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L'Italia in musica - Terza parte: I cantautori

Par Cesare Grazioli : historien - Istituto storico per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Reggio Emilia, Laboratorio nazionale di didattica della storia
Publié par Damien Prévost le 26/10/2012
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Cesare Grazioli, storico e docente nei licei italiani

 

 

 

L’altra canzone, dei cantautori:  De André e gli altri genovesi


Indice

 

Tutt’altro mondo era quello dei cantautori, tra i quali il gruppo più consistente era la cosiddetta “scuola genovese”: Gino Paoli, Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Umberto Bindi, Fabrizio De Andrè, oltre a Sergio Endrigo (non genovese ma ad essi assimilabile). Intellettuali prima che cantanti, si ispiravano al jazz, alla filosofia esistenzialista e ai cantautori francesi ad essa legati; erano alternativi nei valori e negli stili, e nelle loro canzoni denunciavano il conformismo e l’ipocrisia della società borghese, oltre a toccare temi più intimi, come la difficoltà della relazione, il “male di vivere”, espressi in un linguaggio quotidiano, disadorno: insomma, erano l’opposto delle superficiali “canzonette” all’italiana, anche quelle delle nuove generazioni.

Gino Paoli (1934), il prototipo del cantautore “esistenzialista”, oltre a scrivere canzoni importanti per Mina e soprattutto per Ornella Vanoni (vedi sopra), compose e cantò brani di grande spessore poetico, soprattutto negli anni ’60, tra i quali: nel 1960 La gatta, Sassi e Il cielo in una stanza (vedi Mina, la prima canzone italiana non in rima, una rivoluzione linguistica) che, interpretata da Mina, lo rese celebre; nel ’63 Sapore di sale (forse la canzone più rappresentativa del decennio), e Che cosa c’è; poi Ieri ho incontrato mia madre, Albergo a ore, e nel ’72 Non si vive in silenzio; dopo un’eclissi nei ’70, ebbe una nuova popolarità, in tournée in coppia con la Vanoni, e con canzoni come Una lunga storia d’amore, Questione di sopravvivenza, Cosa farò da grande.

Di Bruno Lauzi, poeta e narratore oltre che cantante, ebbero successo soprattutto Ritornerai, Il poeta, Genova per noi e Amore caro amore bello, oltre a diverse canzoni dialettali. Umberto Bindi, che esordì già nel ’59 con la bellissima Arrivederci, seguita da Il nostro concerto, fu soprattutto un raffinatissimo compositore (sua La musica è finita cantata dalla Vanoni) e arrangiatore.

Luigi Tenco (1938-67) lasciò un segno indelebile nella storia della canzone italiana, e non solo per la tragedia del suicidio a San Remo nel ’67: sia i temi di denuncia, sia i toni introspettivi delle sue canzoni erano assolutamente “fuori dal coro”, come ben riassumono i versi iniziali di Io sono uno del ’66 (“Io sono uno / che sorride di rado, / questo è vero / ma in giro ce ne sono già tanti / che ridono e sorridono sempre / però poi non ti dicono mai / cosa pensano dentro ). Tra le sue tante canzoni: Mi sono innamorato di te, Angela, Cara maestra (censurata dalla Rai, che lo allontanò per due anni), Un giorno dopo l’altro (sigla del popolarissimo sceneggiato tv “Le inchieste del commissario Maigret”), Ognuno è libero, Lontano lontano, Ragazzo mio, E se ci diranno, fino all’ultima Ciao amore ciao del ’67, cantata con Dalida e bocciata dalle giurie. In suo onore fu poi istituito il prestigioso premio Tenco.

Sergio Endrigo, oltre che compositore di canzoni di successo per altri, per tutti i ’60 produsse brani quasi sempre malinconici e molto poetici, tra i quali: Io che amo solo te, Aria di neve, Maddalena, La rosa bianca, Te lo leggo negli occhi, Mani bucate, Teresa, Era d’estate, Girotondo intorno al mondo, Dove credi di andare, Il treno che viene dal sud, Perché non dormi fratello, Canzone per te (vincitrice a Sanremo nel ’68), Lontano dagli occhi, L’arca di Noè; poi nei ’70 anche fortunatissime filastrocche per bambini (tratte da fiabe di Gianni Rodari), come Ci vuole un fiore.

