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Cerchio spezzato

Par Maurizia Morini : Lectrice d'italien MAE et historienne - ENS de Lyon
Publié par Damien Prévost le 20/11/2007

Non c' è rivoluzione senza liberazione della donna

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Noi siamo un gruppo di compagne che più o meno hanno vissuto tutte in prima persona l'esperienza politica del movimento studentesco e dei successivi gruppi politici che rappresentano un superamento del movimento stesso. Come per un gran numero di studenti, in generale è stata questa la esperienza che ci ha posto di fronte la prospettiva concreta e la possibilità di rovesciare un sistema sociale fondato sull'oppressione e sullo sfruttamento. Ma noi, non solo come studentesse, ma in quanto donne, avevamo affidato molto di più a questa prospettiva di liberazione; nel medesimo tempo ci eravamo illuse, che il gruppo politico, l'agire da militante, fosse un mezzo per porre fine ad una ulteriore e precisa discriminazione che passa all'interno della società capitalistica: la oppressione dell'uomo sulla donna. Ci siamo illuse che automaticamente la presa di coscienza generale dell'oppressione di classe ci ponesse di fronte ai problemi allo stesso modo dei compagni. Questa illusione è stata smentita dalla pratica politica e dall'esperienza. Non c'è uguaglianza tra disuguali: una disuguaglianza basata su basi materiali precise e che dà allo oppressore strumenti di potere non può essere superata dalla "buona volontà".

I gruppi di lavoro politici hanno riverificato la nostra sistematica subordinazione: noi siamo "la donna del tal compagno", quelle di cui non si conoscerà mai la voce, limitate al punto di crederci realmente inferiori. L'analisi delle assemblee ci ha portato a vedere una élite di leaders, una serie di quadri intermedi maschili e una massa amorfa composta dal resto maschile e da tutte le donne. Spesso la compagna è l'oggetto su cui il compagno riversa tutte le frustrazioni che accumula all'interno della società borghese e nello stesso movimento politico, per cui la donna, oltre ad assorbire le contraddizioni del maschio e a dare il suo contributo nello unico modo in cui esso è accettato (volantinatrice, dattilografa, o - quando il caso è più felice - consigliera privata del compagno che parla alle riunioni) si vede costretta a mantenerlo anche sul piano economico per permettergli di fare politica, perché, fra i due, lui si ritiene l'unico soggetto in grado di farla. La conseguenza è che essa si vede accusata di autoestraniarsi dalle vicende politiche, di viverle di riflesso o di non viverle affatto. Così si creano le condizioni materiali per la sua inferiorità e le si rinfacciano una incapacità e stupidità costituzionali.

In un ambiente come il nostro, in particolare, la parola - maggior strumento di affermazione - è diventata lo strumento della nostra esclusione. Come i proletari noi non sappiamo parlare, soprattutto quando dobbiamo misurarci su un linguaggio sempre maschile, sempre elaborato da altri, su cose portate avanti sempre da altri. Ci siamo trovate nella condizione di chi è sempre un passo più indietro e siamo state trascinate dentro l' inutile gioco della competizione ricavandone solo frustrazioni. Oppure, non abbiamo accettato questo gioco e ci siamo ritenute inferiori, quelle che in fondo ci capiscono poco, a cui non resta che accettare la posizione di chi ne sa di più. Ma in tutto questo processo è cresciuta anche la coscienza e caduta la ultima illusione.

La necessità di rinunciare all"illusione sulla propria condizione è la necessità di rinunciare a una condizione che ha bisogno di illusioni. Karl Marx

Ad un certo punto abbiamo cominciato ad uscire dalla falsa convinzione che il problema è "mio", individuale e abbiamo visto che è l'iter della maggioranza delle compagne. Questo ci ha portato ad analizzare il nostro problema in quanto donne seppure nel ruolo specifico di studentesse che comporta certi privilegi. Abbiamo deciso di riunirci autonomamente, prendere in mano fino in fondo e in prima persona la nostra condizione, uscire dal ghetto individuale dell'oppressione e porla come problema sociale, quindi politico. Tale decisione è collegata al fatto che l'uomo si è sempre considerato l'unico soggetto politico valido; fatto che ha portato ad una insicurezza da parte della donna: insicurezza che essa può superare soltanto recuperando autonomamente analisi, contenuti, metodi e obiettivi che più rispondono alla sua situazione specifica, la cui specificità è invece quasi costantemente negata dai compagni.

