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Entretien avec Giangiulio Ambrosini

Par Eva Susenna : Maître de Conférences - Université Jean Moulin - Lyon 3
Publié par Damien Prévost le 01/06/2009
Le 14 octobre 2008, Giangiulio Ambrosini, magistrat de la Cour de Cassation italienne, a tenu une conférence à l’Université Jean Moulin, à Lyon, sur le thème «Società e giustizia: dalla realtà alla letteratura».

Le 14 octobre 2008, Giangiulio Ambrosini, magistrat de la Cour de Cassation italienne, a tenu une conférence à l’Université Jean Moulin, à Lyon, sur le thème «Società e giustizia: dalla realtà alla letteratura».

Lei è un magistrato di professione, ha iniziato la sua carriera di scrittore pubblicando sostanzialmente saggi giuridici e libri di analisi, anche divulgativa, di temi istituzionali: vuole raccontarci il suo percorso e le sue motivazioni nel passaggio alla narrativa?

Nello scrivere, il punto di partenza è sempre stato il mio desiderio costante, in quanto giudice, di redigere sentenze in maniera accettabile e cioè chiara e comprensibile per i destinatari, che non sono per forza « uomini di legge » e per i quali, di conseguenza, si impone la necessità di chiarezza. Per anni sono stato anche assistente universitario e mi è rimasta,di conseguenza, una certa passione per il diritto puro. Ho voluto, quindi, scrivere libri giuridici in materie diversissime, per esempio un libro che parlava della nuova legge sulla violenza sessuale, un altro sugli stupefacenti. Poi mi è capitata l'opportunità, con la casa editrice Einaudi, di scrivere due pezzi per la Storia d'Italia in 10 volumi, un'esperienza divulgativa, perché l'opera era una sorta di enciclopedia storica, rivolta a lettori di ogni tipo. Ho scritto, dicevo, due pezzi. Il primo, di un centinaio di pagine, sulla Storia del Diritto Italiano, intitolato Diritto e Società, in cui spiegavo, appunto, il rapporto tra il diritto e la società: dalla nascita del diritto italiano con la caduta dell'Impero Romano, alla « frammentazione » del diritto nel Medioevo - in cui ogni « particolare », ogni feudo, per esempio, ha il proprio diritto, diverso dagli altri - per tornare poi all'unità del diritto italiano. Sempre per la Storia d'Italia Einaudi ho scritto un pezzo sulla Costituzione, intitolato Costituzione e Società. In seguito, la stessa casa editrice Einaudi mi ha proposto di scrivere un commento alla Costituzione italiana, da pubblicarsi in margine al testo costituzionale. Così, ho scritto un centinaio di pagine di commento, pubblicando in appendice altre costituzioni: per esempio la costituzione della Repubblica Romana del 1849, la prima costituzione repubblicana d'Italia, o lo Statuto Albertino, o, ancora, il progetto di Costituzione della Repubblica Italiana del 1947. Quel libro ha avuto un grande successo perché è stato usato nelle scuole, pur non essendo in origine destinato al pubblico scolastico: in vent'anni ha venduto 155.000 copie, davvero una buona tiratura per un paese come l'Italia. In seguito, negli anni 90, ho scritto un testo sul referendum, prima che questo strumento di democrazia fosse svuotato del suo senso istituzionale; e, infine, il libro La Costituzione spiegata a mia figlia, in cui, appunto, immagino di spiegare i principi fondamentali della Costituzione italiana alla figlia sedicenne che, peraltro, non ho. In sostanza, ho scritto prima di tutto opere tecniche, cioè testi giuridici, per passare poi a testi di divulgazione di temi istituzionali e giuridici, fino a scegliere una norma del Codice Penale italiano, l'articolo 416 bis, introdotto nel nostro codice dal 1982. Questo reato, quello di associazione per delinquere di stampo mafiosi, non esiste in tutti i Codici del mondo: è un articolo che sanziona il reato ideologico e che colpisce l'idea di associarsi. Mi era venuta, infatti, questa idea: se io scrivo libri divulgativi di diritto e, a quanto pare, mi faccio capire, perché non provare a scrivere narrativa? Il problema è che di autori di narrativa ce ne sono molti: dovevo quindi trovare un taglio diverso, particolare. Non per puro amore di originalità ma perché non mi interessava scrivere duecento pagine di una storia che le duecento pagine medesime avrebbero finito per banalizzare. O uno è un bravo scrittore, o uno sa scrivere senza banalizzare la storia raccontata, oppure deve trovare una formula un po' diversa, in modo da non essere « uno dei tanti »: un autore che non aggiunge e non toglie niente a quanto già scritto, anche se la storia in sé può essere interessante come ritengo sia quella di Articolo 416 bis.