Fabrizio De Andrè (Genova, 1940-1999) è stato autorevolmente definito, dalla storica della letteratura Fernanda Pivano, il più grande poeta italiano degli ultimi 40 anni del ‘900: un poeta, dunque, prima ancora che un cantautore, un chansonnier che ha messo in musica vere poesie, spesso nell’antica forma di “ballate”, straordinariamente cantabili, quasi sempre incentrate su figure di antieroi, vinti, disadattati, emarginati, ribelli, prostitute, sulla base della sua ideologia anarchico-libertaria. Così erano le sue canzoni degli anni ’60, rimaste quasi ignote al grande pubblico, finché l’interpretazione di Mina della sua La canzone di Marinella gli diede improvvisa notorietà. Tra le più celebri, oltre a questa, vi furono: Nuvole barocche; E fu la notte; La ballata del Miché; La ballata dell’eroe; Carlo Martello; Il testamento; La guerra di Piero; Valzer per un amore; Per i tuoi larghi occhi; Fila la lana; La città vecchia; La canzone dell’amore perduto; Geordie; la ballata dell’amore cieco; Amore che vieni amore che vai; Bocca di Rosa; Via del Campo; La guerra di Piero; Leggenda di Natale; Inverno; Il pescatore; La stagione del tuo amore. Con i primi due album, del ’66 e del ‘67, trovò un pubblico appassionato, anche se non di massa, e così anche coi successivi: Tutti morimmo a stento (’68), La buona novella (’70), Non al denaro né all’amore né al cielo (’71); Storia di un impiegato del ’73 (sul Sessantotto); Canzoni, del ’74, Volume VIII del ’75, Rimini del ’78. In seguito, De Andrè si cimentò  nella ricerca sulle forme musicali e linguistiche delle culture mediterranee, nelle sue raccolte degli anni ’80 e ’90 quando utilizzò le lingue locali genovese, napoletana, gallurese (negli album Creuza de ma del 1983, Nuvole dell’’89, e l’ultimo capolavoro: Le anime salve del ’96, due anni prima della morte). Fu il personaggio più schivo della musica italiana: non andava in televisione né ai festival canori, rilasciava pochissime interviste, e per la sua timidezza rifiutò anche di fare concerti, fino all’esperienza del 1978 con il gruppo PFM.

Esempi riportati

La gatta
 
Sapore di sale
 
Genova per noi
 
Il nostro concerto
 
Io sono uno
 
Lontano lontano
 
E se ci diranno
 
Canzone per te
 
Aria di neve
 
La canzone di Marinella
 
Il pescatore
 
Fila la lana
 
Bocca di Rosa
 
Don Raffaè
 

 

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– Luigi Tenco

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– Sergio Endrigo

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– Fabrizio De Andrè

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I cantautori milanesi e la canzone sociale e politica, prima e dopo il Sessantotto; Guccini


Indice

 

