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Entretien avec Alberto Garlini

Par Maurizia Morini : Lectrice d'italien MAE et historienne - ENS de Lyon
Publié par Damien Prévost le 16/09/2008
Le 29 mai 2008 Alberto Garlini a participé, à La Villa Gilet à Lyon, aux 2èmes Assises Internationales du Roman : "Le roman, quelle invention !"

Le 29 mai 2008 Alberto Garlini a participé, à La Villa Gilet à Lyon, aux 2èmes Assises Internationales du Roman : "Le roman, quelle invention !"

Lei ha iniziato la sua attività pubblicando raccolte di poesie per poi passare al romanzo: ci vuole raccontare gli inizi e questo passaggio?

Ho iniziato a scrivere e pubblicare poesie ma mi sono sempre considerato un romanziere. Credo che solo il romanzo metta alla prova il talento letterario, la forma-romanzo è in assoluto la più bella, la più vasta. In un primo momento, però, non avevo il tempo materiale per dedicarmi al romanzo, così sfogavo il desiderio di letteratura attraverso le poesie. Ma la poesia è un dono avvelenato, mette in un circuito di poeti che è spesso legato a favori incrociati; la lirica, poi, come indagine introspettiva ti chiude in una prigione. Ho smesso con la poesia da circa dieci anni. Per me la letteratura è uscire da se stessi, scegliere nei dettagli, attraverso il punto di vista del personaggio, una corrispondenza fra la storia individuale e l'ambiente. Lo scrittore piange e ride con i personaggi e il romanzo permette di entrare nell'esperienza del personaggio. Credo nell' empatia fra il narratore e il personaggio.

Ha un passato professionale come giurista. Come è avvenuta l'opzione per lo scrittore?

Ho fatto pratica in uno studio di avvocati e di notaio, ma stavo male. Stavo male fisicamente, un'ansia che mi attanagliava ogni mattina. Non era la mia strada. Ho avuto anche difficoltà economiche per essere libero. Purtroppo non riesco a fare due lavori contemporaneamente, avvocato e scrittore, sono un ossessivo, devo stare corpo a corpo con i personaggi, non riesco a prestarmi; ho ammirazione per chi riesce a sbrigare due lavori così difficili senza problemi, ma io vivo il romanzo in modo totalizzante, per me è non un'evasione, mi metto nei personaggi, nel romanzo, in un altro tempo e luogo. Ovviamente la letteratura non basta, nel mio caso, per vivere. Accanto all'attività di narratore faccio il giornalista e organizzo eventi, come il Festival della letteratura a Pordenone.

A suo parere esiste in Italia una letteratura regionale? E la sua provenienza geografica (emiliano e poi veneto) è significativa nella scelta dei soggetti, nella sua scrittura?

In Italia, ci sono dei centri, come Bologna che si distingue per il genere giallo; la letteratura sarda, Roma per il post-moderno, ma c'è anche molta fluidità, molta varietà. In Veneto esiste un gruppo di scrittori con cui c'è un qualche scambio ma non è un vero e proprio movimento, anzi... Ma credo che uno sguardo solo italiano sia molto limitante, in realtà non credo che la letteratura, come un tempo, passi ancora per i grandi centri, o per polarizzazioni. Con internet ho contatti con il mondo, con scrittori di tutto il mondo. Non c'è grande differenza fra centro e provincia. Tipica dell'Italia è una storia letteraria su base regionale, come per esempio la storia della letteratura di Einaudi; questo è un modo per usare categorie per analizzare le situazioni d'oggi; direi che caratteristica italiana è una forte presenza letteraria in provincia. Per quanto mi riguarda, se penso ad un personaggio tendo a farlo nascere a Parma perché conosco i luoghi ma non c'è altro; non sono uno scrittore che guarda al locale, non mi importano le vecchie storie di paese, i dialetti. Mi puzza di morte. Potrei vivere a Valencia, Città del Messico, ovunque; la mia vita è stare lì davanti al computer, con i miei personaggi e le mie storie. Ci può essere qualcosa di autobiografico. In Fútbol bailado vi sono descrizioni di luoghi vicino a dove giocavo da bambini, come racconto nel libro anch'io da ragazzo ho cercato di fuggire in Spagna per vedere la partita di calcio ma, a differenza del mio protagonista, sono stato ripreso. A volte gioco con il passato, il romanzo può anche essere una forma di risarcimento con la propria vita. Parlando in generale, però, i miei romanzi non hanno nulla di biografico. Sono polifonici, non lirici; non ho una mia storia da dover giustificare, la mia non è self-narrative ma un intreccio fra la storia e il sé, piccole cose... Quando ho descritto gli anni Ottanta, per esempio, pur avendoli vissuto in prima persona, non ho mai utlizzato la mia esperienza, i personaggi sono nati da storie raccontate, da Tondelli, da documenti dell'epoca. Lo sguardo si è immediatamente allargato, è diventato più bello.

Parliamo del suo romanzo Fútbol bailado (tradotto in francese con il titolo Un sacrifice italien).

