di prendere autonomamente decisioni per sé e per i propri cari. Anche per quel che riguarda il clero, altro soggetto della cosiddetta resistenza civile, l'analisi storica non può che essere articolata e tutt'altro che lineare. Vi furono vescovi, come quello di Camerino che si sentì in dovere di trattare con i comandanti partigiani, altri, come quello di Recanati che addirittura simpatizzò per i nazisti. Per lo più svolsero una proficua opera di assistenza morale e pratica ai più bisognosi, anche se nelle loro pastorali non mancarono considerazioni poco evangeliche, come quella che voleva intendere la guerra come punizione divina per i peccati della popolazione. Tra il clero non mancarono, anzi furono frequenti, casi di attivismo a sostegno dei partigiani, intesi come figli degli abitanti dei paesi a loro affidati. E non mancarono casi di eroismo, come quello di don Enrico Pocognoni a Braccano di Matelica o di don Davide Berrettini di Fabriano, medaglia d'oro al valore civile, ucciso dai tedeschi dopo essersi presentato per salvare degli innocenti. Addirittura vi fu chi fu a capo di bande partigiane come don Nicola Rilli a Camerino. Anche per quel che riguarda i sacerdoti si può comunque dire che fu comune l'opera di assistenza, essenzialmente di carattere umanitario e religioso e quasi mai dai connotati politici.

Per chiudere questa parte e non esaurire il tema della resistenza civile ai soliti soggetti (contadini, donne, clero) occorrerebbe ricordarne altri, dai ferrovieri ai vigili del fuoco, ai quali si deve sia l'aiuto alle popolazioni che il boicottaggio dei soprusi tedeschi. Ma soprattutto i medici, a volte presenti nelle formazioni partigiane, come Mosè Di Segni nella Banda Mario, altre volte, come nell'Ospedale di Ancona, vero punto di riferimento politico e assistenziale per la popolazione e in particolare per il coordinamento dell'attività antifascista clandestina.

Un capitolo a parte riguarda quelle che potremmo definire le pagine nere della Resistenza, in genere sottaciute o minimizzate. Certo, ogni discorso in proposito andrebbe preceduto da una opportuna e adeguata analisi del concetto di violenza e dell'uso ideologicamente contrapposto tra le parti in conflitto. Per la resistenza, in genere, era una dolorosa necessità (a volte collegata a un'idea forte di giustizia per la quale venivano puniti anche quei partigiani che derubavano i contadini), per i fascisti era connaturata alla propria ideologia. Ciò non toglie che i partigiani, per motivi diversi, contraddissero in alcune circostanze il presupposto fondante delle loro scelte e si lasciarono andare a scontri intestini, a vendette e a esecuzioni non sempre giustificate.  Un sapore classista ebbe l'esecuzione di alcuni proprietari terrieri, fucilati senza evidenti prove di colpevolezza, dopo la barbara uccisione da parte dei nazifascisti di tanti giovani partigiani ad Arcevia. Motivo di prolungati sospetti fu il colpo di pistola da parte di un partigiano slavo che il 5 giugno eliminò il repubblicano Goffredo Baldelli. Era stato questi il pioniere, in tutta Italia, dell'uso delle radio trasmittenti, che già nell'autunno del 1943 aveva avuto dal comando alleato, tanto da essere considerato suo uomo di fiducia. I sospetti (per la verità infondati) furono alimentati anche dalla coincidenza con gli attriti politici che si erano scatenati in merito alla direzione della Resistenza marchigiana. Ma, è bene dirlo chiaro, per evitare speculazioni e illazioni, non solo si è di fronte a casi isolati ma essi sono anche il frutto amaro di una guerra terribile, che proseguì anche dopo la sua fine. Per le Marche c'è casomai da stupirsi che il numero dei crimini, in generale e tra opposte frazioni, sia prima che dopo, fosse di dimensioni assai inferiori rispetto ad altre regioni. Si potrebbe concludere che in questa regione gli aspetti di guerra di liberazione prevalsero su quelli di guerra civile.