Dalla fine degli anni cinquanta Milano, fulcro del boom economico, si impose anche come capitale discografica e musicale. Tra le nuove case discografiche, la Ricordi si propose come coraggiosa talent scuot, dando spazio ai cantautori genovesi, all’epoca ben lontani dai gusti del grande pubblico. In quell’ambiente emersero anche due cantautori milanesi molto particolari, Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci, che esordirono in coppia come roker sotto il marchio dei Due Corsari (Una fetta di limone), accompagnarono per un breve periodo Celentano, poi proseguirono in direzioni diverse. Gaber (Milano 1939-2003) ebbe diverse evoluzioni: dagli esordi come chitarrista jazz e urlatore roch’n’roll (il primo totalmente italiano), ad autore di ballate su figure marginali (Il Riccardo, La ballata del Cerruti, e altre), alla canzone di più facile consumo (Mai mai Valentina, E allora dai, Goganga), fino alla svolta dalla fine degli anni ‘60, quando prese il sopravvento la dimensione teatrale della sua musica (per la verità presente già dagli esordi, all’interno del vivacissimo ambiente del cabaret milanese, con Giorgio Strehler, Dario Fo, Maria Monti, i Gufi, Cochi e Renato), in una personalissima forma di teatro-canzone in cui alternava monologhi e canzoni di forte valenza sociale, politica, esistenziale. Alla figura de il Signor G, lanciata nel 1969, seguirono negli anni ’70 recital memorabili come: Dialogo di un impiegato e un non so, Far finta di essere sani, Anche per oggi non si vola, Libertà obbligatoria, Polli d’allevamento. Alcune canzoni di quei recital divennero popolarissime tra il pubblico più politicizzato: La libertà, Si può, I borghesi, Shampoo, La nave. Gaber proseguì poi con la stessa formula del recital anche negli anni ’80, con temi più individuali, poi nei ’90, quando tornò a temi politici ma con toni disillusi e critici anche verso la sinistra (Qualcuno era comunista, 1992).

Enzo Iannacci, cresciuto alla scuola del teatro politico di Dario Fo, e spesso in collaborazione con lui, costruì canzoni tematicamente incentrate su disadattati ed emarginati, uniche per il peculiare intreccio tra parola, musica e la mimica stralunata con cui le interpretava, passando dal registro drammatico o patetico a quello surreale o comico, sempre trasgressivo e irriverente, nella forma della ballata folk: da Veronica, L’Amando, Faceva il palo, Ho visto un re, alla fortunatissima Vengo anch’io, no tu no, e tante altre nei decenni successivi, come Quelli che, le due canzoni di Paolo Conte Bartali e Sudamerica, e Ci vuole orecchio. Un altro cantautore milanese dello stesso ambiente, Ricky Gianco, fu soprattutto autore di canzoni talora da lui stesso interpretate (ad es. Il vento dell’est, Occhi pieni di vento), ma più spesso cantate da altri (per primo Celentano), come Pietre (grande successo di Antoine a Sanremo nel ’67) o Pugni chiusi dei Ribelli.

Esempi riportati

La ballata del Cerruti
 
Com’è bella la città
 
La libertà
 
Si può
 
Qualcuno era comunista
 
Ho visto un re
 
Vengo anch’io, no tu no
 
Ci vuole orecchio
 


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– Giorgio Gaber
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– Enzo Jannacci
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Gaber e Jannacci si erano formati nell’ambiente del teatro politico di Strehler e di Dario Fo, ma ci furono altre esperienze di musica alternativa politicamente impegnata, come il gruppo torinese di Cantacronache. Al suo interno, Fausto Amodei compose nel 1960 la più bella canzone politica del dopoguerra: Per i morti di Reggio Emilia, che celebrava la manifestazione popolare repressa nel sangue dalla polizia il 7 luglio (un evento che contribuì alle dimissioni del governo Tambroni e alla nascita dei governi di centro-sinistra). Cantacronache si fuse poi con un gruppo milanese di ricerca sul canto e le tradizioni popolari, e ne nacque “Il nuovo canzoniere italiano”, che promosse alcuni folk festival alla metà dei ’60, ed ebbe come esponenti (oltre alla reggiana Giovanna Daffini, ex mondina e partigiana) Giovanna Marini, Ivan della Mea e Paolo Pietrangeli: quest’ultimo compose la più celebre canzone della contestazione studentesca, Contessa, scritta nel ’66 in occasione della prima occupazione studentesca dell’università di Roma, che divenne la canzone del Sessantotto.


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– Fausto Amodei
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– Paolo Pietrangeli
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– New Trolls
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– Francesco Guccini
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– I Nomadi
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Censurato da Sanremo, il clima del Sessantotto emerse a livello di musica commerciale in pochi casi, tra i quali due canzoni del gruppo dei New Trolls: Signore io sono Irish, e Una miniera. Ma i temi politici o comunque “impegnati” divennero familiari al grande pubblico soprattutto attraverso Guccini, e poi nella seconda generazione dei cantautori (dei ’70, vedi dopo).

