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La letteratura italiana della Grande guerra

Entretien avec Mario Isnenghi, professeur d'Histoire contemporaine, Université de Venise

Le 2 février 2009, Mario Isnenghi a tenu une conférence sur la littérature italienne de la Grande guerre à l'Université Jean Moulin - Lyon 3.
  • In che relazione considera lo scrittore e il periodo storico in cui esso vive?

Non sono un critico formalista. Per me i testi non nascono (solo) da altri testi, ma in un contesto. Ne derivano, vi si intrecciano, influiscono. Vale per l'autore, vale per i lettori, gli editori, i critici. Si crea ogni volta un micro-sistema di implicazioni e rimandi. Se poi il testo dura nel tempo, ecco che la sua ricezione può mutare. Il testo vive, sentito come diverso. In un certo senso, anche un personaggio può essere visto come un testo, su cui il contesto scrive cose diverse: da Dante a Garibaldi, per dire due classici del rifacimento. O più semplicemente: Papini, che si rifà e reinterpreta lui stesso almeno sino alla Storia di Cristo (e molto, in particolare, rispetto alla visione della guerra).

  • La letteratura che più o meno esplicitamente contiene riferimenti storici può essere considerata documento?

Ma non solo. Si può e si deve mantenere rispetto per un valore e un senso d'arte in se stessi. Questo lo dico da lettore e in senso propiziatorio rispetto ai letterati e alle loro giuste esigenze di rispetto delle autonomie. Naturalmente, poi, come storico, mi interessa di più cogliere come un testo e un autore funzionano dentro le circostanze storiche, a che cosa servono, che cosa indicano. Ma sapendo che non è tutto qui .

  • Nella sua relazione ha ricordato che gli scrittori che si esprimono attorno al primo conflitto bellico possono essere suddivisi in tre periodi: prima, durante e dopo. Ci vuole illustrare le caratteristiche di questa divisione?

Era solo una scansione didascalica, naturalmente. Prima c'è l'anteguerra e c'è l'attesa di una guerra come farmaco, soluzione di un malessere che proviene da più cause. Si riflette nelle riviste e nella cosiddetta età della riviste, dal Regno alla Voce, a Lacerba. I giovani delle riviste, nell'inquieto interrogarsi su vecchi e giovani, come nel romanzo I vecchi e i giovani di un narratore di mezza età, Pirandello. Per l'illustrazione di questo complesso teatro d'anteguerra non posso che rimandare al mio Mito della Grande guerra. In quest'opera del 1970, tuttora in circolazione, affronto anche temi, testi e personaggi durante la guerra. E mi affaccio sul dopo, meno sistematicamente: qui un libro solo non bastava e infatti poi sono venuti gli altri, sul fascismo. In rapporto più stretto con la letteratura di guerra, il dopoguerra offre due nuclei forti di libri in uscita, quelli nati subito, che sono anche parte della lotta politica del dopoguerra (gli scritti di Prezzolini, Soffici, Jahier, Puccini, Frescura, Palazzeschi, Malaparte, Borgese, diario di Mussolini non escluso) con date di uscita che si spingono sino al 1921-22; e quelli che si concentrano verso il 1930, di Stuparich, Comisso, Alvaro; e per Gadda, Lussu... ci si spinge anche più avanti nel tempo. Ogni libro, naturalmente, si inscrive in un genere, con espliciti o sottintesi rimandi intertestuali, per lo scrittore e per i lettori; ma vale anche per sé, come un mondo, una rileborazione specifica dell'essere stato in guerra, e dell'esserci stata la guerra.

  • In che modo il periodo successivo alla prima guerra, cioè il fascismo, ha distorto la visione della letteratura attorno al conflitto?

Distorto, distorto... Il fascismo è figlio legittimo della guerra, anche se non tutti coloro che hanno voluto la guerra o semplicemente l'hanno fatta, sono poi diventati fascisti. Certo, lo scontro politico del primo dopoguerra avrebbe potuto concludersi indirizzando verso altri sbocchi e altre "Italie". Anche attraverso e con rielaborazioni diverse della memoria di guerra, quella sociale e quella letteraria. E certe mutilazioni e certi tagli o i titoli delle prime edizioni di certi libri non sarebbero più avvenuti; magari ne sarebbero avvenuti altri, in funzione di altri contesti storico-politici in cui acclimatare il testo. Per le ragioni che si dicevano sopra, e non solo per opportunismo (anche per opportunismo, s'intende: autori e editori debbono anche loro vivere nelle compatibilità date); ma anche perché contesti diversi mutano attese e ricezioni; cioè mutando dentro di sé i lettori, finiscono comunque per mutare in certo modo i libri. O uscire dalle abitudini di lettura, se non dicono più nulla. Come avviene oggi, per molti che ne scrivono o ne leggono, della prima guerra mondiale in se stessa: non ne comprendiamo più i moventi e i fini, sono sparite quelle emozioni, noi amiamo la pace, e così non riusciamo più a vedere il loro essere per la guerra.

  • Vi è stato nel secondo dopoguerra un recupero di questi testi e autori?

Alcuni abbiamo dovuto proprio riscoprirli in vecchie edizioni uscite dal giro (e non si finisce mai, se si cerca il documento e non l'arte). Più in generale c'è stato nel senso che abbiamo deciso di riconoscere la letteratura come una fonte per la storia; e che l'età giolittiana, la Grande guerra, il dopoguerra, le origini del fascismo sono stati le tipiche arene dello storico in cui molti si sono misurati, piene di addentellati con le vicende del secondo dopoguerra. E anche oggi, in fondo, è così: si pensi solo al grande tema pace/guerra, violenza/non violenza, o alle forme e ai contenuti della cittadinanza e delle obiezioni in nome del "privato" alle richieste del "pubblico".