In conclusione occorre soffermarsi sul valore politico della Resistenza. Negli ultimi anni, mettendo l'accento sulla pur fondamentale tensione morale dei protagonisti (gli ideali, la patria, l'amore per il prossimo, per la libertà, la solidarietà, ecc.) si è sottovalutata la Resistenza come pagina di storia politica. O almeno si è messo l'accento sulle divisioni sottovalutando il lavoro comune per gettare le premesse di una nuova democrazia. Dal punto di vista politico vi furono certo problemi. Diffidenze sorgono sin dall'inizio della lotta armata su una visione strategica diversa tra attendisti e interventisti, su tra coloro che intendono aspettare l'arrivo degli alleati e di ridurre il numero delle azioni militari alle sole richieste da quest'ultimi e tra coloro che vogliono essere protagonisti in prima persona della liberazione e intendono combattere direttamente l'invasore senza ordini esterni. Di conseguenza i primi avranno il monopolio del rapporto con gli alleati e usufruiranno di più dei rifornimenti, nonostante la sostanziale unità delle bande tutte aderenti alle brigate "Garibaldi". Vi fu così una contesa dapprima latente e poi evidente, soprattutto con la sostituzione in aprile dell'azionista Primo Tiraboschi con il comunista Alessandro Vaia, mandato nelle Marche dal CLN dell'Alta Italia. Inoltre l'intento da parte di alcuni dirigenti comunisti di convincere i partigiani più restii a obbedire al nuovo comando, fu inteso come una minacciosa prevaricazione ideologica e politica. Ma anche in questo caso prevalse la saggezza e, nonostante certi malumori, si arrivò in genere a proficui compromessi. Sarà nel clima post-bellico, in piena guerra fredda, che si diffuse l'immagine di comunisti settari e prevaricatori, addirittura giustizieri senza scrupoli. Ma allora la realtà era un po' diversa, nonostante che i comunisti avessero avuto buoni motivi per sentirsi i principali protagonisti della guerra partigiana. Non va infatti dimenticato che i numerosi quadri operai, i dirigenti del partito, i commissari politici formatisi nelle scuole clandestine, i giovani che erano accorsi con entusiasmo al loro richiamo avevano tutti sopportato il fardello più pesante della guerra al fascismo e non intendevano sottostare agli ordini di chi non aveva poi patito tanto sotto il regime. Inoltre già dall'inizio di settembre avevano cominciato a esercitare una presenza capillare e una evidente egemonia, riuscendo persino a pubblicare un giornale periodico ("L'Aurora", poi "Bandiera rossa") e a darle una certa diffusione. Ciononostante prevalse lo spirito di sacrificio (anche quello di rinunciare alle armi con la liberazione) e lo spirito unitario e si fecero passi avanti verso la democrazia reale alla quale contribuirono tutte le forze politiche, dando alla Resistenza quel carattere di riscatto nazionale al quale in tanti dettero il contributo. Chi più e chi meno, tutti i partiti e tutti gli strati sociali. Persino certa nobiltà, se si pensa all'impegno antifascista delle contesse Maria Croce in Ferraris, condannata nel 1943 a cinque anni di confino, ed Emma Sinibaldi di Osimo, più volte arrestata, o ai finanziamenti che vennero al movimento di liberazione da personaggi come il conte Dino Fiorenzi, rappresentante del Partito liberale nel CLN regionale. Anche per questo va riconsiderato e valutato adeguatamente il ruolo dei partiti. Il CLN nasce nelle Marche con l'equivoco originario del patto di pacificazione subito dopo l'8 settembre, con il quale si profila un'ipotesi di gestione della transizione con alcuni fascisti "redenti", presto smentita con la nascita della RSI. Pur tra grandi difficoltà la collaborazione tra i partiti resse e si evidenziò subito dopo la liberazione, almeno fino a quando non si fecero sentire i preamboli della guerra fredda. Il CLN regionale fu guidato soprattutto dai comunisti Egisto Cappellini e Luigi Ruggeri, dall'azionista Oddo Marinelli e dal cattolico Plinio Canonici. Per quanto buona parte dei partigiani fosse sospettosa della linea prevalentemente "moderata del Comitato e per quanto i comunisti fossero istintivamente più obbedienti al "partito", la saggezza dei "politici" favorì una conclusione non solo vittoriosa ma anche unitaria, tanto che si può dire che gli stessi comunisti furono prevalentemente sanati dalla originaria malattia del settarismo e furono in buona parte pronti alla strategia nata con la "svolta di Salerno". La conferma venne nella capacità di gestire nel modo migliore la fase della ricostruzione, nel trovare il modo per far rientrare le originarie diffidenze del Governo militare alleato, nel gestire la non facile convivenza con le pur gloriose truppe polacche. La capacità di direzione e di gestione degli immensi problemi della ricostruzione di cui dettero prova i CLN marchigiani ha dell'incredibile. Altro che spartizione del potere, come insinuava il giornale "Ricostruzione", finanziato dagli inglesi. Prove di democrazia reale, ancora senza elezioni. Uno dei momenti più fulgidi della nostra storia contemporanea, nazionale e regionale.

Peccato che quel periodo, quella sorta di primavera, durò poco. Lasciò comunque le premesse per una comune consapevolezza della maturità democratica del nostro paese dopo ven'anni di dittatura.

Pour citer cette ressource :

Massimo Papini, "La Resistenza nelle Marche", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), juin 2008. Consulté le 20/10/2018. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/civilisation/xxe-xxie/seconde-guerre-mondiale/la-resistenza-nelle-marche