E ha scelto, quindi, la formula del « fast-reading ». Ci vuole spiegare per sommi capi il suo metodo di scrittura?

La formula è nata con il riassunto: facendo il riassunto della storia ho visto che il riassunto aveva una sua autonomia letteraria, solo apparente, autonomia che poi gli ho dato nella sua forma definitiva, in maniera cosciente. In un riassunto, uno prende appunti e non sta a mettere tanti punti e virgole; al computer questo fatto è ancora più evidente e naturale. Scrivendo le idee, i capisaldi, gli spunti di questa vicenda, ho visto che i miei appunti, il riassunto, le annotazioni assumevano una forma interessante. Anche se, ovviamente, non avevo riassunto tutto il libro, perché quando scrivo non ho in mente tutta la storia, ma soltanto una parte mentre il resto, in seguito, viene da sé : uno ha come dei segmenti che poi unisce, ma non possiede per forza tutta la vicenda nel momento in cui la concepisce... Da questo riassunto iniziale, così, ho provato a redigere il libro, e la storia è venuta fuori così. E mi son detto: se ho cominciato in questo modo, non ha senso riprendere tutto diversamente. Dal punto di vista del contenuto, inoltre, mi sembrava che questa forma fosse adatta al tipo di fruizione attuale della maggior parte dei lettori. Nella premessa al libro ho sottolineato l'esigenza comune della velocità, la fretta della gente; anche nell'affrontare i libri: si sentono spesso lettori dire « ne ho letto un pezzo, non l'ho finito ». Così, mi sono detto: io scrivo 150 pagine e magari il lettore si annoia. Questo libro invece può essere letto senza interruzioni; in genere i lettori mi dicono che lo iniziano e non lo lasciano più fino alla fine. Anche il ritmo, importante nella narrazione, è qualcosa che non sta né nella forma né nel contenuto, ma forse nell'unione delle due cose. Forse è un ritmo un po' cinematografico; mi sono ispirato in parte ai film degli americani, che sono bravissimi nell'arte dialogo: magari anche dialoghi di contenuto modesto, ma davvero una buona tecnica. Anche lei è molto bravo nel dialogo.

Quella è stata la parte più difficile. C'è un problema anche nell'uso dei tempi verbali... L'indicativo espone i fatti, il condizionale « di citazione » rende conto dei vari punti di vista.

Comunque la scelta della scrittura è interessante, in effetti, a livello di ritmo e di velocità della narrazione. Si sente che il protagonista è preso sempre più in questa specie di « tela di ragno »; si sente il suo senso di straniamento progressivo, evidentissimo, secondo me, anche nella descrizione dell'aula del tribunale, la descrizione più ampia del libro, forse l'unica.

L'aula delle lampadine rotte ? (ride) Un luogo chiuso: l'aula maestosa, il tribunale giusto, ma con luce fioca e, in generale, un'aula in decadimento. Come avviene nella realtà, tranne nei palazzi di giustizia moderni, con le luci al neon: nei vecchi palazzi di giustizia, sulle 80 lampadine del lampadario ce ne sono sempre almeno 20 spente. Nel libro volevo, in questo modo, accentuare il senso di piccolezza del protagonista, ma sempre ispirandomi alla realtà italiana.

Lei parla di segmenti, di idee, che solo in un secondo tempo rimette, in un certo senso, in ordine, unendoli tra loro. Una curiosità: nello scrivere, le succede anche che frasi intere si impongono a lei quasi naturalmente, oppure le sue frasi sono soltanto frutto di riflessione? Le chiedo questo perché nel suo libro, in effetti, alcune frasi spiccano per efficacia e forza, come se fossero autonome, esemplari, come se si fossero imposte, in un certo senso, allo scrittore.