  • Crede che i primi decenni del Novecento siano un periodo storico ancora oggetto di intensa ricerca, oggi?

È quello che dicevo subito sopra. Magari non più sempre proprio come storia, storicizzazione dell'avvenuto in senso stretto; ma come laboratorio, occasioni per porsi degli interrogativi che travalicano (o persino snobbano) il vissuto loro, tanto può apparirci remoto. Stragi inter-europee negli anni dell'Europa che si unifica; un'efficiente politica della memoria sembra consigliare l'oblio; o visioni della Grande guerra come assurdo e mero non senso, catastrofe immotivata. Naturalmente l'educazione civica ha le sue ragioni, ma la storia è un'altra cosa.

  • Un suo libro, Il mito della Grande guerra, è alla settima edizione. Ci vuole spiegare il senso del titolo?

Avevo proposto a Vito Laterza La guerra farmaco, sintesi di quelli che ne venivano fuori come le spinte e motivazioni a volerla. Gli parve un po' lugubre e farmaceutico, e forse aveva ragione. Così, pensandoci insieme, venne fuori la seconda opzione. Si tratta del mito come lo intendeva Vilfredo Pareto, eminente riferimento delle riviste primovecentesche: la retorica, l'emozione collettiva, la parola-cosa che eccita e mobilita, ciò che è vero anche quando fosse falso, perché un mito è vero quando viene creduto vero. Così  - diceva Pareto - la lotta di classe o la rivoluzione, per i proletari (e lo stesso proletariato può essere considerato una finzione scenica nel teatro della politica). Se i miti proletari funzionano, perché lo armano contro le classi dirigenti, queste, per restare tali, devono inventarsi qualcosa, un contro-mito unificante e coattivo. Sarà la guerra. Fra i redattori delle riviste --oltre al nazionalista Enrico Corradini - uno dei più netti è il Giovanni Boine dei Discorsi militari, che declina il mito della guerra in senso reazionario. Marinetti ci imbastisce un discorso e propone un uso pubblico del conflitto diverso, futurista invece che passatista. Ma il mito della guerra come soluzione e grande occasione unifica in un ventaglio di spinte e motivazioni fuori della pace. E a un certo punto, s'intende, si incrociano pure Trento e Trieste, un mito nel mito che funziona e dura più di altri.

  • Lei ha affermato che la grande guerra è stata l' argomento della sua tesi di laurea, che significa per un ricercatore storico approfondire e lavorare su un periodo per oltre 40 anni.
Non lo immaginavo certo allora. Un po', poi, ci sono stato costretto. Banalmente, c'è sempre un anniversario, o l'inizio o la fine, o Caporetto o Vittorio Veneto, o uno dei miei scrittori... Scherzo, ma mica tanto. Anche la riflessione storica procede per occasioni, e un convegno, un libro - cioè non la riflessione solitaria e autoreferenziale, che può restare chiusa in un cassetto - alla fine ha bisogno di concretizzarsi in forma esterna, si realizza se e perché continua a interessare a qualcuno. Questo è il terreno della politica culturale, e io vi sono sempre stato sensibile, non lavoro in apnea. Più a fondo, si capisce, c'è il fatto che avevo individuato un terreno di indagine che si prestava e si presta a mille sfaccettature. Ogni tanto mi è parso di aver chiuso, per esempio, con il bilancio finale de La Grande guerra 1914-1918, scritto nel 2000 con lo storico militare Giorgio Rochat. E invece non era ancora il bilancio finale. Ora mi pare che, per quanto mi riguarda, possa essere il terzo volume dell'opera che ho ideato per la casa editrice Utet, in più volumi, su Gli Italiani in guerra. Conflitti, identità, memorie dal Risorgimento ai giorni nostri; il volume su La Grande Guerra l'ho curato assieme a Daniele Ceschin ed è uscito pochi mesi fa.

Bibliografia

  • I vinti di Caporetto, Marsilio, Venezia 1967
  • Papini, La Nuova Italia, Firenze 1972
  • Giornali di trincea, Einaudi, Torino 1977
  • L'educazione all'italiana, Cappelli, Bologna 1979
  • Intellettuali militanti e intellettuali funzionari, Einaudi, Torino 1979
  • Le guerre degli italiani. Parole immagini ricordi, Mondadori, Milano 1989
  • L'Italia in piazza. I luoghi della vita pubblica dal 1848 ai giorni nostri, Mondadori, Milano 1994
  • L'Italia del fascio, Giunti, Firenze 1996
  • Il mito della Grande guerra, Il Mulino, Bologna 1997
  • La tragedia necessaria. Da Caporetto all'Otto settembre, Il Mulino, Bologna 1998
  • La Grande guerra 1914-1918 (con Giorgio Rochat), La Nuova Italia, Firenze-Milano 2000
  • La Grande guerra, Giunti, Firenze 2001
  • Storia di Venezia. Il Novecento, Edizioni Treccani, Roma 2002

Propos recueillis par Maurizia Morini
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Mise à jour le 10 mars 2009
Créé le 10 mars 2009
ISSN 2107-7029
DGESCO Clé des Langues