Il titolo fa riferimento ad una definizione che è stata data negli anni cinquanta al calcio giocato-danzato dagli uruguaiani. La formula viene riutilizzata dal mio personaggio principale, Francesco Ferrari, un grande calciatore, di straordinario talento, che dopo una stagione in serie A come capocannoniere, viene travolto dal calcio scommesse. Pur essendo innocente, si sente colpevole, e accetta una colpa non sua. Si ritira dal calcio e inventa questo calcio diverso da quello dei soldi, dei presidenti miliardari, degli ultras: il Fútbol bailado. Gira per i paesi con il pallone nel bagagliaio della macchina e gioca nelle piazze. Pensate a Maradona, che all'apice della sua fama, si mette a giocare in giro, sulle aiuole o nei posteggi. Pensate a cosa sarebbe successo. È quello che facevo anch'io, da ragazzo, che facevamo tutti: giocare in strada, senza magliette, senza regole. Si buttavano le giacche per terra e facevamo le porte, due calci d'angolo diventavano rigore, il portiere era volante. Tutti cerchiamo, dopo il lavoro, di divertirci, di cercare uno spazio ludico dove le uniche regole che esistono siano quelle del divertimento reciproco. Il divertimento non sopporta la parola industria, è anarchico, e l'industria del divertimento è un ossimoro. Nel romanzo uno dei ruolo centrale è quello di Pier Paolo Pasolini che rappresenta quella parte d'Italia che viene fatta fuori dalla violenza degli anni Settanta. In quegli anni finisce l'onda lunga della Resistenza, si interrompe il patto fra governati e governanti, si sviluppa il terrorismo, i servizi segreti deviati, inizia il periodo della decadenza; vi è libertà individuale ma non apertura. Nella morte di Pasolini si apre una prospettiva sacrificale, era un isolato, uno scandalo, aveva tutto come vittima designata; c'è il corpo della vittima, c'è l'immagine del sacrificio in senso cristologico. In senso metaforico nel corpo di chi è ucciso si vede la realtà, che è il contrario della logica del copplotto, che allontana dalla realtà; nel caso della morte di Moro, per esempio, ci si è persi nella dietrologia.

Il suo ultimo romanzo pubblicato Tutto il mondo ha voglia di ballare è invece ambientato negli anni Ottanta...

Sì, gli anni Ottanta rappresentano gli anni del disincanto, ognuno si fa i fatti propri, il governo va bene finché ci dà dei vantaggi e Tutto il mondo ha voglia di ballare, che è la frase finale del libro, è come un grido liberatorio, la voglia di lasciare alle spalle le bombe degli anni Settanta e di fare festa. Questo non è avvenuto senza perdite, chi li ha vissuti era impreparato, aveva bisogno di una specie di nuova educazione. Considero gli anni Ottanta come una coazione al divertimento. Il personaggio del romanzo, Roberto, ha un padre di successo, un buon uomo con saldi principi morali, ma non capisce nulla di quello che succede, di ciò che sta cambiando. Iimposta la vita del figlio ma non capisce la realtà, non è adatto ai tempi. Il fratello di Roberto, invece, capisce che i tempi sono cambiati, parte e fa il cronista di guerra in Afganistan, capisce quel mondo complesso, la guerra etnico-religiosa, e in Italia che Tangentopoli è alle porte. Roberto tuttavia non segue lui, ma i consigli del padre. E si autodistrugge. Gli anni Ottanta diventano intimi, si cerca la propria voce ma da soli, è un periodo edonistico ma anche di solitudine individuale. Nel libro racconto di Pier Vittorio Tondelli, perché meglio di tutti ha raccontato gli anni Ottanta, l'idea della cultura provinciale italiana che si apre verso il mondo. Tondelli ha vissuto gli anni Ottanta, si è calato nella vita, la racconta così come è, non ha pretese ideologiche, vuole sperimentare, questo mi è piaciuto di lui. Tondelli mi ha fatto sentire, mi ha messo davanti agli occhi quella realtà.

Possiamo definirli romanzi storici?

Sì, fra virgolette, però... affrontano momenti storici, ma mai attraverso grandi eventi; c'è un'ambientazione storica precisa ma giocata con fatti marginali, con la vita dei personaggi.

Ora sta scrivendo di...?

Da un anno mi documento su un personaggio neofascista degli anni Settanta. Credo rappresenti la forma più rappresentativa di ciò che si sta formando nei nostri tempi. Il cristianesimo e il comunismo come ideologie sono esaurite, non ci sono più catalizzatori per le ingiustizie; nessuno ci dice più come contenere la rabbia sociale. In Occidente ci troveremo di fronte ad un senso di ingiustizia, alla crisi economica, senza che la politica possa esprimere un progetto credibile. Il contraltare è la paura sociale e il richiamo alla violenza antropologica del neofascismo.

Lo scrittore Alberto Garlini è nato a Parma nel 1969; oggi vive a Pordenone. Giurista di formazione, si è ben presto orientato verso la scrittura: dapprima di poesie, di critica letteraria e infine di romanzi. Unisce all'attività di scrittore quella di giornalista e di organizzatore di eventi culturali.

 

I suoi ultimi romanzi pubblicati: Fútbol bailado, Sironi, 2004; Tutto il mondo ha voglia di ballare, Mondadori, 2007.

Link

Le site de La Villa Gilet Les programmes des Assises Internationales du Roman
Pour citer cette ressource :

Maurizia Morini, "Entretien avec Alberto Garlini", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), septembre 2008. Consulté le 21/09/2018. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/a-trier/entretien-avec-alberto-garlini