Nel romanzo ho riversato brani delle mie sentenze, in effetti : forse la sua impressione viene da quello? Ma è vero che non scrivo soltanto « a tavolino »: mi rendo conto che, anche in macchina, o al momento di addormentarmi, o nei tempi morti della giornata, il cervello va avanti anche un po' per conto suo. Gli do un input, in un certo senso; poi scopro che la cosa è andata avanti un po' da sé, anche con soluzioni alternative, anche con frasi precise che si sono come materializzate in parole che poi uso, scrivendo.

Mi pare che la struttura del libro sia molto interessante. Per esempio, i titoli ed i contenuti dei vari capitoli, che seguono le diverse tappe del processo penale.

Il mio desiderio era che si capisse, alla lettura del libro, come funziona un processo penale. Non volevo scrivere un noir alla Simenon o alla Camilleri, per dire, nei libri dei quali si sa sempre « in che modo » finisce l'accusato. Mi importava, invece, soprattutto « spiegare » la struttura di un processo, come avevo già fatto in un libro divulgativo scritto quando è uscito il nuovo codice penale. Da queste esperienze di divulgazione, ho voluto passare alla narrativa. Forse è una narrativa di tipo divulgativo, perché una delle mie preoccupazioni fondamentali è stata proprio quella di presentare e rendere comprensibili le fasi di un processo in Italia. Come nella mia esperienza di magistrato ho voluto la chiarezza delle sentenze, così nella scrittura narrativa ho avuto questo desiderio di spiegare il funzionamento del processo penale nelle sue varie fasi.

Se dovesse isolarne alcuni, quali sono i caratteri sostanziali, secondo lei, di questa sua prima opera narrativa?

In Articolo 416 bis racconto fatti reali trasfigurati, per esempio l'episodio dell'omicidio del professore e la retata mancata nella villa della festa. Questa, del raccontare la realtà, è una mia esigenza ed è sicuramente un carattere importante del libro. In secondo luogo, c'è nel libro una spinta ad assumere una posizione critica nei confronti dell'aricolo in questione del Codice Penale. E, infine, una forte esigenza « da giurista », per esempio nella scelta del finale aperto, in cui non si dice come finirà il processo perché sta al lettore assumersi la responsabilità di farsi giudice, di implicarsi nella vicenda raccontata.

Adesso, però, per favore, ci dica come finisce!

Questo non lo dirò mai...(ride).

Ha ragione, ma ci spieghi un po' meglio.

Io ho pensato ai due possibili finali, perché i finali possibili sono ovviamente soltanto due. Però definendo un finale mi sembrava di banalizzare la vicenda - che si configura come vicenda esemplare - perché tutta la lettura del testo finisce per piegarsi alla soluzione scelta per il finale. La soluzione del finale aperto e sospeso è, ovviamente, un espediente letterario; però il vantaggio è che dà al lettore un maggior senso di partecipazione, perché il lettore è combattuto tra la scelta della colpevolezza o dell'innocenza e assumerà la posizione del giudice, che è quel che mi interessava nello scrivere. Quando ho presentato il libro a Roma, c'era un grande avvocato, l'avvocato Coppi, che ha partecipato al dibattito, presentando insieme a me Articolo 416 bis. L'avvocato Coppi mi ha detto: « Si vede che lei non fa l'avvocato, perché il suo personaggio è mal difeso ». Il protagonista, in effetti, si difende malissimo: ma infatti, gli avvocati dicono sempre ai clienti di avvalersi della propria facoltà di non rispondere, perché in genere se un imputato risponde finisce per autodistruggersi... Il fatto è questo: davanti al Pubblico Ministero, davanti al Difensore, davanti al Giudice per l'indagine preliminare, dovevo sempre raccontare la stessa faccenda. Ho cercato di raccontarla in maniera non noiosa : in fondo, nel libro racconto cinque volte la stessa storia con cinque sfaccettature diverse.