Ma non è stato un processo facile, perché la lunga abitudine ad identificarsi con l'uomo, il nostro oppressore, agiva da potente freno. Nessuna di noi è esente dall'educazione ricevuta in famiglia e dalle continue pressioni che l'intera società maschile esercita su di noi. Molte compagne hanno avuto "paura" di venire a fare riunioni soltanto fra donne, sottintendendo un grande disprezzamento di sé. E la decisione di escludere, in una prima fase, i maschi è stata una precisa presa di posizione politica.

Ogni oppresso deve prima affermarsi nella realtà della sua ribellione e accettare da questa posizione di forza il confronto. Includere i maschi ci costringeva a misurarci di nuovo sul terreno e coi metodi del nostro oppressore.

In quanto donne noi viviamo forme specifiche di oppressione di cui soltanto noi abbiamo esperienza. In quanto donne abbiamo la possibilità di far diventare la nostra oppressione punto di partenza per la nostra liberazione.

Le donne sono la metà dell'umanità. La nostra oppressione trascende le occupazioni e le classi. Ad esempio, se si prende in considerazione la reale esistenza di maggior sfruttamento della donna proletaria rispetto all'uomo proletario (tutti riconoscono il doppio sfruttamento della donna proletaria) non si riesce a capire ciò se si trova la ragione di questo fatto solo nella sua generica appartenenza alla classe proletaria e non si vede, oltre al suo "essere di classe", anche il suo "essere di sesso diverso". Se quindi un certo tipo di sfruttamento è basato sulla discriminazione sessuale, esso fa di tutte le donne una casta oppressa. Ci sembra che il termine casta sia particolarmente indicato per caratterizzare la situazione di tutte le donne. La nostra società, oltre ad essere divisa in classi, presenta anche una situazione castale in cui sono costrette a vivere determinate persone a causa di caratteristiche fisiche ben identificabili come il sesso e il colore. Alla casta si è assegnati fin dalla nascita e non è possibile uscirne con nessun tipo di azione individuale. Ai compagni che sostengono che solo dopo la presa del potere da parte del proletariato la condizione della donna si risolverà, noi rispondiamo: poiché la donna soffre di contraddizioni specifiche oggi, è da oggi che può e deve iniziare la lotta per la sua liberazione.

A coloro che dicono che con la nostra lotta operiamo una divisione allo interno del popolo noi rispondiamo: la divisione esiste e ci è stata imposta. La nostra lotta vuol fare esplodere la contraddizione (non più razionalizzarla) e tendere ad una reale ricomposizione del proletariato.

Il nostro movimento deve essere un movimento di sole donne, perché noi pensiamo che non può esserci un'unità tra uomini e donne se non c'è prima un'unità tra le donne.

Abbiamo, all'interno della casta delle donne, un problema che è particolare di questa casta e accettiamo il confronto e la collaborazione coi compagni maschi che si rendono conto che noi abbiamo una nostra testa. Vogliamo riguadagnare la testa che ci è stata tolta.

Decideremo da noi le posizioni politiche e pratiche da prendere. Faremo la teoria e porteremo a termine la pratica. Saremo noi a decidere quali misure, quali strumenti e quali programmi usare per liberarci.

I collettivi femminili di Trento evidenziano discriminazioni all'interno della sinistra studentesca a fronte di una parità solo formale; offrono approfondita e articolata analisi, esprimendo la volontà di autonomia politica e organizzativa con la convinzione che ogni oppresso per liberarsi non deve mediare e delegare ad altri. "L'unica possibilità di liberazione passa attraverso la presa di coscienza collettiva della propria condizione specifica".

Maurizia Morini, historienne ENS LSH de Lyon

1Documento ciclostilato, distribuito all'Università di Trento, qui riportato in ampia sintesi.

Pour citer cette ressource :

Maurizia Morini, "Cerchio spezzato", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), novembre 2007. Consulté le 14/12/2019. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/civilisation/xxe-xxie/le-mouvement-des-femmes/cerchio-spezzato