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Andrea Camilleri, "La piramide di fango"

Par Charlotte Moge : Agrégée d'italien, doctorante
Publié par Alison Carton-Vincent le 30/10/2014
Fiche de lecture du roman "La piramide di fango" de l'auteur italien Andrea Camilleri.

bandeau fiche lecture.jpglapiramidedifango_1414660849943-jpgNato a Porto Empedocle nel 1925, Andrea Camilleri è un regista, sceneggiatore e scrittore italiano. Inizia la sua carriera nel primo dopoguerra eseguendo le regie di molti drammi di Pirandello e scrivendo racconti e poesie, alcune delle quali sono pubblicate in un’antologia curata da Giuseppe Ungaretti. A partire dalla metà degli anni 1950, lavora alla Rai in quanto regista e sceneggiatore. Alla fine degli anni 1970, gli viene affidata la cattedra di regia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica. Negli anni 1980, Camilleri ricomincia a scrivere lasciandosi alle spalle la poesia per inaugurare un filone di narrativa comica, poliziesca e storica che segnerà la sua produzione letteraria. Nel secondo romanzo (Un filo di fumo, Garzanti, 1980) crea l’immaginaria Vigàta che, a partire dal 1994 (La forma dell’acqua), diventa l’ambiente prediletto delle indagini del commissario Salvo Montalbano. Giallo dopo giallo, Camilleri elabora sperimenti linguistici sempre più innovativi fino a creare una lingua tutta sua, mista fra italiano e siciliano, che adatta ai vari personaggi e ai loro stati d’animo. Vero scrittore compulsivo, Camilleri ha pubblicato finora trentatré libri, tra racconti e romanzi, nella serie Montalbano e altrettanti su tematiche più storiche. Premiato più volte in Italia e all’estero, i suoi libri sono tradotti in una trentina di lingue e Camilleri è ormai uno degli scrittori italiani più famosi.

Ritrovare il commissario Montalbano è come ritrovare un vecchio amico: ci si capisce al volo, abituati che siamo al suo carattere burbero, alle indagini anticonvenzionali, al suo « pittito » da gourmet nonché alla squadra del commissariato di Vigàta. Bastano poche righe per essere trasportati nella camera del commissario ed essere « arrisbigliato », come lui, dall’enorme temporale :

Il botto del trono fu accussì forti che Montalbano non sulo vinni arrisbigliato scantatizzo di colpo, ma per picca non cadì dal letto per il gran sàvuto che aviva fatto[1].

In questa nuova inchiesta, il commissario, da sempre alle prese con l’avanzare dell’età, deve fare i conti con la realtà politico-mafiosa del mondo degli appalti. Sulle orme sciasciane della « Sicilia come metafora », questo nuovo caso ha una dimensione nazionale di denuncia del malaffare e della corruzione. Il temporale iniziale si protrae durante tutto il libro, accentua il « nirbuso » del commissario e trasforma il paesaggio in un grande pantano. Nel momento in cui vengono a galla le polemiche sull’expo del 2015 o su quella che ormai viene chiamata la Tangentopoli veneta, questo romanzo materializza una critica acerba dell’Italia contemporanea già espressa in precedenza[2], quella della corruzione dei governanti e dei loro legami con la criminalità mafiosa. La pioggia continua funge da castigo celeste e il pantano simboleggia la zona grigia del malaffare :

I colori cono esistevano cchiù, non si vidiva ‘na cosa che non avissi lo stesso uniformi grigiastro della fanghiglia. Il fangue, come diceva Catarella. E forsi non aviva torto, pirchì il fango ci era trasuto nel sangue, ne era addivintato parti ‘ntegranti. Il fango della corruzione, delle mazzette, dei finti rimborsi, dell’evasione, delle tasse, delle truffe, dei falsi in bilancio, dei fondi neri, dei paradisi fiscali, del bunga bunga…
Forsi, arriflittì Montalbano, quello era il simbolo della situazioni nella quali s’attrovava il paìsi ‘ntero[3].

Partendo dall’ennesima invenzione linguistica di Catarella[4] che lega l’assassinio al malaffare, l’autore ricorre però all’italiano per esprimere la denuncia delle pessime pratiche politiche e lascia al siciliano del commissario l’analisi del quadro generale.