Una chiave di lettura importante, in effetti, mi sembra proprio l'ambiguità... 

È il contrario di quanto avviene nel processo all'americana, in cui la bravura degli avvocati e degli accusatori sembra spesso non tener conto del fatto che i fatti possano avere più significati, spesso anche in contrasto tra loro. Qui, ci sono due soluzioni possibili per una storia raccontata cinque volte che assume sfumature diverse e tra loro ambigue e addirittura in contrasto... Il lettore deve scegliere e farsi giudice, ma la sostanziale ambiguità di fondo provoca un forte senso d'angoscia nel lettore, fa paura: questo perché, dal processo di Mani Pulite in poi, in Italia esiste questo diffuso senso di terrore nei confronti della giustizia, esiste l'idea del cittadino in balia del Giudice e dell'accusa del Pubblico Ministero.

Parliamo un po' di questo cittadino, del protagonista. Protagonista senza nome, senza volto, senza alcun connotato che lo caratterizzi. È colpevole o non lo è? Non si sa, ma mi pare certo che sia un imprudente, un incauto, piuttosto che un vero colluso.

È un uomo senza qualità, infatti: si lascia coinvolgere da persone, dalle situazioni che alla fine non può più controllare. Per esempio, quando gli si chiede perché sia andato al ricevimento mafioso, risponde che in qualunque salotto, in qualunque ambiente in cui circoli denaro, c'è un alto tasso di mafiosità. Questo protagonista non ha un ruolo che lo posizioni in alto nella scala sociale: è soltanto un professore universitario che frequenta un ambiente in cui è come un pesce fuor d'acqua, completamente straniato ed inadatto, e la situazione finisce per sfuggirgli di mano. La scelta « anonima », quindi, di un personaggio che è uomo inadeguato e non fondamentale a livello sociale: nessuno si ricorderà del suo nome; non è come certe personalità fondamentali delle lettere o delle scienze, ma solo un uomo senza sostanziali qualità, che si lascia imprigionare in una tela di ragno mafiosa e subisce un processo di cui non sembra comprendere la portata.

Tornando all'ambiguità, alle possibilità plurime e spesso contrastanti per ogni fatto. È una prassi, è un problema della professione di magistrato?

Certo, la possibilità di letture alternative è effettivamente un problema. Più gravi sono i fatti e più emergono le ambiguità. I rappresentanti della giustizia devono, di conseguenza, essere cauti: man mano che cresce il contenuto della potenziale condanna, il problema della lettura plurima dei fatti si presenta e si impone. In particolare, quella di collusione mafiosa è un'accusa infamante; e infatti il protagonista dichiara di volersi difendere, dicendo di voler « proclamare a chiare lettere, la [sua] innocenza, la [sua] estraneità alla mafia ». Per concludere, direi che, in sostanza, dubito che la verità univoca esista: di conseguenza, prima viene il sospetto, poi si ristabilisce un equilibrio. In Articolo 416 bis è sotteso un clima di sospetto che voglio esplorare più a fondo nel mio futuro progetto narrativo.

Allora ha altri pogetti narrativi? Sì. Ma per il momento preferirei non dire altro.

Bibliografia di Giangiulio Ambrosini

  • Costituzione italiana, Einaudi, 1975
  • Le sostanze stupefacenti. Le misure di prevenzione, UTET, 1989
  • Il codice del nuovo processo, Einaudi, 1990
  • La riforma della legge sugli stupefacenti, UTET, 1991
  • Referendum, Bollati Boringhieri, 1993
  • Le nuove norme sulla violenza sessuale, UTET, 1997
  • La costituzione spiegata a mia figlia, Einaudi, 2004
  • Articolo 416 bis, Nottetempo, 2006

I saggi Diritto e società e Costituzione e società sono stati pubblicati rispettivamente nel I e nel V volume della Storia d'Italia Einaudi.

Fiche de lecture

Articolo 416 bis
Pour citer cette ressource :

Eva Susenna, "Entretien avec Giangiulio Ambrosini", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), juin 2009. Consulté le 23/04/2018. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/a-trier/entretien-avec-giangiulio-ambrosini