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Silvia Giralucci, "L'inferno sono gli altri"

Par Maurizia Morini : Lectrice d'italien MAE et historienne - ENS de Lyon
Publié par Damien Prévost le 16/12/2011
Padova: città veneta, un luogo colto, borghese, apparentemente tranquillo, negli anni Settanta è teatro di violenza diffusa e illegalità di massa con aggressioni e gambizzazioni, guerriglia urbana. Pure all'Università si verificano occupazioni, minacce ai docenti, aggressioni.
bandeau fiche lecture.jpg  Silvia Giralucci è nata a Padova nel 1971 ed è giornalista; ha collaborato con l'Ansa, Il Mattino di Padova, il Sole24Ore, CNNitalia; attualmente lavora a Venezia occupandosi di Comunicazione Istituzionale per la Giunta regionale del Veneto.  È  redattrice di  Ristretti Orizzonti, la rivista del carcere padovano. Come regista ha firmato il corto Noialtri (2008).
Alla ricerca di mio padre, vittima delle BR, nella memoria divisa degli anni Settanta.
Padova: città veneta, un luogo colto, borghese, apparentemente tranquillo, negli anni Settanta è teatro di violenza diffusa e illegalità di massa con aggressioni e gambizzazioni, guerriglia urbana. Pure all'Università si verificano occupazioni, minacce ai docenti, aggressioni. In sintesi rappresenta il crocevia delle trame eversive di matrice fascista (Freda e Ventura, fra i colpevoli non giudiziari della strage di Piazza Fontana a Milano) e il movimento dell'Autonomia e Potere operaio (per esempio Toni Negri e il caso "7 Aprile"). Proprio qui il 17 giugno 1974, le Brigate Rosse uccidono nella sede dell'MSI locale Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola, attivisti di quella sezione. La figlia di Giralucci, Silvia, all'epoca aveva tre anni e oggi, donna adulta, ha sentito il bisogno di scrivere, dedicando il libro ai suoi figli.
Ho cercato delle storie che mi aiutassero a ripercorrere i fiumi carsici che scorrevano sotto una città solo apparentemente ordinata, colta, borghese. Microstorie, antitetiche e inconciliabili, perché i punti di vista filtrano e deformano i ricordi. Storie che non vogliono sostituire la visione d'insieme o l'analisi più ampia che può fornire uno storico, che non aspirano a una rasserenante sistematicità, ma che spero possano comporre un quadro di memorie divise. Penso che la strada che ho fatto per elaborare il mio lutto privato possa essere utile anche per affrontare il problema di una città, di una generazione, di un paese, che per un periodo ha vissuto la politica come un valore così totalizzante da oscurare persino la pietas per i morti dell'altra parte politica. Il rancore, è stato scritto, è un veleno che corrode le tue ossa, mai quelle degli altri. Comprendere anche le ragioni di chi ti è stato nemico è la mia via per guardare con serenità al futuro.
(pag. 14)
Ha per questo cercato e in parte trovato persone disposte a parlare con lei, a ricordare, soggetti che le hanno offerto pezzi di storia, "la loro storia"; è stato così nei capitoli:
  • La ragazza dello yoga; studentessa alla Facoltà di Psicologia e protagonista di occupazioni  e condannata in seguito per aggressione ad un docente; oggi psicolga in una città del sud d'Italia;
  • Due volte partigiano; è il professore Guido Petter, ex partigiano e docente all' epoca all'Università, oggetto di minacce e aggressioni che racconta, fra l'altro, la profonda differenza fra il Movimento studentesco del '68 e quello del '77;
  • A costo di far da solo; il magistrato Pietro Calogero, che ha indagato con successo per l'omicidio del padre di Silvia Giralucci, e sulla pista "nera" della strage di Piazza Fontana, e sull'area dell'Autonomia che faceva capo a Toni Negri;
  • Eroe o delatore; l'operaio comunista che ha raccontato ciò che sapeva al magistrato che indagava sul Partito armato;
  • Il dottor Nicolai e il capo; il racconto autobiografico del giornalista Pino Nicotri , accusato e poi assolto di far parte del gruppo che ha rapito e ucciso Aldo Moro.
Nell'ultimo capitolo "I silenzi", Silvia Giralucci parla finalmente di sé, della difficoltà di superare il trauma rappresentato per lei dall'uccisione del padre; queste alcune delle sue riflessioni:
Perchè io? Perché è successo a me? La vittima... è sempre in uno stato di continua tensione. Credo che sia così per molte vittime del terrorismo, e in ogni caso la difficoltà a fidarmi del prossimo è un problema che mi accompagna da sempre. La risposta alla domanda - Perché io? - è ciò che lega la vittima al suo carnefice, ed è ciò che lega me alla storia della mia città.
(pagg. 158 e 159)
e così conclude il suo percorso di ricerca e scrittura:
Quando ci consegnarono la targa, mi resi conto che era la prima volta che papà veniva ricordato per quello che aveva fatto da vivo. Un regalo inestimabile per me che, non avendo ricordi miei, vivo di quelli degli altri. Durante la festa mi avvicinò un rugbista, un ex giocatore che lo aveva conosciuto - Ero di sinistra - mi disse, lui di destra. Ma, per non darcele fuori, ce le davamo in campo. C'è sempre un'altra strada.
(pag. 180)
Si tratta, in sostanza, di un libro interessante anche per capire una città, microcosmo di una realtà storica più ampia, con, forse, una voce testimoniale mancante e cioè quella dei testimoni del neofascismo. L'autrice racconta sì di trame nere e di Piazza Fontana ma non ha cercato e parlato con quei testimoni; e come ha dichiarato in una recente intervista li inserirà nel suo prossimo documentario: Con i loro occhi.

a cura di Maurizia Morini

Pour citer cette ressource :

Maurizia Morini, "Silvia Giralucci, "L'inferno sono gli altri"", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), décembre 2011. Consulté le 24/05/2018. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/litterature/bibliotheque/silvia-giralucci-l-inferno-sono-gli-altri-