Tutto inizia con il ritrovamento di un cadavere in una galleria, in mezzo al fango. La vittima, Gerlando Nicotra, è il contabile della ditta che costruisce la galleria ed abita nelle vicinanze. In questo caso, tutto procede in modo strano, come se il fango onnipresente impedisse di capire la posta in gioco di quest’omicidio. Eppure, per il famigerato giornalista locale Pippo Ragonese di Televigàta da sempre in conflitto con Montalbano, le dinamiche dell’omicidio appaiono fin troppo chiare: si tratta del solito « delitto di corna », un’interpretazione che conferma l’intuizione del commissario poiché :

A sò memoria, e macari in basi a tutto quello che aviva liggiuto, era tradizioni ‘n Sicilia che ogni delitto di mafia vinissi, in primisi, fatto passari come originato da ‘na quistioni di corna[5].

Il commissario Montalbano e i suoi accoliti, Fazio e Mimì Augello, cercano di rintracciare Inge, la moglie tedesca della vittima, scomparsa anche lei. La perquisizione tutta montalbana della casa – di notte, da solo e senza mandato – convince il commissario che la coppia abitava con una terza persona ed il mistero s’infittisce. Di chi si tratta? Dello zio della moglie? Dell’amante? Di un vecchio boss latitante? Ma l’indagine esplora anche la pista professionale delle gare d’appalti, grazie ai colloqui del commissario con il giornalista Gambardella, che indaga sull’uso supposto di materiale scadente per spiegare il crollo di più villette costruite dalla ditta della vittima. Tuttavia, gli investigatori sono rimessi puntualmente sulla pista del delitto d’onore da vari personaggi che, con grande teatralità, alimentano un depistaggio in tre atti: la vittima avrebbe rubato la pistola il che accredita la premeditazione e dunque la voglia di uccidere l’amante della moglie, la quale non sarebbe scomparsa bensì tornata in Germania, e infine si costituisce l’amante che dice il falso confessando l’omicidio. Oltre al malaffare, si può anche intravedere una critica del giornalismo compiacente e colluso impersonato dall’odiato Ragonese, che veicola il depistaggio e si oppone quindi alla figura positiva di Gambardella, giornalista investigativo di qualità minacciato per le sue inchieste. Mettendo insieme problemi purtroppo molto attuali in Sicilia e in Italia come i clandestini sfruttati che lavorano in nero e il riciclaggio del denaro sporco, Camilleri riesce a dare il quadro complessivo di un sistema impenetrabile, simboleggiato dal paragone con la piramide di Cheope, e consente al lettore di addentrarsi nei meccanismi illegali degli appalti pubblici in cui si infiltrano le cosche locali rivali, dimostrando che quando ci sono in ballo i soldi, le rivalità mafiose si mutano in proficue alleanze.

 


[1] CAMILLERI Andrea, La piramide di fango, Palerme, Sellerio, 2014, p. 9.

 

[2] « Nell’ultimi anni, e forsi macari per l’avanzari dell’età, sempri meno arrinisciva a controllari lo sdegno, e la conseguenti rivolta, che gli viniva provocato dall’appoggio, cchiù o meno scoperto, che un certo potiri politico, dava attraverso deputati e senatori collusi, alla mafia. E ora stavano accomenzando a fari ‘na serie di liggi che con la legalità non avivano nenti a chiffare. » in CAMILLERI Andrea, Una voce di notte, Palerme, Sellerio, 2012, p. 72-73.

[3] CAMILLERI Andrea, La piramide di fango, Palerme, Sellerio, 2014, p. 51-52.

[4] Il poliziotto centralinista – personaggio comico della squadra – deforma di continuo cognomi e parole e ricostruisce l’italiano a partire dal siciliano : « Pirchì ‘n taliàno ‘u sangu addiventa sangue e ‘u fangu inveci arresta fango ? » (cfr Ibid., p. 15)

[5] Ibid., p. 84.

 
 a cura di Charlotte Moge

 

Pour citer cette ressource :

Charlotte Moge, "Andrea Camilleri, "La piramide di fango"", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), octobre 2014. Consulté le 19/11/2018. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/litterature/bibliotheque/andrea-camilleri-la-piramide-di-fango-