 

Francesco Guccini (Modena, 1940) sta tra la prima e la seconda generazione dei cantautori. Come De Andrè, è un poeta prima che autore (già dai primi anni ’60) e cantautore (dalla fine dei ’60, fino al presente): le sue sono poesie o racconti in musica, cantate con la sua inconfondibile voce baritonale; i testi (che alternano i registri alto-colto e quello popolare-comico, e intrecciano questioni sociali e private) nascono prima della melodia, che ha quasi sempre la struttura della ballata folk. Nei ’60 compose alcune delle sue canzoni più impegnate politicamente, rese inizialmente celebri dalle interpretazioni di due gruppi con i quali collaborò a lungo, quello modenese dell’Equipe 84 (di cui fece parte egli stesso, all’inizio) e quello reggiano dei Nomadi: L’antisociale, Auschwitz, Noi non ci saremo, Dio è morto. Poi, nel ’72, creò la canzone-simbolo dell’impegno politico del “lungo Sessantotto”: La locomotiva. Nel suo caso, però, l’impegno politico non si spense con il “riflusso nel privato” degli anni ’80: ne sono esempio canzoni come Piazza Alimonda (del 2004, dedicata ai fatti del G8 del 2001, o Su in collina, del tour 2008-11, dedicata ai partigiani). Al primo album, Folk-beat n.1 (’67), e al primo concerto (1969), seguirono nel ’70 le raccolte Due anni dopo e L’isola non trovata, poi nel corso degli anni ’70 RadiciOpera buffa, Stanze di vita quotidiana, Via Paolo Fabbri 43, Amerigo, Album concerto (nel ’79, con i Nomadi); poi un album ogni due o tre anni, fino al 2010: quasi cinquant’anni di musica! E tra i singoli più celebri, oltre a quelli sopra citati: Vedi cara, Piccola città, Un altro giorno è andato, La collina, Piccola storia ignobile, Il pensionato, Canzone per un’amica, Canzone per Piero, Autogrill. –

Tra i gruppi coi quali collaborò inizialmente Guccini, l’Equipe 84 ebbe una fortuna effimera nei secondi ’60. All’opposto, i Nomadi (fondati da Beppe Carletti e Augusto Daolio di Novellara nei primi anni ’60) divennero il gruppo più attivo e longevo della canzone italiana, a partire dal loro primo successo, nel ’66: Come potete giudicar, seguito da molti album e singoli (tra gli altri: Noi non ci saremo, Auschwitz, Dio è morto, Per fare un uomo, Mille e una sera, Io vagabondo, Crescerai, Tutto a posto), e soprattutto da una serie interminabile e fittissima di concerti e tour in Italia e nel mondo, spesso organizzati per cause umanitarie e di solidarietà sociale e politica, che continuano tuttora: una media di 130 concerti l’anno, fino a oggi, e addirittura 220 in un anno degli ’80: davvero… Nomadi di nome e di fatto! E questo, nonostante le vicissitudini del gruppo, colpito nel 1992 dalla morte di Augusto Daolio, la prima, inconfondibile voce solista.
Esempi riportati

Per i morti di Reggio Emilia
 
Contessa
 
Una miniera
 
Auschwitz
 
Vedi cara
 
Un altro giorno è andato
 
La locomotiva
 
Dio è morto
 
Io vagabondo
 

 

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Pour citer cette ressource :

Cesare Grazioli, "L'Italia in musica - Terza parte: I cantautori", La Clé des Langues [en ligne], Lyon, ENS de LYON/DGESCO (ISSN 2107-7029), octobre 2012. Consulté le 21/08/2018. URL: http://cle.ens-lyon.fr/italien/arts/musique/l-italia-in-musica-terza-parte-br-i-cantautori