Il congresso del '78 fu uno dei più belli di tutti, sono stata eletta nel Comitato direttivo e ci sono rimasta fino al 1982, quando questa forma di organizzazione è stata sciolta, ho condiviso molto quell' iter e credevo molto nell'operazione di autonomizzazione dalla sinistra e di fare emergere la capacità delle donne in quanto tali di governarsi. Si è voluto cambiare una forma organizzativa modellata sui partiti e i sindacati che non corrispondeva più al protagonismo delle nuove generazioni. Posso aggiungere che, ancora una volta, l'UDI si è dimostrata un laboratorio politico delle donne, ma ha subito i contraccolpi degli anni Ottanta e Novanta diventando carsica come il resto del movimento delle donne, salvo i centri di documentazione, gli archivi, i women's studies a Verona, Napoli, Arezzo e Roma. Dopo il '78 le compagne più giovani diventarono insofferenti, non ne volevano più sapere delle direttive nazionali, volevano più autonomia e possibilità di scegliere il tema su cui lavorare, tuttavia questi gruppi dopo il 1982, in particolare a Reggio Emilia, pur avendo messo molto in discussione l'organizzazione si squagliarono tutti. Noi avevamo contribuito alla costruzione della Carta degli intenti ma non volevamo più organizzare per le altre, facevamo comunque fatica a scomparire perché l'archivio dell'UDI, nella Carta degli intenti, è una parte fondamentale dell' associazione. L'elaborazione politica ha ripreso da alcuni anni con il XIV Congresso ma non sono molto informata perché da anni non sono più iscritta e frequento di più la parte degli Archivi, avendo contribuito a sistemare l'archivio di Reggio di cui sono presidente.
- Hai fatto diversi riferimenti alla situazione reggiana, credi si possa parlare di una specificità delle donne dell'Emilia Romagna?
Sì, ritengo se ne possa parlare perché da noi l'emancipazionismo è stato molto forte avendo le sue radici nella situazione sociale; ritengo che la nascita della solidarietà contadina prima e operaia poi, il movimento cooperativo, i sindacati, i partiti socialista e comunista abbiano contribuito, pur tra molte difficoltà dovute al patriarcato e al maschilismo imperanti, a far nascere anche una coscienza femminile. Se vuoi prima come sfruttata nella propria classe sociale e poi come donna. Questo, secondo me, spiega anche la difficoltà nell'accogliere il pensiero femminista quando è esploso.
La partecipazione alla Resistenza, intesa anche come Resistenza civile, al voto e la nascita dell'associazionismo femminile dopo la guerra, che in Emilia Romagna è stato fenomeno di massa, hanno caratterizzato molto la presa di coscienza femminile. Ovviamente in altre regioni ci sono stati fenomeni analoghi, ma non credo così generalizzati, mentre al sud tutto ciò è mancato perciò la differenza è profonda. Naturalmente è fondamentale anche il livello culturale che per generazioni ha visto le donne solo come aspiranti deluse e ricacciate nell'ignoranza, situazione comune per la generazione di mia madre e abbastanza presente ancora nella mia generazione. Per molte questo ha significato coltivare complessi di inferiorità, difficoltà nell'esprimere le proprie opinioni anche se ne avevano. Spesso ha comportato l'adesione acritica ai partiti che comunque legittimavano la loro partecipazione. Ricordo negli anni in cui ero funzionaria all'UDI, discussioni con donne che si definivano prima comuniste e poi donne. Ancora oggi sento che per tante donne è fondamentale il riconoscimento maschile, mentre per me è fondamentale il riconoscimento femminile. Questo mi fa dire che il femminismo è ancora un pensiero patrimonio di una minoranza, che in modo diffuso sono penetrati alcuni assunti del femminismo ma anche tante distorsioni e luoghi comuni. Spesso incontro giovani che interpretano il femminismo in modo negativo perciò lo rifiutano, confesso che in questo caso provo un certo sgomento, forse quello che a me sembra evidente del mio essere donna non lo è altrettanto per tante altre donne; a loro non interessa proprio misurarsi con un'identità autonoma, accettano il ruolo dato.
- Di che cosa ti occupi oggi?
Nel mio lavoro in Provincia, coordino un progetto relativo alla valorizzazione del ruolo delle donne nella Resistenza e nella costruzione della nostra Repubblica dal titolo "Oltre il 60°. Dalla Resistenza ad oggi. Le donne reggiane protagoniste consapevoli". È un progetto pluriennale che intendo concludere a ottobre 2007 con la restituzione pubblica dei risultati, perché dal primo novembre andrò in pensione. Penso di continuare ad occuparmi dell'Archivio dell'UDI di Reggio e di partecipare a qualche attività delle associazioni di donne Nondasola e DonneInsieme cui aderisco. Per il resto spero di avere più tempo per la mia famiglia e per leggere, studiare, viaggiare.